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Cavalli Sforza: I geni e la storia

I geni e la storia

Gli studi che Luigi Luca Cavalli-Sforza conduce da quasi mezzo secolo hanno come grandioso obiettivo quello di tracciare una “cartografia mondiale” dei geni umani, che consenta di identificare i rapporti evolutivi tra le diverse popolazioni. L’albero genealogico che questa ambiziosa analisi ha portato a costruire è stato messo a confronto con dati ricavabili da altri ambiti disciplinari, come la linguistica o l’archeologia. I risultati indicano sorprendenti convergenze di prospettive nel descrivere l’affascinante storia dell’umanità fin dai tempi delle più remote migrazioni umane dall’Africa a tutti gli altri continenti del pianeta. Uno dei punti chiave di questa impressionante ricostruzione della storia del genere umano – attraverso il suo patrimonio genetico, le sue lingue e la storia dei popoli e delle civiltà – è il principio secondo cui le tradizionali teorie della razza, così come erano state impostate dagli antropologi sette e ottocenteschi, non hanno alcuna valida base scientifica.

Ogni popolazione pensa di essere la migliore del mondo. Con poche eccezioni, ognuno ama il microcosmo nel quale è stato allevato e non vorrebbe mai lasciarlo. Per i bianchi, la più grande civiltà è quella europea; la più grande razza è la razza bianca (francese in Francia, inglese in Inghilterra, ecc.). Ma cosa ne pensano i cinesi? E i giapponesi? E gli extracomunitari che vengono a cercare lavoro in Europa, proprio come un tempo gli europei in America, o adesso i messicani negli Stati Uniti: non rientrerebbero forse nei loro Paesi d’origine, se solo potessero viverci decentemente?

Altre risorse

Siamo forse i migliori, ma la storia ci mostra che ogni primato dura poco.

È soprattutto durante i momenti di grande successo che l’orgoglio delle nazioni è più forte. Quando ci si sente forti è più facile pensare: “Noi siamo i migliori” e, in effetti, c’è un fondo di verità. Il successo ha, comunque, origini abbastanza particolari: uno, o qualche, uomo impone regole di una certa efficacia, appropriate alla situazione, o si rende responsabile di azioni politiche intelligenti. Anche se, spesso, queste azioni sono molto crudeli, dato che l’ascesa al potere richiede in generale l’esercizio di una cera violenza, non necessariamente fisica, esse possono avere conseguenze positive durature, talvolta sufficienti a determinare un periodo benefico per tutta la nazione. Un susseguirsi di circostanze favorevoli può anche aiutare a mantenere la situazione stabile, ma questo successo non dura mai troppo a lungo. È difficile che gli uomini politici intelligenti siano rimpiazzati da successori ugualmente abili. La speranza che l’eredità biologica potesse produrre questi successori si è rivelata assai poco affidabile, ma l’amore paterno continua a rendere ciechi i politici, che seguitano a credere nella trasmissione del potere di padre in figlio. Il successo talvolta dura per qualche generazione dopo la prima, grazie a un sistema politico ben congegnato che può resistere all’imbecillità di qualche re e primo ministro succeduti ai fondatori di un impero o di un nuovo regime. Durante queste generazioni fortunate, il popolo ha il tempo di convincersi che il successo è dovuto alle proprie eccellenti qualità. Automaticamente, di decide che sono le qualità intrinseche, innate, ereditabili della nostra razza che ci hanno fatti grandi; ma è quasi certamente un’illusione. Ci si illude che questo processo possa durare fino a un futuro lontano, sfidando le regolarità che la storia ci insegna. L’autocritica è rara e tende a mancare soprattutto quando le cose vanno bene.

Come ha detto molto chiaramente, fra gli altri, Claude Lévy-Strauss, il razzismo è la persuasione che una razza (la nostra, naturalmente) sia biologicamente la migliore – o che, come minimo, sia eccellente. È alla superiorità dei nostri geni, dei nostri cromosomi, del nostro DNA che dobbiamo il vantaggio su tutti gli altri. È più facile essere convinti della propria superiorità quando tutto va bene, ed è molto facile dimenticare che il successo, al quale dobbiamo il nostro sentimento di superiorità, non sembra durare a lungo, almeno se si giudica sulla base della storia passata. Ma non è veramente necessario essere il numero uno per convincerci della nostra superiorità. Naturalmente, anche un successo parziale aiuta molto, può costituire una prova importante agli occhi di tutti. Un solo popolo è il numero uno in un certo momento, ma ce ne sono molti che lo sono stati un tempo, o aspirano a diventarlo, e i numeri due, tre, quattro, ecc. pensano di avere lo stesso diritto di inorgoglirsi. Ci sono dunque molti aspiranti a essere i migliori o, forse, molti candidati alla superiorità – che si immagina, naturalmente, biologica e dunque eterna.

Altre origini del razzismo

In generale, qualsiasi popolo può trovare buone ragioni per considerarsi il solo eccellente al mondo, o almeno uno dei migliori in qualche attività, sia questa la pittura, il calcio, gli scacchi o la cucina. Il solo fatto di essere molto competenti in un determinato campo (artistico, intellettuale, sportivo, amministrativo, politico, ecc.) basta spesso a dare a questa attività un’importanza maggiore di quella che merita. La via è così aperta perché qualunque popolo possa considerare se stesso (o, molto più di rado, un popolo diverso) superiore agli altri.

Ma svariati meccanismi ci dirigono verso conclusioni razziste, anche se non siamo necessariamente al centro dell’attenzione o in un momento felice. Eccone uno che mi sembra importante. Ognuno di noi è legato a una serie di abitudini, che sono alla base della vita di tutti i giorni, e alle quali ci sarebbe difficile rinunciare. L’osservazione più superficiale mostra che le abitudini, i costumi, sono differenti nei diversi Paesi. Anche se non conosciamo la natura o la fonte di queste differenze, il semplice fatto che esistano ci porta a temerle. Non ci piace cambiare, anche se non siamo soddisfatti di quello che abbiamo (ben poche persone lo sono, o lo sono completamente). L’attaccamento a queste abitudini e la paura di essere costretti a cambiarle possono bastare a suscitare in noi un autocompiacimento che potremmo chiamare razzismo. Credo che questo sentimento sia assai diffuso e che molti di noi abbiano la tendenza a considerarsi migliori degli altri: quasi perfetti, o abbastanza perfetti da far apparire sciocca la ricerca di cambiamenti significativi. Ma l’idea che le nostre abitudini siano importanti nella genesi del razzismo è soltanto un’ipotesi, e non conosco tentativi di provarne la validità.

L’esistenza di differenze tra le nazioni, tra i popoli, è un fatto chiaro a chiunque abbia viaggiato almeno un poco. L’uomo della strada non si chiede a che cosa siano dovute. Ma, quando si tratta di differenze di linguaggio, di colore della pelle, di gusti (culinari in particolare), o del modo di salutarsi quando ci si incontra, esse sono là, a convincerci che gli altri sono diversi da noi. La conclusione è solitamente che le nostre abitudini, i nostri costumi, sono i migliori. Tanto peggio per gli altri, che sono diversi da noi. Sono chiaramente loro i barbari (i “balbuzienti”), come pensavano i Greci. Può naturalmente accadere che qualcuno, non soddisfatto della vita che conduce nel proprio Paese, sia pronto a sopportare la mancanza di comodità, e anche di sicurezza, che deriva dall’emigrazione in un’altra regione, Stato o continente; che accetti dunque di sfidare la necessità di imparare molte cose nuove, di affrontare lo sforzo che l’andare a vivere in un Paese diverso dal proprio comporta. Ma in genere si preferisce, se si può, restare nel bozzolo nel quale si è nati. C’è diffidenza, anche paura degli stranieri. Non si vuole dover imparare molte cose nuove, o rinunciare a qualcuna delle proprie abitudini.

Tutto ciò ci porta a creare, e a mantenere, una buona opinione di noi stessi e di quelli che ci circondano, una preferenza che può generare un senso di superiorità della propria persona e soprattutto del proprio gruppo nei confronti degli altri; del tutto ingiustificata, forse, ma ciò nondimeno potente. Ma vi sono anche molti altri motivi per diventare razzisti. Uno di essi, probabilmente molto importante, è il desiderio di scaricare su qualcuno il proprio malcontento. Non è un segreto che l’alienazione sia causa di irritazioni molto profonde, nella società moderna, e di vera rabbia. Ciò può derivare dall’essere costretti a fare un lavoro disumanizzante, dal terrore della disoccupazione, dalla realtà della povertà e dell’ingiustizia, dal senso di impotenza che ne deriva, dall’osservazione spesso invidiosa delle ricchezze incredibili di un numero ristretto di individui. Quale che sia la fonte della rabbia, ne saranno quasi sempre vittime le persone di livello sociale inferiore; sono le sole che non possono reagire efficacemente. Basta un senso di superiorità relativa per generare disprezzo verso quelli che pensiamo essere più in basso di noi nella scala sociale, e il disprezzo sarà spesso più forte da parte di quelli che si credono, a torto o a ragione, disprezzati dalle classi superiori. Effettivamente, sembra che non ci siano poveri così poveri che non possano ricavare qualche soddisfazione nel prendersi la rivincita su quelli ancora più poveri di loro.

Esiste una base scientifica del razzismo?

Non si può negare che il razzismo sia molto diffuso. Nelle situazioni di equilibrio tra le nazioni (nell’assenza, cioè, di guerra) e all’interno di esse (quando il conflitto tra le classi sociali non è acuto), lo notiamo di meno. Ma le ragioni dello sviluppo delle ostilità tra i Paesi, le regioni, i popoli, le classi, le religioni, i gruppi politici, l’arrivo di genti differenti, soprattutto l’immigrazione di massa dai Paesi poveri, svelano il razzismo che si manifesta allora in tutta la sua potenza.

Si può condannare il razzismo perché è cattivo, e in effetti è condannato da quasi tutte le religioni moderne, e da numerosi sistemi etici. Ma possiamo escludere che vi sia una razza superiore, o almeno che esistano gradazioni di superiorità tra le razze; possiamo escludere che lo si potrebbe dimostrare scientificamente? Le ragioni psicologiche del razzismo discusse più sopra sono difficili da provare; possono essere false, o poco importanti. Ma si può esaminare se le vere differenze genetiche tra i gruppi umani (ossia ereditate biologicamente, almeno in parte), di cui si può constatare l’esistenza, diano una superiorità a un gruppo o all’altro. Ora, è certo che esistono differenze tra i vari gruppi umani per il colore della pelle, i capelli, la forma degli occhi, della faccia, del corpo; alcune di esse sono visibili a occhio nudo, e non c’è dubbio che siano, almeno in parte, ereditarie. Esiste quindi già un insieme di conoscenze non trascurabile, del quale vogliamo esaminare l’estensione, i significati e la spiegazione storica. Vediamo quali sono queste differenze, e se diano una giustificazione scientifica al razzismo.

La natura delle differenze

Si deve dire, per prima cosa, che non è facile distinguere tra eredità biologica ed eredità culturale. Talvolta, bisogna riconoscerlo, è difficile giudicare la fonte di una differenza. È sempre possibile che le sue cause siano di origine biologica (le chiameremo genetiche) o che siano dovute ad apprendimento (le chiameremo culturali), o che ambedue le sorgenti diano un contributo. Ma, come già detto, esistono differenze tra le popolazioni umane che sono senza dubbio genetiche, vale a dire ereditate biologicamente. E saranno queste a dover essere utilizzate per distinguere e studiare le razze, per la semplice ragione che sono molto stabili nel tempo, mentre per la maggior parte le differenze che fanno parte del tirocinio sociale sono ben più facilmente soggette a cambiamenti, e possono a volte sparire in un tempo assai breve. Se le differenze strettamente genetiche fossero davvero importanti da un certo punto di vista che può essere considerato motivo di superiorità di un popolo sull’altro, il razzismo potrebbe essere giustificato, almeno formalmente. Bisognerebbe però che la definizione di razzismo fosse ben chiara, e limitata a differenze genetiche.

Alcuni vogliono estendere la nozione di razzismo a qualsiasi differenza tra i gruppi, anche la più superficiale e benché sia palesemente di origine culturale o sociale. Il solo vantaggio di questa definizione estesa è che per parecchi caratteri è difficile dire se abbiano una componente genetica o no. Ma non mi sembra appropriato definire razzismo il disprezzo di qualcuno per una persona che parla a voce troppo alta, o è incapace di pronunciare correttamente i nomi stranieri, o non sa usare le posate, o fa rumori grossolani quando mangia. Questo genere d’intolleranza mi sembra molto più facile da correggere che il vero razzismo. In effetti, si tratta di un tipo d’insofferenza ben controllato dalle persone che hanno un minimo di sensibilità e le sue cause tendono a diminuire con il tempo e con il diffondersi dell’educazione. Sarebbe profondamente ingiusto condannare persone che non hanno potuto ricevere un’educazione adeguata, specie se si tratta di difetti facilmente correggibili. Qualche volta la correzione può essere disagevole, e per questo è importante esercitare la tolleranza, o far uso di avvertimenti cortesi, anche se fermi. Trovo che ha profondamente ragione Voltaire quando dice che vi è un’unica situazione in cui l’intolleranza è accettabile: quando si ha a che fare con persone intolleranti.

Mutazioni visibili e invisibili

Le differenze tra le razze che colpivano i nostri antenati, e che impressionano molta gente ancora oggi, sono quelle del colore della pelle, degli occhi e dei capelli, della forma del corpo, della faccia e di tutti i dettagli, che ci permettono spesso di fare una diagnosi dell’origine di una persona con una sola occhiata. Tranne che nel caso di incroci, è abbastanza facile riconoscere un europeo, un africano, un orientale. Molti di questi caratteri sono abbastanza omogenei in ogni continente e ci danno perciò l’impressione che esistano razze “pure” e che le differenze tra queste razze siano molto forti. Questa diversità è, almeno in parte, di origine genetica. Il colore della pelle e le dimensioni del corpo sono le meno ereditarie, essendo influenzate dall’esposizione al sole e dall’alimentazione; ma c’è sempre una componente di eredità biologica che può essere importante. Differenze del genere ci influenzano molto perché le possiamo vedere con i nostri occhi, e sono chiare e incontestabili. A che cosa sono dovute? Lo sappiamo: sono quasi tutte dovute alle differenze climatiche che sono state incontrate dagli uomini durante l’espansione nel mondo intero, a partire dalla regione d’origine, l’Africa. E fino al momento in cui l’influenza tecnologica sul clima da parte dell’uomo è stata modesta, e limitata alla costruzione di case molto semplici o alla produzione di vesti di pelli d’animale per proteggersi dal freddo, un adattamento biologico è stato evidentemente necessario. Abbiamo quindi un insieme di fenomeni, di cui possiamo abbozzare la storia come segue (le giustificazioni delle ipotesi che facciamo verranno dopo).

1) L’espansione dell’uomo moderno dall’Africa agli altri quattro continenti ha comportato un adattamento alle condizioni ecologiche, soprattutto di clima, molto diverse da quelle del continente d’origine (a eccezione dell’Australia e di altre regioni tropicali). L’adattamento è stato sia culturale sia biologico. Nel tempo trascorso da allora (cinque o sei decine di migliaia di anni o non molto di più), si è potuta sviluppare una vera e propria differenziazione genetica. Ne vediamo chiare tracce nel colore della pelle, nei capelli, nella forma del naso, degli occhi, del corpo in generale. Gli antropologi hanno dimostrato che le differenze morfologiche tra i gruppi etnici sono state prodotte dalla selezione naturale dovuta al clima. Il colore nero della pelle protegge coloro che vivono vicino all’equatore dalle infiammazioni cutanee dovute agli ultravioletti della radiazione solare (che possono provocare anche tumori maligni, come gli epiteliomi). L’alimentazione quasi esclusivamente a base di cereali non permetterebbe agli europei di evitare il rachitismo, dovuto alla mancanza di vitamina D in questi cibi. Ma i bianchi possono produrne abbastanza, partendo dai precursori contenuti nei cereali, giacché la loro pelle povera di pigmenti melanici permette agli ultravioletti di penetrarla e trasformare questi precursori in vitamina D, negli strati sottocutanei. La forma e la dimensione del corpo sono adattate sia alla temperatura sia all’umidità; nei climi caldi e umidi, come nella foresta tropicale, conviene essere piccoli per aumentare la superficie rispetto al volume. È alla superficie che avviene l’evaporazione del sudore, che permette al corpo di raffreddarsi. Essere piccoli aiuta, in certi ambienti tropicali, ad avere meno bisogno di energia, e dunque a produrre meno calore all’interno del corpo quando ci si muove. In questo modo si può diminuire la possibilità di surriscaldamento, che è alla base del pericolo di un colpo di calore. Gli abitanti della foresta tropicale, e non soltanto i pigmei, sono dunque piccoli. I capelli crespi permettono al sudore di restare più a lungo e prolungare l’effetto raffreddante della traspirazione.

Al contrario, la faccia e il corpo mongolici sono costruiti in modo da proteggere contro il freddo, molto intenso nella parte dell’Asia dove vivono questi popoli. Il corpo e soprattutto la testa tenendo il più possibile alla rotondità, e il volume del corpo è maggiore. Tutto ciò diminuisce la superficie in rapporto al volume corporeo, e riduce la perdita di calore verso l’esterno. Il naso è piccolo – minore pericolo di congelamento – e così pure le narici, in modo che l’aria arrivi ai polmoni più lentamente e abbia il tempo di essere umidificata e scaldata. Gli occhi sono protetti dal freddo grazie alle palpebre, che sono vere e proprie borse di grasso (fornendo in tal modo un isolamento termico eccellente) e lasciano un’apertura molto sottile, dalla quale gli orientali riescono a vedere, pur restando protetti contro i venti freddissimi dell’inverno siberiano. Gli occhi orientali sono spesso molto belli, e Charles Darwin ha suggerito che le differenze che vediamo tra le razze derivino dai nostri gusti. Può darsi che la forma degli occhi degli orientali, invece di essere un adattamento al clima, sia dovuta a selezione sessuale? Però gli occhi degli orientali non piacciono solo in Oriente, ma anche altrove; dunque perché è così frequente solo nelle popolazioni di origine orientale? Certo il freddo ha la sua importanza, ma bisogna dire, peraltro, che gli occhi tirati sono comuni anche tra i boscimani, che vivono in clima caldo. Comunque, è possibile che questo carattere si sia originato per adattamento al clima in Siberia e si sia diffuso per selezione sessuale dalla Siberia agli orientali del sud-est dell’Asia, dove il clima non è freddo. Anche se l’adattamento climatico è stato all’origine il fattore più importante, non dobbiamo dimenticare la selezione sessuale, che può ben avere contribuito all’aspetto esterno. In ogni caso, non c’è dubbio che si tratti di adattamento ereditato biologicamente. Purtroppo, la base genetica di questi adattamenti non è ben conosciuta, ed è quasi sicuramente piuttosto complessa.

2) I caratteri responsabili dell’adattamento climatico sono di solito molto omogenei, ed è ragionevole che vi sia poca variazione individuale entro uno stesso gruppo, sottoposto allo stesso clima. Tipicamente, essi mostrano una differenza elevata tra gruppi esposti ad ambienti diversi. Non ci stupisce che l’abitudine a un determinato clima interessi tutti coloro che vivono nella stessa regione, e che gli abitanti di tutto il mondo si siano genericamente adattati ai climi differenti che si trovano in luoghi diversi. Ci si attende perciò che un carattere di adattamento climatico sia uniforme nella stessa regione, ma differente da quello che troviamo in regioni climatiche diverse, pur se può esservi qualche somiglianza tra popolazioni lontane, ma con clima simile, oppure in cui si sia avuto per caso lo stesso tipo di selezione sessuale.

Ci si può chiedere se le decine di migliaia d’anni trascorse dall’occupazione dei continenti a oggi possano essere state sufficienti per un adattamento biologico di intensità pari a quella che corrisponde alle differenze osservate tra i gruppi. Questo genere di adattamento dev’essere dovuto a una selezione naturale molto forte, ed è assai verosimile che il tempo sia stato sufficiente. Possiamo notare, al proposito, che gli ebrei aschenaziti, che sono vissuti al massimo per duemila anni nell’Europa orientale e centrale, hanno un colore di pelle più chiaro degli ebrei sefarditi, vissuti per un periodo altrettanto lungo (forse anche duemilacinquecento anni) nella regione mediterranea. È possibile che si tratti di un adattamento dovuto alla selezione naturale, che avrebbe dunque richiesto un tempo assai breve; ma è anche possibile che l’effetto sia dovuto, almeno in parte, al flusso genico (matrimoni o unioni illegittime) con le popolazioni vicine.

3) I caratteri d’adattamento climatico sono tipicamente caratteri della superficie corporea. Questo è prevedibile, in quanto la superficie del corpo costituisce l’interfaccia tra l’interno e l’esterno del corpo stesso, ed è quindi di grande importanza nella regolazione del passaggio del calore dall’esterno all’interno o viceversa e, perciò, per l’adattamento climatico.

4) La superficie del corpo è, naturalmente, molto visibile, quasi per definizione; siamo dunque inevitabilmente influenzati dai caratteri che la riguardano. È un campione ambiguo di caratteri, che ci orienta verso due conclusioni, ambedue false: le razze sono pure, e le differenze fra razze sono forti. È soprattutto l’estensione di queste conclusioni agli altri caratteri che non è del tutto valida. In effetti è difficile trovare un altro motivo che spieghi la persuasione dei filosofi del diciannovesimo secolo, come Gobineau, che era abbagliato dall’importanza di mantenere pura la razza, e totalmente convinto che il successo della razza bianca dovesse essere attribuito alla grande differenza dalle altre per i caratteri che riteneva ne fossero responsabili. Effettivamente, se ci si limita ai caratteri visibili, i soli conosciuti a quel tempo, non è assurdo credere che possano esistere razze relativamente “pure”. Ma allora non si sapeva che, per ottenere una “purezza”, cioè un’omogeneità genetica (che comunque non sarebbe mai completa, negli animali superiori), si dovrebbero incrociare per molte generazioni (una ventina almeno) parenti molto stretti, come fratello e sorella, o genitori e figli. Ciò avrebbe conseguenze assai negative sulla fecondità e la salute dei figli e, ne siamo sicuri, non è mai accaduto nella storia dell’umanità, se non per brevi periodi e in condizioni molto particolari, come in alcune dinastie egizie o persiane. Non si sapeva nemmeno che, se si studiano altri tipi di variazioni invisibili, non c’è alcuna omogeneità.

Vi è, al contrario, una grande eterogeneità genetica fra individui, qualunque sia la popolazione di origine. Vale una regola del tutto generale [...]: questa variazione invisibile è sempre grande in qualunque gruppo, sia esso quello di un continente, una regione, una città o un villaggio, ed è più grande di quella che si trova fra continenti, regioni, città o villaggi. La purezza della razza è quindi inesistente, impossibile e totalmente indesiderabile. Inoltre [...] le diversità tra le razze, definite sulla base del continente d’origine, mostrano differenze molto modeste se paragonate a quelle proprie dei caratteri visibili cari agli antropologi di una volta.

Luigi Luca Cavalli-Sforza, Geni, popoli e lingue, traduzione di E. Stubel, Adelphi, Milano 1996.

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Cavalli Sforza, Luigi Luca; Razza (antropologia); Razzismo; Gene; Genetica di popolazione

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