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Il Simposio fu composto probabilmente dopo il 385 a.C., ma l’epoca in cui Platone ambienta il banchetto risale al 416 a.C. In quell’anno il drammaturgo Agatone, che nel dialogo organizza il banchetto per festeggiare il successo della sua prima tragedia, venne effettivamente premiato dalla città con la corona di lauro. Il simposio, nell’Atene del V secolo a.C., coincide con l’ultima parte del banchetto, allorché gli ospiti, mentre bevono vino e ascoltano musica, trascorrono il tempo discorrendo di un tema o di un evento di comune interesse, in questo caso la celebrazione della potenza di Eros, dio dell’amore. Cronista del convito, cui partecipano tra gli altri Alcibiade, Aristofane e Socrate, è tale Apollodoro da Faletro, amico di Socrate nonché testimone indiretto di un polifonico trionfo della filosofia che ha segnato la storia della cultura occidentale.
Apollodoro
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Su ciò che volete sapere, credo di non essere impreparato. L’altro ieri, infatti, da casa mia, al Falero, stavo salendo verso la città, quando un conoscente, ravvisandomi da dietro, da lontano mi chiamò e assieme rivolgendosi a me con atteggiamento scherzoso, disse:
– O Falereo, detto Apollodoro, non vuoi attendermi?
Ed io mi fermai per aspettarlo. Egli riprese:
– Sai, Apollodoro, che proprio ora stavo cercandoti? Voglio notizie dettagliate sull’incontro di Agatone, Socrate e Alcibiade, e degli altri che furono presenti in quell’occasione al banchetto: vorrei sapere quali furono i loro discorsi d’amore. Un tale mi ha raccontato la cosa, per averla udita da Fenice figlio di Filippo, e mi disse che anche tu eri informato. Ma non ha saputo dirmi nulla di preciso. Raccontami dunque tu: più di ogni altro, è giusto che sia tu a riferire i discorsi dell’amico. Ma prima dimmi – continuò – a quell’incontro tu stesso eri presente, oppure no?
Ed io gli risposi:
– Sembra davvero che non ti abbia raccontato nulla di preciso, chi ha raccontato, se tu credi che l’incontro di cui tu vuoi notizie sia stato recente, cosicché anch’io abbia potuto assistervi.
– Lo credevo, certo.
– Su quale base, – dissi – o Glaucone? Non sai che da molti anni Agatone non abita più qui e che non sono passati ancora tre anni, da quando vivo assieme a Socrate, e mi preoccupo ogni giorno di sapere ciò che egli dice o fa? Prima di allora, aggirandomi per caso e credendo di fare qualcosa, ero più sventurato di chicchessia, non diversamente da te adesso, che pensi di dover fare qualsiasi cosa piuttosto che vivere da filosofo.
E quegli a dire:
– Non prenderti gioco di me, e dimmi invece quando avvenne quell’incontro.
Ed io gli risposi:
– Eravamo ancora ragazzi, fu quando Agatone vinse con la sua prima tragedia, all’indomani del giorno in cui egli e i coreuti offrirono il sacrificio per la vittoria.
– Allora, – disse – a quanto pare è passato molto tempo davvero. Ma chi ti ha raccontato la cosa? Forse Socrate stesso?
– No, per Zeus, – risposi – ma proprio quello che l’ha raccontata a Fenice. Fu un certo Aristodemo, del demo Cidateneo, un piccolo uomo, sempre scalzo. Aveva assistito alla riunione, poiché, a quanto mi risulta, era tra i più innamorati di Socrate, a quel tempo. Nondimeno, ho poi interrogato Socrate stesso su taluni particolari che avevo uditi da costui, e me li confermò così come egli li aveva raccontati.
– Ebbene – disse quello – e a me non vuoi fare il racconto? La strada che conduce alla città è proprio adatta, per chi cammina, a parlare e ad ascoltare.
Così dunque, camminando, assieme parlammo di queste cose, e di conseguenza, come appunto dissi da principio, non mi trovo impreparato. Se poi occorre fare anche a voi questo racconto, ebbene, facciamolo. D’altronde per parte mia, quando tengo io stesso, o ascolto da altri, discorsi sulla filosofia, provo una mirabile gioia, senza considerare che credo di trarne giovamento. Di fronte ad altri discorsi invece, soprattutto i vostri, dei ricchi e degli uomini d’affari, io mi irrito, e vi compiango, miei compagni, perché credete di far qualcosa, mentre non fate nulla. Dal canto vostro, forse ritenete che io sia un povero diavolo, e credo che la vostra credenza sia vera; ma io, per quanto vi riguarda, non è che lo creda, bensì lo so con certezza.
Compagno
Sei sempre uguale, Apollodoro: sempre parli male di te e degli altri, e mi sembra che a tuo avviso, a cominciare da te stesso, tutti siano assolutamente miserabili, all’infuori di Socrate. Donde mai tu abbia preso quell’appellativo di “tenero”, con cui ti chiamano, non lo so davvero: nei tuoi discorsi, infatti, sei sempre a questo modo, aspro verso di te e gli altri, ad eccezione di Socrate.
Apollodoro
Mio caro, è dunque evidente che, se penso a questo modo di me stesso e di voi, io sia folle e fuori di senno?
Compagno
Non vale la pena adesso, Apollodoro, di disputare su tali argomenti: ciò di cui ti abbiamo pregato, piuttosto, non rifiutarlo, ma racconta quali erano i discorsi.
Apollodoro
Ebbene, furono pressappoco i seguenti, quei discorsi... Ma è meglio che, cominciando da principio, come aveva raccontato Aristodemo, così cerchi anch’io di raccontarli a voi.
Raccontava di aver incontrato Socrate, ben lavato e con i sandali ai piedi, il che gli avveniva di rado, e di avergli chiesto dove andasse, fattosi così bello.
Quello rispose:
– A cena da Agatone. Ieri invero, alla cerimonia per la sua vittoria, l’ho evitato, per timore della folla; ma accettai di intervenire oggi. È per questo che mi sono agghindato, per presentarmi bello a uno che è bello. Ma tu – continuò – che ne pensi di venire senza invito a questa cena?
Ed io, raccontava, dissi:
– Come tu vuoi.
– Seguimi dunque – riprese – e così indeboliremo il proverbio, modificandolo nella forma: anche ai banchetti degli uomini di valore vanno spontaneamente gli uomini di valore. In realtà, c’è caso che Omero abbia non solo indebolito, ma altresì offeso questo proverbio: dopo di aver presentato Agamennone come uomo eccezionalmente valoroso in guerra, e Menelao invece come “molle guerriero”, quando poi Agamennone celebra un sacrificio, e offre un festino, Omero fa andare senza invito al banchetto Menelao, chi ha meno valore al banchetto di chi ne ha di più.
All’udire ciò, secondo il racconto, aveva replicato:
– Ma forse si darà il caso che anch’io, non come dici tu, o Socrate, bensì come dice Omero, vada senza invito, essendo uomo dappoco, al banchetto di un uomo sapiente. Nel condurmi, cerca dunque una giustificazione, poiché per parte mia non ammetterò di essere venuto senza invito, e dirò invece di essere stato invitato da te.
– In due procedendo assieme lungo la strada – disse – decideremo che cosa dire. Andiamo dunque.
Dopo di aver conversato pressappoco a questo modo, raccontava, ci mettemmo in cammino. E Socrate, rivolgendo per così dire su se stesso la sua forza conoscitiva, camminava lungo la strada rimanendo indietro, e quando mi fermai ad attenderlo, mi ordinò di procedere avanti. Giunto alla casa di Agatone, trovai la porta aperta e mi accadde là, raccontava, di essere in una situazione divertente. Subito un domestico mi venne incontro, e mi condusse dove gli altri stavano sdraiati: li trovai già sul punto di cenare. Non appena mi vide, Agatone esclamò:
– Aristodemo, giungi al momento opportuno per cenare con noi. Se sei venuto per qualche altro motivo, rimanda ciò a più tardi. Anche ieri ti cercavo per invitarti, ma non mi riuscì di vederti. Piuttosto, com’è che non ci conduci Socrate?
Ed io, raccontava, volgendomi non vidi da nessuna parte Socrate dietro di me. Spiegai allora che appunto assieme a Socrate io stesso ero venuto, invitato da lui qui alla cena.
– Hai fatto benissimo, – replicò – ma costui dov’è?
– È entrato poco fa dietro di me: ma sono meravigliato anch’io, e mi domando dove possa essere.
E raccontava che Agatone disse:
– Muoviti, ragazzo, cerca Socrate e conducilo qui. E tu, Aristodemo, – continuò – sdraiati accanto ad Erissimaco.
Un servo, seguitava Aristodemo, si occupò delle sue abluzioni, perché si mettesse a giacere; e un altro servo giunse ad annunziare:
– Il Socrate in questione si è isolato nel vestibolo dei vicini, e sta lì immobile. L’ho chiamato, ma non vuole entrare.
– Dici delle assurdità: – esclamò Agatone – chiamalo di nuovo e non perderlo d’occhio.
E Aristodemo raccontava di aver detto:
– Ma no: lasciatelo stare. Ha questa abitudine: talvolta si isola, dove gli capita, e sta lì immobile. Verrà presto, io credo. Non turbatelo, dunque, lasciatelo stare.
– Facciamo allora così, se ti sembra opportuno – raccontava che Agatone dicesse. – Ma ragazzi, servite la cena a noialtri.
– Voi mettete sempre in tavola ciò che volete, quando nessuno vi sorveglia – il che io non ho mai fatto – ed ora, dunque, immaginando che sia stato invitato da voi a cena, io assieme a questi altri, prendetevi cura di noi, in modo che possiamo lodarvi.
Dopo di ciò, diceva Aristodemo, cominciammo a cenare, ma Socrate non si presentava. E Agatone più volte voleva mandarlo a chiamare, ma io non lo permisi. Giunse poi, a un certo momento – si era trattenuto per un tempo meno lungo che d’abitudine – quando pressappoco si era a metà della cena. E Agatone, che si trovava disteso nell’ultimo posto, da solo, disse, secondo il racconto:
– Sdraiati qui, Socrate, presso di me, in modo che, toccando te, anch’io goda della recondita sapienza che si è accostata a te nel vestibolo. Tu l’hai trovata e la possiedi, evidentemente: se no, non ti saresti mosso.
E Socrate si sedette e disse:
– Sarebbe bello, Agatone, se la sapienza fosse fatta in modo da scorrere, se ci tocchiamo l’un l’altro, da chi di noi ne è più pieno a chi ne è più vuoto, così come nelle coppe l’acqua scorre attraverso il filo di lana, dalla più piena alla più vuota. Se le cose stanno a questo modo anche per la sapienza, apprezzo molto l’esser disteso accanto a te: penso infatti che sarò riempito, da parte tua, di una grande e bella sapienza. La mia, in realtà, se mai vale poco, o addirittura è discutibile, simile a un sogno; la tua, invece, è fulgida, e capace di grande accrescimento, essa che è lampeggiata così violentemente da te, che sei giovane, e si è resa manifesta ieri l’altro, avendo per testimoni più di trentamila Elleni.
E Agatone a dire:
– Sei aggressivo, Socrate. Questa disputa sulla sapienza la decideremo fra poco, io e tu, prendendo come giudice Dioniso. Ma ora, pensa prima alla cena.
Dopo di ciò, raccontava, Socrate si distese e cenò, e così pure gli altri; fecero quindi le libagioni, e intonato il canto in onore del dio e celebrati gli altri riti tradizionali, si volsero al bere. Pausania allora, secondo il racconto, diede inizio ai discorsi, in questi termini. Egli disse:
– Ebbene, voi tutti, come potremo bere con la maggiore levità? Per parte mia, devo dirvi che in realtà non sto affatto bene, per la bevuta di ieri, e ho bisogno di un po’ di respiro. E credo che anche la maggior parte di voi ne abbia bisogno: ieri eravate presenti, infatti. Guardate dunque in qual modo possiamo bere con la maggior levità.
Disse allora Aristofane:
– Parli bene, Pausania, bisogna ottenere in ogni modo un respiro nel bere: anch’io faccio parte di quelli che ieri erano immersi nel vino.
E udendoli, continuò Erissimaco, figlio di Acumeno:
– Avete ragione. Uno di voi vorrei ancora ascoltare, su come si senta per resistenza al bere, cioè Agatone.
Questi disse:
– No certo, neppur io mi sento forte.
– A quanto pare, a noi capita allora una fortuna insperata, a me, ad Aristodemo, a Fedro e a costoro, se voi, i più potenti bevitori, avete ora abdicato. Noi infatti siamo sempre dei deboli. Socrate, invece, lo tolgo dal conto: in entrambi i casi è capace di far fronte, cosicché si troverà bene, che ci comportiamo in un modo oppure nell’altro. Poiché mi sembra quindi che nessuno dei presenti abbia una gran voglia di bere molto vino, forse, dicendo la verità sulla natura dell’ubriachezza, potrò essere meno sgradevole. Proprio questo, infatti, ritengo risulti evidente dalla mia esperienza medica, che cioè per gli uomini l’ubriachezza è un male. E per parte mia non vorrei spingermi troppo oltre nel bere, né lo consiglierei ad altri, soprattutto quando si abbia ancora il capo indolenzito dal giorno precedente.
– Ma certo, – intervenne a dire, secondo il racconto, Fedro, del demo Mirrinunte – per conto mio sono abituato ad obbedirti, specialmente in ciò che dici di medicina. Ora però anche gli altri ti ascolteranno, se vorranno decidere saggiamente.
Quando ebbero udito ciò, tutti furono d’accordo di non destinare all’ubriachezza quella riunione, e di bere, piuttosto, secondo il piacere.
– Poiché dunque – disse Erissimaco – è stato concesso questo, che ciascuno beva quanto vuole, e che non vi sia nessuna costrizione, propongo, dopo di ciò, di mandar via la flautista che è entrata poco fa – potrà suonare da sola, o, se vuole, per le donne di casa – e quanto a noi, di stare assieme oggi, intrattenendoci con discorsi. E, sulla natura di questi discorsi, se volete, intendo farvi una proposta.
Tutti dissero che volevano, e lo invitarono a fare la proposta. Erissimaco allora parlò:
– Il mio discorso trae principio dalla Melanippe di Euripide: infatti non mie sono le parole che sto per dire, ma di Fedro qui presente. Ad ogni occasione, invero, Fedro mi dice indignato: “Non è concepibile, Erissimaco, che a molti altri dei i poeti abbiano dedicato inni e peani, e a Eros, invece, che è un dio così grande e potente, neppur uno, fra tutti i grandi poeti del passato, abbia mai destinato un encomio? E d’altro canto, se vuoi considerare i sofisti di valore, è di Eracle e di altri che essi scrivono elogi in prosa. Così fa l’ottimo Prodico. E di ciò non vi sarebbe poi tanto da meravigliarsi; senonché a me stesso è capitato tra le mani il libro di un uomo sapiente, in cui il sale riceve un mirabile elogio per la sua utilità. Ed è possibile vedere esaltati molti altri oggetti di questa natura. Orbene, mentre ci si è rivolti con grande impegno a cose di questo genere, nessun uomo invece ha mai osato, sino a questo giorno, di celebrare degnamente Eros. Un così grande dio, piuttosto, è stato trascurato a questo punto”. In ciò mi sembra dunque che Fedro abbia ragione. Desidero quindi offrire un contributo a costui, facendogli cosa grata, ed assieme mi sembra conveniente, in questa occasione, per noi presenti, di onorare il dio. Se perciò anche voi siete d’accordo, saremo sufficientemente occupati in questi discorsi. Mi sembra invero che ciascuno di noi, procedendo verso destra, debba pronunciare un elogio di Eros, il più bello che gli sia possibile, e che per primo dia l’avvio Fedro, poiché è disteso al primo posto, ed è al tempo stesso il padre del discorso.
E Socrate disse:
– Nessuno, Erissimaco, voterà contro di te. In verità, non potrò oppormi io, che affermo di non conoscere null’altro se non ciò che riguarda l’amore, né Agatone o Pausania, né certo Aristofane, il quale non si occupa d’altro che di Dioniso e di Afrodite, né alcun altro di costoro che vedo qui. A dire il vero, per noi che siamo distesi negli ultimi posti non si presenta una condizione di parità; ma se quelli che ci precedono parleranno in modo bello ed esauriente, questo ci basterà. Con buona fortuna, cominci dunque Fedro, e pronunci l’elogio di Eros.
Tutti gli altri furono d’accordo su di ciò, e si associarono all’invito di Socrate. Orbene, di tutto ciò che fu detto da ciascuno dei presenti, Aristodemo non si ricordava compiutamente, né io, a mia volta, mi ricordo di tutto ciò che costui ha raccontato. Ma le cose più importanti, e più degne di memoria, a mio avviso, nei discorsi di ciascuno, ve le dirò.
Raccontava, come ho detto, che Fedro per primo cominciò a parlare, prendendo così le mosse.
– Un grande dio è Eros, meraviglioso fra gli uomini e gli dei, e ciò per molti altri rispetti, ma non da ultimo per la nascita. In verità, l’essere tra gli dei il dio più antico, è un onore – egli disse – ed ecco un segno di questa antichità: genitori di Eros non ve ne sono, né vengono nominati da nessuno, prosatore o poeta; Esiodo, piuttosto, afferma che anzitutto è sorto Caos:
poi in seguito
Terra dall’ampio petto, del tutto sostegno sempre saldo,
ed Eros.
E con Esiodo concorda Acusilao, nel dire che dopo il Caos nacquero questi due, Terra ed Eros. Parmenide poi, quanto alla nascita, dice:
primo di tutti gli dei, inventò Eros.
Così da molte parti si ammette concordemente che Eros sia, tra gli dei, il più antico. Ma se è il più antico, è causa per noi dei più grandi beni. Per parte mia, infatti, non posso affermare che vi sia un bene maggiore, sin dalla prima giovinezza, che un nobile amante, e per l’amante, che un fanciullo. In realtà, ciò che deve guidare tutta la vita degli uomini destinati a vivere in modo bello, è qualcosa che non sono in grado di inculcarci, con una tale bellezza, né la parentela, né gli onori, né la ricchezza, né qualcos’altro, se non l’amore. E con ciò cosa intendo dire? La vergogna per le cose brutte, e l’aspirazione alle belle: senza di esse, infatti, non è possibile né ad una città né ad un privato, di compiere opere grandi e belle. Affermo invero, per parte mia, che un uomo il quale ami, se una sua azione vergognosa risulta manifesta, o se per viltà subisce da altri qualcosa di brutto senza difendersi, non si affliggerà tanto, nel caso in cui sia visto dal padre, o dai compagni, o da qualsiasi altro, quanto nell’esser visto dal suo fanciullo. E lo stesso osserviamo anche nell’amato, che cioè si vergogna, più che di ogni altro, dei suoi amanti, quando sia visto mentre si comporta in modo brutto. Se dunque si offrisse un mezzo per formare una città o un esercito, di amanti e di amati, non sarebbe possibile che governassero la loro città in modo migliore, che per l’appunto astenendosi da tutte le cose vergognose e gareggiando tra loro nel desiderio di stima; e uomini siffatti, combattendo gli uni accanto agli altri, vinceranno – pur essendo pochi – per così dire tutta l’umanità. Per l’uomo che ama, infatti, l’esser visto abbandonare il posto assegnatogli, o gettare le armi, sarà certo più intollerabile se a vederlo è l’amato, che qualsiasi altro, e piuttosto preferirà molte volte la morte. Quanto poi all’abbandonare nelle difficoltà l’amato, o a non soccorrerlo nel pericolo, non c’è nessuno così vile, che Eros stesso non renda posseduto dal dio, rispetto al coraggio, tanto da essere simile al più valoroso per natura. E in realtà, quello che disse Omero, che in alcuni eroi il dio ispira la furia guerriera, è ciò che Eros offre agli amanti, un dono sorto da lui stesso.
Il morire per un altro, di più, gli amanti soli lo vogliono; e non soltanto gli uomini, ma anche le donne. Di ciò d’altronde la figlia di Pelia, Alcesti, offre una testimonianza, sufficiente sostegno di fronte agli Elleni per questo nostro discorso: essa sola volle morire in luogo del suo sposo, mentre egli aveva padre e madre, che quella tanto superò con un affetto che nasceva dall’amore, da dimostrarli estranei al figlio, e a lui congiunti solo per il nome; e avendo compiuto quest’atto, il suo agire sembrò così bello, non solo agli uomini, ma anche agli dei, che questi ultimi, pur essendo molti che hanno compiuto molte e belle imprese, concessero a pochi, che è facile contare, questo privilegio, di lasciar ritornare la loro anima dall’Ade, eppure l’anima di quella la lasciarono, ammirati del suo atto. Così anche gli dei onorano in sommo grado lo slancio e l’eccellenza connessi all’amore. Al contrario, cacciarono dall’Ade Orfeo, figlio di Eagro, inappagato, mostrandogli un fantasma della donna per la quale era venuto, senza tuttavia dare lei, poiché ad essi sembrava, in quanto suonatore di cetra, un uomo debole, privo del coraggio di morire per amore come Alcesti, e preoccupato invece di riuscire ad entrare vivo nell’Ade. Proprio per questo gli imposero una pena, e fecero che la sua morte avvenisse per opera di donne. Ben diversamente onorarono Achille, figlio di Teti, e lo mandarono alle isole dei beati, poiché, avendo saputo dalla madre che uccidendo Ettore sarebbe morto, e non facendo questo, invece, sarebbe ritornato in patria e sarebbe morto vecchio, egli osò scegliere – soccorrendo l’amante Patroclo e vendicandolo – non solo di morire per lui, ma anche di seguire lui morto nella morte. Senza dubbio per questo gli dei, pieni di ammirazione, gli concessero onori eccezionali, poiché aveva stimato in così alto grado l’amante. Eschilo invece dice un’assurdità, quando afferma che Achille era l’amante di Patroclo, Achille, che era più bello non solo di Patroclo, ma anche di tutti gli eroi, e ancora imberbe, e inoltre assai più giovane, come dice Omero. Ma in realtà gli dei, pur onorando più di ogni altra cosa questa eccellenza connessa all’amore, tuttavia maggiormente si meravigliano e ammirano e concedono favori quando l’amato mostra amore verso l’amante, che quando l’amante lo mostra verso l’amato. Più divino, in realtà, è l’amante che l’amato: difatti è posseduto dal dio. E per questo onorarono Achille più di Alcesti, mandandolo alle isole dei beati.
Così dunque io affermo che Eros, fra gli dei, è il più antico, e possiede la più grande dignità e autorità, rispetto all’acquisto dell’eccellenza e della felicità, per gli uomini sia vivi sia morti.
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Platone, Simposio, a cura di G. Colli, Adelphi, Milano 1979.
Compare in
Platone; Filosofia greca; Simposio
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