 |
Il 12 giugno 1951 Roberto Bazlen – consulente editoriale di alcune tra le principali case editrici italiane, lettore raffinatissimo, profondo conoscitore della letteratura tedesca, scopritore di Italo Svevo, amico di Montale e di Adriano Olivetti tra gli altri – scrive a Luciano Foà, allora dirigente della casa editrice Einaudi, consigliando, e allo stesso tempo sconsigliando, la pubblicazione del romanzo di Robert Musil L’uomo senza qualità. La lettera è importante non solo perché offre una sintesi mirabile del contenuto e dello stile del libro, ma anche perché dà un saggio prezioso delle considerazioni che normalmente conducono un editore a decidere a favore o contro la pubblicazione di un’opera, anche nel caso di un capolavoro com’è indubbiamente il romanzo in questione. Infine, davvero emozionanti sono la limpidezza del pensiero di Bazlen e la straordinaria efficacia della sua scrittura, che riesce a trasmettere al lettore con estrema precisione tutta la potenza delle sue folgoranti intuizioni letterarie.
 |
Mi dispiace che ci sia tanta fretta. È una faccenda complicata, e per farvi capire bene di cosa si tratta, volevo scriverne molto a lungo, e tradurvi qualche brano. Ma dato che la fretta c’è, ti rimando oggi i tre volumi, e ti butto giù, alla meglio, qualche parola che vi potrà – spero – aiutare a decidere:
 |
|
Altre risorse |
|
 |
|
|
|
|
Come livello, non si discute, e (malgrado le riserve che vi farò ed infinite altre che si possono fare) va pubblicato ad occhi chiusi. Come valore sintomatico in ogni singola pagina, come valore assoluto in moltissime parti, rimane una delle faccende più grosse tra tutti i grandi esperimenti di narrativa non conformista, fatti dopo la prima guerra mondiale, quasi tutte opere basate sul predominio di un’unica funzione, usata fin oltre i limiti permessi dalla pedanteria (Joyce, per esempio, l’associazione sonora; Musil, la precisione di pensiero).
Da discutersi molto, invece, da un punto di vista editoriale-commerciale. Qui, devo fare l’avvocato del diavolo. E come avvocato del diavolo, ho quattro argomenti. Il romanzo è
- 1°) troppo lungo
- 2°) troppo frammentario
- 3°) troppo lento (o noioso, o difficile, o come vuoi chiamarlo)
- 4°) troppo austriaco
1°) troppo lungo: 1674 pagine definitive; – 307 pagine considerate in un primo tempo definitive da Musil, tanto che erano già stampate. Poi s’è pentito, ha ritirato le bozze, e stava riscrivendole fino al giorno stesso della morte (dunque, in questa parte, capitoli non rifatti, capitoli rifatti, un capitolo troncato a metà); – 150 pagine di capitoli finiti e non finiti, senza continuità tra di loro, e nei quali non c’è quasi nessun accenno a come il romanzo avrebbe dovuto chiudersi (benché, in linea generalissima, lo si intuisca, e te ne scriverò).
2°) troppo frammentario: la prima parte è svolta completamente; seguono capitoli disordinati; nessun accenno alla conclusione. Non è uno di quei grandi torsi, come per esempio i tre romanzi di Kafka, dei quali – malgrado le lacune, i capitoli scritti a metà, le imprecisioni e le contraddizioni – vedi il libro fino alla fine. Qui, intuisci l’arco storico (il romanzo comincia nell’agosto del ’13, e sai che tutto andrà in malora nell’agosto del ‘14; però molto prima di Sarajevo, direi in primavera del ’14, si ferma), ma cosa succede dei singoli personaggi?
Io stesso, benché il libro valga per infinite altre ragioni che non siano il racconto vero e proprio, dopo esser vissuto praticamente due mesi leggendolo ogni giorno, sono rimasto un po’ a bocca asciutta, perché, tirate le somme, vorrei anche sapere chi vive, chi si sposa e chi crepa.
(A proposito: mi ero messo sulle tracce di tutti gli altri frammenti postumi del romanzo, non ancora pubblicati, per vedere se è possibile ricostruire la fine. Si trovano a Roma, dov’è morta, qualche anno fa, la vedova di Musil. Però, proprio pochi giorni or sono, ho saputo che Rowohlt ristampa il libro in Germania, e che ha incaricato un tedesco, un certo Frisé, di venire a Roma per far ordine tra i manoscritti. Questo Frisé verrà a Roma tra qualche settimana, e poi, forse, questa mia riserva sulla frammentarietà del romanzo verrà a cadere. Lo vedrò quando arriva, ma è possibile che, fin quando si comincerà a capire qualcosa, passino mesi e mesi.)
3°) troppo lento (o noioso, o difficile): malgrado tutta l’azione della quale ti dirò, tutto va avanti a base di saggi di dozzine, ventine, cinquantine, centinaia di pagine, molto spesso in forma di considerazioni dell’autore, o in forma di riflessioni dei personaggi, o in saggi dialogati. Ti traduco, letteralmente, una nota postuma di Musil a proposito del suo libro:
“I lettori sono abituati ad esigere di sentirsi raccontare della vita, e non del riflesso della vita sulle teste della letteratura (sic) e degli uomini. Questo è sicuramente giustificato soltanto in quanto questo riflesso è una copia impoverita, diventata convenzionale, della vita. Io tento di dar loro l’originale, ed è quindi giusto che essi sospendano il loro pregiudizio”.
4°) troppo austriaco: il tutto si svolge su uno sfondo implicito dell’Austria prima del ’14, ed è carico di allusioni a forme di vita, abitudini, istituzioni, machines burocratiche, ecc. di quel mondo, poco familiari al lettore italiano. Non sarebbe un gran male, si pubblicano e si comprendono libri con premesse ben più lontane, ma qui c’è troppo che in traduzione deve andar perduto: la fisionomia dei nomi e dei cognomi, che sono di una sintomaticità e di una precisione clinica sbalorditiva, e che spesso basterebbero da soli a caratterizzare quasi completamente il personaggio; – un particolare négligé di dizione (non parlo di dialettismi, ma quasi di cadenze di côteries) che crea “l’atmosfera” e dà corpo ai personaggi, e che in italiano deve andare necessariamente perduto.
Queste, le quattro riserve dell’avvocato del diavolo, delle quali vi prego di tener molto conto. E per quanto riguarda il soggetto, vorrei raccontartelo in tutti i suoi capillari, ma dovrei descriverti pagine e pagine. Tirate le somme sono soggetti e soggetti, la storia di almeno una dozzina di personaggi di primissimo piano, che s’ingranano più o meno tra di loro (dico più o meno, perché nelle duemila pagine pubblicate finora tutto non è ancora ingranato in pieno). Tutti questi soggetti, tutte queste storie sono imbastite intorno allo scheletro seguente.
Nel mese di agosto del ’13, un gruppo di aristocratici austriaci decide di preparare una grandissima manifestazione per festeggiare il 70° anniversario del “regno di pace” di Francesco Giuseppe, che avrà luogo nel 1918. Il luogo di raduno del comitato è la casa della musa del comitato, una ex-piccola borghese culturalisticissima e con anima davanti e di dietro, ora abbastanza arrivata in quanto moglie di un altissimo funzionario degli esteri. Di lei si innamora un grande finanziere ebreo germanico (un monumentale ritratto di Rathenau) che gravita intorno al comitato in parte per causa di lei, in parte – pare – per certi pozzi di petrolio in Galizia. Viene chiamato a fare il segretario del comitato il protagonista, l’”uomo senza qualità”, il portavoce e forse l’autoritratto di Musil, il quale, essendo matematico (come lo fu Musil) ed avendo il pallino della precisione, pensa con un’inflessibilità contro la quale non c’è proprio niente da fare, e con una spregiudicatezza, una ricchezza di idee, di associazioni e di cultura più che esemplari, tutto quello che succede o che potrebbe succedere, sempre un po’ oltre i limiti convenzionali entro i quali le cose vengono comunemente accettate dai personaggi e dagli altri, ed entro i quali hanno una loro – per quanto convenzionale – forma e consistenza e giustificazione, finché tutto potrebbe essere qualcos’altro, finché tutto è portato all’assurdo e si disgrega, e ti puoi immaginare il casino che succede.
Per più di mille pagine (oltre a tutto il resto) il comitato è occupatissimo a cercare l’idea centrale della manifestazione, e non fa che decidere di prendere la decisione di formare sottocomitati per decidere di prendere la decisione ecc., finché viene deciso, in considerazione del fatto che l’Austria nel ’18 avrà avuto praticamente settant’anni di pace quasi continua, di inscenare una grande Friedensaktion [Azione di Pace]. Siamo in primavera del 1914.
Bada che questo non è che uno scheletro molto approssimativo, intorno al quale sono costruite:
– le parecchie storie d’amore ed avventure del protagonista, svolte da un lato fino ad una coucherie avec la moglie dell’alto funzionario, dall’altro fino ad un (meravigliosamente delicato e caldo) idillio incestuoso con sua sorella, imbottito di qualche centinaio di pagine di dialoghi intelligenti, ed accompagnato da uno scritto del protagonista “sulla psicologia dei sentimenti”;
– il distacco di questa sua sorella da suo marito, e l’incontro con un altro uomo, candido, stupidamente sistematico e un po’ marionettistico;
– l’amore pomposo e cauto del grande finanziere per la moglie del funzionario;
– la storia del servetto negro del finanziere e della cameriera della moglie del funzionario;
– le vicende finanziario-familiari di un piccolo procuratore di banca ebreo che ha una moglie quasi junker, e una figlia alle prese con quei giovani biondi che dieci anni dopo saranno i nazisti;
– le considerazioni idiote, però di un’intuizione veramente luminosa e di una delicatezza quasi impalpabile, di un generale che tenta di elevare il proprio spirito;
– il delitto sessuale di un vagabondo allucinato, il quale (delitto) oltre a tutti i problemi sui limiti della coscienza e della responsabilità, mette in moto direi un’ottantina di pagine sull’inconsistenza di ogni impostazione giuridica;
– gli attriti espressi e le divergenze inespresse di un ménage di una giovane coppia, che non va più avanti,
Ora, tutto questo, che ti potrebbe sembrare vivissimo, va avanti soltanto per mezzo di riflessioni, saggi, dialoghi, considerazioni laterali, descrizioni, diagnosi storiche, ecc. e dopo poco, si legge con molta fatica, spesso con noia, benché tutti questi saggi siano (con la riserva di qualche singola cavillosità irritante, di qualche singolo semplicismo, di qualche motto di spirito che non direi troppo facile, ma che comunque preferirei più difficile) di una precisione di pensiero e di scrittura impeccabile, e di una sensibilità di associazioni da battere spesso le più belle pagine di prosa di Rilke.
Dopodiché ti succede che attraverso questi interminabili dialoghi, saggi, trattati, feuilletons, – e dopo di esserti abbondantemente irritato e annoiato – ti si formi lentamente un mondo vivissimo, le persone (delle quali credevi di conoscere principalmente i pensieri astratti, ecc.) assumono lentamente una densità ed una plastica da grandissimi personaggi da romanzo, che l’azione, della quale non ti sei accorto, fila che è un gusto, e che non ti sei annoiato, ma che ti sei divertito, che hai compartecipato, che per due mesi sei vissuto in parte di quel mondo, e che ti sei innamorato di Agathe, sorella dell’uomo senza qualità.
E non ti ho detto di cos’è il miracolo di quella ragnatela che si forma lentamente con i fili tirati tra l’idea a pagina x di un volume, e quella a pagina y di un altro, – e dell’immenso senso del giuoco politico, e del paesaggio, e della conoscenza veramente rispettabile delle malattie mentali, ed anche qui, ecc.ecc.ecc.
Però, malgrado che il livello dei lettori italiani sia infinitamente più alto di quanto si ritenga comunemente, pubblicare un libro di questo genere è un rischio un po’ grosso; per leggerlo ci vuole tempo, pazienza, premesse culturali in comune con l’autore, e via dicendo. Ora io non escluderei che possa interessare, o che subentri qualche fattore che lo faccia diventare di moda (per esempio attraverso la nuova edizione in Germania, la pubblicazione in altri paesi, il saggio di qualcuno cui si crede, ecc.). Però non vorrei avere la responsabilità, nemmeno in piccola parte, di aver buttato un editore in questa avventura.
Non faccio in tempo a darti un quadro più completo del libro. Al caso, fatemi domande specifiche, risponderò subito. E ti ripeto quanto ti ho scritto sulla Freundin bedeutender Männer: è una sua commedia giovanile, molto più facile e semplice, tanto che, se non erro, è stata rinnegata da Musil. Ma è molto accessibile al pubblico, e se ancora oggi, nel 1951, è divertente com’era quando l’ho letta almeno 25 anni or sono, dovrebbe essere una commedia di grande successo. Il quale (forse – benché non ci siano quasi determinatori comuni tra l’ascoltare quella commedia ed il leggere questo libro) potrebbe un po’ spianare la strada a questo frammento di duemila pagine.
Roberto Bazlen, Scritti, a cura di R. Calasso, Adelphi, Milano 1984.
Compare in
Bazlen, Roberto; L’uomo senza qualità; Editoria; Romanzo; Musil, Robert
|