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La rinuncia al frutto dell’azione è la dottrina principale della Bhagavad-Gita, centro ideale del più illustre poema epico indiano, il Mahabharata. Strutturata in forma di dialogo tra il giovane guerriero Arjuna e il dio Krishna sotto mentite spoglie, l’opera è un poema di settecento versi che raccoglie e congiunge in un insegnamento compiuto i cardini dell’antico pensiero indiano, in un gioco di rimandi tra indagine cosmologica, speculazione metafisica, mitologia e pratica ascetica, finalizzato alla liberazione in vita dall’attaccamento alla realtà materiale.
Arjuna disse:
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54. Quando si può dire di un uomo che è saggio, fissato nella concentrazione equilibrata, Keśava? Colui che è stabile nell’Alto Pensiero, qual è il suo linguaggio? In qual maniera sta seduto e si muove?
Il Beato disse:
55. Quando si rinuncia a tutti i desideri che turbano il cuore e lo spirito, o figlio di Prthā, quando si è contenti in se stessi e per se stessi, ecco quel che si dice “essere consolidato nella saggezza”.
56.Lo spirito di un simile uomo non conosce l’apprensione nelle sofferenze; è libero da [ogni] attaccamento ai piaceri, affrancato dalla cupidigia, dal timore o dalla collera: tale è l’asceta che è detto “fissato nell’Alto Pensiero”.
57. Colui che, distaccato da tutto, incontrando fortuna o sfortuna non prova né gioia né odio, quegli è “consolidato nella saggezza”.
58. E allorché tale uomo ritrae e raccoglie totalmente le sue facoltà sensoriali lontano dagli oggetti sensibili, come fa la tartaruga con le sue membra, quegli è “consolidato nella saggezza”.
59. Gli oggetti dei sensi si discostano [fisicamente] dall’anima incarnata che rifiuta di nutrirsene, benché lascino dietro di sé la facoltà di assaporarli: [ma] questa cede a sua volta per chi ha visto il Supremo.
60. Perché l’uomo ispirato dalla saggezza, anche se si sforza, è tormentato dai sensi, che trascinano di violenza il suo spirito.
61. Bisogna dunque padroneggiarli, raccogliendosi in se stessi e mantenendosi nella disciplina [dello yoga] e occuparsi solo di me. Colui che tiene i sensi in suo potere, quegli è “consolidato nella saggezza”.
62. L’uomo dedica continuamente il suo pensiero agli oggetti dei sensi; ne consegue che prova attaccamento per essi. Dall’attaccamento nasce allo stesso tempo il desiderio; al desiderio si aggiunge la collera.
63. Dalla collera viene lo smarrimento completo. Dallo smarrimento, lo sconvolgimento della memoria; dal disordine della memoria, la rovina del giudizio e della decisione; dalla rovina del giudizio, la perdita dell’uomo.
64. Ma chi [si muove] fra gli oggetti sensibili, con le funzioni sensoriali sottratte sia all’amore sia all’odio e [tenute] sotto il suo dominio, questi, anima disciplinata, accede alla serenità suprema.
65. Nella serenità tutti i dolori si annientano, perché il giudizio di un pensiero pacificato trova subito stabilità.
66. Tale giudizio superiore manca a chi non è sostenuto dallo yoga. A costui viene a mancare anche la facoltà di compiersi nell’Assoluto. Per chi non si compie, non vi è quiete; senza quiete, da dove può venire la felicità?
67. Perché, per lo spirito che errando qua e là segue la legge dei sensi, la loro foga prevale sulla saggezza, come fa il vento per una nave sulle acque.
68. Per questo, guerriero dalle grandi braccia, colui i cui sensi sono da ogni parte trattenuti lontano dagli oggetti sensibili, quegli è “consolidato nella saggezza”.
69. Quando per tutti gli esseri è notte, allora è sveglio l’asceta padrone di sé. Quando gli esseri sono svegli, è notte per il veggente silenzioso.
70. Come rimane [sempre] pieno e in limiti immutabili l’oceano dove tuttavia le acque non cessano di affluire, così colui nel quale sono rifluiti tutti i desideri ottiene la pace suprema, non colui che nutre desiderio su desiderio.
71. L’uomo che, abbandonando tutti i desideri, va e viene, libero dall’attaccamento, non dice più: “È mio” né “Io”; quegli accede alla pace.
72. Tale è, o figlio di Prthā, lo stato del Brahman; chi l’ha raggiunto non si smarrisce più; chi sa mantenervisi, anche all’ultima ora, raggiunge l’estinzione nel Brahman.
Bhagavad Gita, traduzione di B. Candian, Adelphi, Milano 1976.
Compare in
Bhagavad-Gita; Mahabharata; Induismo
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