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Bartali, Coppi e il dualismo "ideologico"

Bartali, Coppi e il dualismo “ideologico”

Nell’Italia del dopoguerra, in una società che dopo un ventennio di consenso obbligato riscopre il piacere della contrapposizione dialettica delle idee e dei comportamenti, anche l’antagonismo sportivo si riveste di valori ideologici. In uno sport a larghissima presa popolare come il ciclismo, due fuoriclasse dell’epoca incarnano due modelli di “eroi” contrapposti: il cattolicissimo Bartali viene eletto a emblema delle virtù cristiane nel mondo dello sport, mentre le personalissime scelte di vita privata di Coppi ne fanno un campione di “laicità”.

Nel 1950, anno santo, il Giro si conclude a Roma e si ha l’ennesima prova dell’attenzione con cui Pio XII guarda ad uno sport nel quale emerge un cattolico di provata fede come Bartali. Il papa riceve nuovamente in udienza speciale i corridori. Perfetto sarebbe se Gino si presentasse in maglia rosa nelle sale del Vaticano, e invece, ironia della sorte, il privilegio tocca al protestante calvinista Hugo Koblet, primo straniero a vincere la corsa a tappe italiana in cui il toscano si piazza secondo distaccato di 5 minuti e 12 secondi.

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A parte questo piccolo imprevisto, che guasta una festa che avrebbe potuto essere davvero straordinaria, il ritorno di Bartali sulle scene ciclistiche a pace ristabilita è in grande stile. Il corridore toscano, che già nell’immediato anteguerra non faceva mistero della propria fede religiosa, con le sue vittorie dimostra la possibile simbiosi tra morale cattolica e successo mondano. Bartali è ora l’eroe di un disegno rivolto a cattolicizzare la società, si trova più che mai ad indossare i panni del cattolico fervente e vincente e ad incarnare un modello di vita in cui si riassumono un po’ tutti i valori della rinnovata antropologia cattolica, che nel corso degli anni a venire sarà ribadita da altre, autorevoli pubbliche dichiarazioni del pontefice. Nel settembre 1947, alla folla accorsa in piazza San Pietro, Pio XII annuncia:

... è l’ora dello sforzo intenso. Anche pochi istanti possono decidere la vittoria. Guardate il vostro Gino Bartali, membro dell’Azione cattolica: egli ha più volte guadagnato l’ambita “maglia”. Correte anche voi in questo campionato ideale, in modo da conquistare una ben più nobile palma...

È la consacrazione definitiva del toscano quale alfiere, nel mondo, delle perfette virtù cristiane. Virtù da additare ad un pubblico fatto non solo di adulti, ma specialmente di giovani e giovanissimi. Il 10 agosto 1952, poco dopo il doppio trionfo di Coppi al Giro e al Tour, sul settimanale cattolico per ragazzi “Il Vittorioso” Natale Bertocco (che si firma Papà Natale e che sul finire degli anni Trenta ha lavorato come osservatore-informatore delle vicende del mondo dello sport per conto della Direzione generale della pubblica sicurezza) fa uscire un articolo, dalle intenzioni forse consolatorie nei confronti del corridore toscano avviato verso la fine della carriera, che contiene passaggi eloquenti:

I ragazzi hanno rivolto alla Madonna per te milioni di Ave Maria, e tu stesso hai dimostrato come debba vivere un atleta cristiano. Mai una volta m’è stato possibile vederti senza il distintivo della “Gioventù Cattolica” all’occhiello. Solo qualche anno dopo, sposato, hai sostituito quello della “Gioventù” con l’altro degli “Uomini”. Hai accettato la dura croce della vita sportiva, della severa e pericolosa vita del corridore con gran cuore, con rassegnazione (Grazie, Gino).

Bartali si trova perfettamente a suo agio nella parte, confortato da questo largo appoggio popolare e sostenuto com’è da una saldissima fede. Nel 1947 il Giro scende verso sud, e nella tappa di Foggia Gino approfitta dell’occasione offerta dall’itinerario per confessarsi da Padre Pio. Nel corso del Tour del 1948 invoca ripetutamente la benedizione del Santo padre (e la ottiene a Cannes, alla vigilia delle tappe alpine teatro dei suoi trionfi) al quale, dopo la vittoria, dona la maglia gialla conquistata in Francia. Devoto al culto mariano, battezza Santamaria la bicicletta da corsa prodotta dalla sua nuova fabbrica ciclistica che, dal 1949, porta il suo nome e finanzia la sua nuova squadra dopo la fine del lungo sodalizio con la Legnano. L’iniziativa risulta indigesta a “l’Unità” che, il 17 febbraio 1949, esce con un corsivo che non ammette indulgenza: Datti all’ippica.

Infatti per Bartali diventa inevitabile, nell’Italia della guerra fredda interna, assumere anche l’identità del “De Gasperi del ciclismo”, come la fantasia popolare lo ridenomina prontamente. Tra l’altro, gli incontri con il presidente del consiglio e segretario della Democrazia cristiana sono più di uno. Ultimo in ordine di tempo, la visita che Alcide De Gasperi, insieme al cardinale arcivescovo di Milano Ildefonso Schuster, rende al campione ricoverato in ospedale per un brutto incidente d’auto nell’ottobre 1953.

In quello stesso 1953, la relazione che lega Fausto Coppi a Giulia Occhini Locatelli, e lo allontana dalla moglie Bruna Ciampolini, è l’ultimo importante tassello che interviene a rafforzare la contrapposizione “ideale” dei due corridori anche se, al tempo stesso, segna il ridimensionamento della spaccatura tra le tifoserie dei due campioni, sia perché intervenuta ormai alla fine delle loro carriere da vincenti, sia perché l’Italia benpensante non conosce i confini delle divisioni sportive o politiche e, almeno all’inizio, molti tra i coppiani disapprovano tutta questa vicenda sentimentale e rifiutano il corridore che – anche per l’età (35 anni nel 1954) – in sella alla sua bicicletta non è più certo irresistibile.

Coppi è, infatti, l’adultero per la legge degli uomini (condannato a due mesi con la condizionale, gli viene sequestrato per qualche tempo il passaporto impedendogli di correre all’estero, mentre Giulia Occhini – tre mesi, sempre con la condizionale – si fa comunque quattro giorni di carcere ad Alessandria, è privata del diritto di vedere i due figli, viene spedita in soggiorno obbligato ad Ancona col foglio di via – per non turbare con la sua vicinanza, a Novi, la famiglia originaria del ciclista – e l’imposizione di presentarsi in questura ogni domenica mattina alle ore 10, infine si rifugia in Argentina a partorire il figlio suo e di Fausto: tutto per la soddisfazione di chi riconosce provvidenziali gli articoli 559, 560, 570 del codice penale e 151 dei codice civile, che puniscono i responsabili di comportamenti contrari al matrimonio e all’ordine e alla morale della famiglia), e il pubblico peccatore per quella di Dio. Per di più, avendo spesso in quegli anni firmato articoli per “l’Unità”, Coppi è a rigor di logica incorso nella scomunica che colpisce i comunisti. Bartali, al contrario, è sempre di più, suo malgrado, l’eroe positivo nel quale convivono le virtù più strettamente sportive (l’allenamento alla fatica e alla sofferenza) e quelle più genericamente umane (abitudini di continenza e di temperanza). In lui, secondo la propaganda cattolica, la vita cristiana e cristianamente vissuta si dimostra il mezzo più idoneo per ottenere successi anche terreni. Bartali diventa la prova sportiva della saggezza di De Gasperi e della bontà di Scelba.

Insomma, di fronte alla costruzione così coerentemente condotta dalla parte cattolica di un’immagine del campione sportivo emblematica anche di un sistema di valori assoluto, la rivalità assume necessariamente connotati extrasportivi e Fausto Coppi il ruolo di portabandiera dell’altro schieramento, quello che non si riconosce nel blocco di potere democristiano. Il Giro, nota Vasco Pratolini nel 1947, col suo passaggio “consente un censimento inconfutabile delle opinioni politiche degli italiani, molto più valido di quello espresso col referendum e l’elezioni, perché spontaneo e senza remore di voto”. Dopo che Coppi ha sfilato la maglia rosa a Bartali nella Pieve di Cadore-Trento, con la scalata in solitudine del Falzarego e del Pordoi, nel “cattolicissimo Trentino – riferisce sempre Pratoliní nella corrispondenza del 13 giugno 1947 da Brescia – difficilmente perdoneranno a Fausto la vittoria di ieri e la saracinata di stamani. Soltanto dopo un’ora di cammino si sono incontrati i primi festoni in suo onore. Ma erano gli ammalati di Arco che li avevano stesi: gente non di queste parti. Gino I [Bartali] è sempre intensamente nel cuore del suo popolo veneto, pugliese, umbro o toscano che sia”. In certi momenti gli applausi e gli incoraggiamenti hanno una coloritura netta, anche perché – nell’Italia degli anni Quaranta e Cinquanta – il popolo di Dio è numeroso e chiaramente riconoscibile dagli abiti che indossa. Preti, monache, chierichetti, pie donne aspettano lungo le strade il plotone e, magari al suono delle campane slegate da qualche parroco entusiasta, non fanno mancare il proprio incoraggiamento a chi di dovere: Bartali avanti tutti, ma anche Ronconi che ha un fratello sacerdote che impazzisce per lui, o (dal 1954) Aldo Moser figlio di una terra fidata come il Trentino.

Daniele Marchesini, L’Italia del Giro d’Italia, Il Mulino, Bologna 1996.

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