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Il mito calcistico della Pro Vercelli

Il mito calcistico della Pro Vercelli

Tra il 1908 e il 1913 la Pro Vercelli, società calcistica della piccola città piemontese, dominò la scena del football nazionale. Composta esclusivamente, a differenza della maggior parte delle squadre avversarie dell’epoca, da giocatori italiani, e in grande prevalenza locali, la società vercellese fondò le ragioni della propria supremazia sportiva su un inedito spirito agonistico, supportato da una grande preparazione atletica, che ebbe la meglio sul carattere prettamente ludico delle principali rivali metropolitane.

Nel 1907 la Pro Vercelli vinceva il campionato di seconda categoria. [...] Questo campionato era nato per consentire l’attività delle squadre minori delle grandi società, ma quando il numero dei club aderenti alla FIF aumentò, la seconda categoria mutò la sua natura per diventare il campionato delle società di nuova affiliazione. Fra le quali emersero l’Ausonia di Milano, il Football Club Piemonte di Torino e la Pro Vercelli. La Pro Vercelli era nata nel 1903 come sezione calcio di una antica società di ginnastica e scherma e si era già imposta in numerosi confronti con i club maggiori, battendo il Milan nella Coppa Bona, uno dei più ambiti trofei del momento.

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Anche se il sistema dei valori del calcio federale era allora basato sulla priorità delle squadre antesignane, non si poté disconoscere alla Pro Vercelli il diritto di essere ammessa alla massima serie. Alla promozione della squadra vercellese, oltre al merito, giovarono anche alcune circostanze favorevoli e in particolare la congiuntura calcistica connessa ai primi provvedimenti contro la presenza dei giocatori stranieri nelle squadre italiane.

[...] Ai footballers stranieri erano state legate le origini stesse del calcio in Italia. A Genova era stata determinante la presenza della comunità inglese; un ruolo di rilievo avevano avuto i giocatori svizzeri e belgi a Torino. In particolare la Lombardia aveva beneficiato della contiguità con la vicina Repubblica crociata, come mostrano i contatti del calcio bustese con quello ticinese. Nel 1908 era nato il club italiano di più marcata matrice elvetica: l’Internazionale Football Club di Milano, composto per otto undicesimi da giocatori svizzeri. Se la presenza dei pionieri internazionali era sembrata del tutto naturale negli ambienti della Federazione Italiana del Football, ben diverso era stato l’atteggiamento della Federazione Ginnastica Nazionale, la quale aveva fin dal 1898 contestato al Genoa il titolo di campione d’Italia per la presenza dei suoi numerosi giocatori stranieri. Fu la pressione delle società ginnastiche – riversatesi in numero crescente nella FIF – a determinare nel 1908 la decisione della Federazione Italiana del Football, che escludeva dalle competizioni nazionali i club con giocatori stranieri, riservando un campionato speciale alle formazioni di nazionalità mista. Da questa decisione si sentirono particolarmente danneggiati il Genoa e il Milan che, insieme al Torino, si ribellarono, rifiutandosi di partecipare al campionato a essi riservato.

Simbolo del calcio nazionale, delle rivendicazioni delle piccole contro le grandi società, delle squadre di provincia contro i club metropolitani divenne allora la Pro Vercelli. La squadra vercellese era composta da tutti giocatori locali e vinse nel 1908 la Coppa Oberti e il suo primo titolo di campione d’Italia. Si trattava di una vittoria conquistata in un torneo ridotto a sole tre squadre, ma che ne mostrava ugualmente la forza. Nei successivi campionati e nelle numerose coppe a cui partecipò il club vercellese confermò la sua incontestabile superiorità anche nei confronti delle squadre metropolitane, affermando una egemonia durata fino al 1913.

Sono numerose le spiegazioni del successo vercellese, ma non tutte risultano valide all’osservazione più attenta. Il fatto che l’egemonia della Pro Vercelli fosse dovuta al suo forte patriottismo municipale e al profondo radicamento nella città è vero, anche se furono numerose le resistenze ambientali che la squadra dovette affrontare. Secondo la autorevole testimonianza di Giuseppe Milano, il leggendario capitano delle casacche bianche: “i primi passi della società furono inceppati da molti ostacoli e noi dovemmo vincere i pregiudizi e le ostilità delle autorità politiche, di quelle scolastiche, di quelle ecclesiastiche e di quelle familiari”.

La ragione fondamentale del successo vercellese consistette invece nella tenuta atletica, derivata dalla provenienza ginnastica della squadra. Molti degli atleti della Pro Vercelli avevano eccezionali meriti in altre specialità sportive: tamburello, scherma, podismo, ciclismo e una grande abitudine alla fatica agonistica. A ciò bisogna aggiungere la fermezza e la determinazione con cui i giocatori vercellesi scendevano in campo e che era inconsueta per lo spirito ludico dei footballers del tempo. Nacque allora la versione italiana del calcio agonistico, del gioco “maschio”, che rimase come riflesso mentale nelle successive generazioni dei giocatori e degli appassionati. “Il calcio non è sport per signorine”: è una frase che risale al 1909 e che la tradizione ha attribuito a Guido Ara, allora mediano della Pro Vercelli.

Fu anche decisiva la figura di Giuseppe Milano, il trascinatore della squadra. Giovanni Semeria indicava la Pro Vercelli come squadra esemplare per il suo spirito di disciplina e per l’obbedienza alla figura carismatica del suo capitano. La Pro Vercelli otteneva tanti successi, secondo il fondatore dell’ideologia cattolica dello sport, “unicamente perché il capitano aveva saputo imporsi, quantunque altre squadre annoverassero migliori giocatori.”

Si è già detto che la squadra delle casacche bianche appariva come simbolo del calcio nazionale. Questo ruolo crebbe tra il 1911 e il 1912, in occasione della guerra italo-turca per la conquista di Tripoli, che convogliò verso la squadra vercellese le simpatie dei nazionalisti e di quanti vedevano in essa i valori di una formazione di vertice, composta esclusivamente da giocatori italiani.

Antonio Papa e Guido Panico, Storia sociale del calcio in Italia, Il Mulino, Bologna 1993.

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