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Negli anni ’20 la modernità penetra e si diffonde nelle case attraverso uno strumento nuovo: la radio. Il privato partecipa così dei grandi eventi della sfera sociale fino a quel momento a lui preclusi. Sarà tuttavia la televisione, risultato della rivoluzione tecnica che produce simultaneità di suono e immagine, ad avere un maggiore impatto sulla cultura, veicolando la diffusione di modelli sociali e linguistici.
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La televisione si colloca tra la vita privata e la vita pubblica degli individui. Se guardiamo alla vita quotidiana delle persone, fin dalla più remota antichità è possibile individuare in essa l’intreccio fra una dimensione privata, domestica e familiare, e una dimensione sociale e pubblica. Quest’ultima comprende sia la partecipazione alla vita pubblica, sia l’intrattenimento collettivo nella forma di sagre e feste, giochi, spettacoli teatrali e circensi. Soltanto ristrettissime élite potevano permettersi il lusso di portare tali spettacoli nel loro domicilio, nei castelli e nelle corti.
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Altre risorse |
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Nel XVIII secolo irrompe in Europa la “modernità”, quel sistema di cambiamenti e trasformazioni sociali sempre più rapide e di portata sempre più larga che troverà nella rivoluzione francese e nella rivoluzione industriale le sue principali espressioni. Prima di allora (e, in molti casi, anche molto più tardi) la partecipazione alla vita pubblica e allo spettacolo era limitata a chi viveva nelle città; le grandi masse contadine erano completamente escluse dal flusso degli eventi e vivevano un tempo ciclico, quello delle stagioni, delle semine e dei raccolti, non un tempo lineare; in un certo senso, non disponevano di una sfera pubblica, se non nell’ambito della religione. Gli uomini potevano frequentare taverne, osterie e simili locali; le donne riunirsi all’aperto per cucire, preparare i cibi, lavare i panni. Le rare occasioni di intrattenimento erano legate a festività religiose o periodici appuntamenti di fiere e mercati.
La diffusione dei media scritti, e in particolare della stampa, è connessa all’arrivo della “modernità” e si esercita tutta nella sfera pubblica, ma è stata limitata sia dalle difficoltà di trasporto dei giornali al di fuori dei grandi centri, sia dal loro costo, sia dal numero ristretto di coloro che sapevano leggere. I circoli e i caffè sono un fenomeno urbano delle borghesie nascenti. Il teatro nelle sue varie forme e, dalla fine dell’800, il cinema, sono forme di spettacolo che tendono a superare una dimensione itinerante, per svolgersi in locali pubblici fissi delle città.
Mentre il teatro, che aveva conosciuto anche spettacoli molto popolari (il circo e i saltimbanchi, l’avanspettacolo e il varietà, il café chantant) accentuava i suoi limiti sociali, difficilmente valicabili, rivolgendosi alla classe agiata delle città, il cinema assume presto una capacità narrativa e una dimensione di massa in tutto il mondo. Queste forme di intrattenimento, tuttavia, si prestano a una frequenza limitata ai giorni festivi o a poche altre occasioni, certo non quotidiana. Intanto è necessario pagare un prezzo: si tratti di un biglietto del cinema, o anche della necessità di assumere determinati atteggiamenti sociali, o coltivare appartenenze che sono indispensabili per usufruire per quello spettacolo o rito teatrale. Inoltre è necessario, per parteciparvi, investire alcune ore continuative del proprio tempo: un bene scarso, non sempre disponibile.
Dalla fine dell’800 il domicilio diventa la sede di forme di intrattenimento musicale come la pianola (pianoforte meccanico) e poi il fonografo. Esse però richiedono l’acquisto di ogni brano musicale (il nastro perforato della pianola, il cilindro e poi il disco per il fonografo): una pratica costosa, con un repertorio limitato, possibile solo nelle città, come l’esercizio amatoriale della fotografia che si sviluppa negli stessi anni.
In questo senso la radio, che si diffonde negli anni ‘20, rappresenta una grande novità. La sua vicenda si svolge tutta dentro la sfera privata, nelle stanze della casa. È la prima forma conosciuta al mondo di broadcasting: una volta acquistato l’apparecchio e, in Europa, pagato il canone, il domicilio diventa un terminale domestico che riceve continuamente materiali sonori e parlati dei quali tutti i membri del nucleo familiare possono usufruire senza pagare alcun biglietto, senza doversi vestire e uscire di casa, senza interrompere i ritmi della vita familiare quotidiana, con cui è perfettamente compatibile. Non c’è più un repertorio a cui attingere; ogni sera la radio automaticamente rifornisce di materiali audio tra i quali, appena le stazioni si moltiplicano, si può anche scegliere. Si spiega così perché il consumo di radio e poi di televisione viene calcolato in “ore quotidiane”, e non in “quante volte in una settimana”, come accade con gli altri media.
La radio annulla le distanze e porta per la prima volta la contemporaneità nella riproduzione dei suoni. L’800 aveva permesso di riprodurre i testi sonori, ma non in tempo reale. L’industrializzazione del suono (ad esempio in un disco fonografico) comporta un consumo di tempo: il disco deve essere prodotto, fabbricato in serie, distribuito, acquistato. La radio riesce a industrializzare anche il tempo: la riproduzione del suono avviene in sincronia con l’evento, e l’ascoltatore ha quella sensazione di “essere là” che solo lo spettacolo dal vivo e la partecipazione diretta avevano, fino allora, consentito.
L’utente della radio ha quindi una prossimità virtuale con tutti gli eventi della vita pubblica perché, in una maniera speciale, partecipa ad essi. La sua sfera privata incorpora ora, forse per la prima volta, elementi propri della sfera sociale. Non importa quanto sia lontano dai grandi centri, quanto modesta sia la sua abitazione: ogni giorno arrivano nella sua casa quelle notizie del momento e quell’intrattenimento pregiato che avevano costituito, fino ad allora, un bene poco mobile, scarso e costoso. I grandi eventi giungono in diretta a casa sua: la benedizione papale o i discorsi dei governanti, le performance dei cantanti e degli attori più famosi. Tutto ciò che prima era esclusivo, costoso, raro, eccezionale, lento nella diffusione, tende a diventare accessibile, gratuito, frequente, quotidiano, sincrono. Sia pure in una forma virtuale, senza una partecipazione diretta, l’utente della radio è in collegamento con il mondo in una forma che, fino a pochi anni prima, era stata il privilegio di pochi.
La subitanea immissione nell’universo popolare di eventi e testi accortamente confezionati, che hanno l’apparenza della realtà ma sono in effetti un prodotto, comporta certo un condizionamento. Tuttavia il cambiamento è molto grande e nulla sarà più come prima. La radio costituisce una nuova abitudine; per la prima volta la vita familiare dispone di un personaggio esterno, un “ospite fisso” dalle mille risorse, attorno al quale si riorganizzano la conversazione, gli orari, i rapporti fra i vari membri della famiglia. Essa trasmette informazione, musica, radiodrammi, intrattenimento di varietà, conferenze, dibattiti e programmi educativi, talvolta politici, insieme a molte informazioni di servizio: a cominciare dalle previsioni meteorologiche.
Ciascun ascoltatore ha le proprie preferenze, in ragione di tante variabili sociali e culturali, ma sarebbe errato pensare che egli si rivolga alla radio soltanto per attingervi qualche informazione che gli interessa o per gustare un genere di intrattenimento che gli è gradito. Sempre più l’ascoltatore, da solo o nel gruppo familiare, delega all’apparecchio radiofonico la fornitura di un senso della vita, di elementi di significato per conversare all’indomani con i colleghi e gli amici, di uno spirito del tempo, che riempia una vita a cui stanno venendo meno i riti e le consuetudini dell’esistenza tradizionale, in particolare di quella agricola, messa alla prova dai rapidi cambiamenti della modernità.
La diffusione della radio fu tuttavia piuttosto lenta. Tra le due guerre solo in pochi paesi esisteva una massa larga di cittadini dotata della capacità di spendere per beni non di prima necessità; certo non in Italia. Inoltre le caratteristiche del mezzo erano anche i suoi limiti. Perfetta per la musica, rapida nell’informazione, non lo era altrettanto nell’intrattenimento e in ciò che oggi chiamiamo fiction, termine inglese che indica qualsiasi testo o programma di invenzione narrativa recitato da attori. Occorreva infatti ricostruire dalle percezioni auditive, per loro natura limitate e prive di immagini, situazioni e intrecci, Un’operazione che costa fatica e riduce il divertimento.
Anche per questo motivo la supremazia della radio non è mai stata totale. Anche nel paesi in cui essa ha conosciuto il massimo sviluppo, come gli Stati Uniti o l’Inghilterra, la radio ha sempre dovuto fare i conti con la più diffusa forma di intrattenimento di massa nello spazio pubblico: il cinema.
Fino dagli anni ‘20 furono fatti molti esperimenti per superare quello che appariva come il principale limite della radio, l’assenza di immagini in movimento. Il mondo aveva ormai vari decenni di esperienza di produzione tecnica delle immagini; la fotografia, a partire dal 1842, aveva rappresentato una costruzione chimica delle immagini fisse al di fuori dell’intervento diretto dell’uomo, fondata sull’interazione tra la luce e una lastra ricoperta di gelatina sensibile, e riproducibile in un numero teoricamente infinito di esemplari tutti uguali. George Eastman, creando una macchina fotografica semplice e relativamente poco costosa, a cui aveva dato un brillante nome di fantasia, Kodak (1888), rese questa tecnica accessibile e comprensibile per un vasto pubblico.
Il cinema, dopo il 1895, aveva costruito con lo stesso metodo chimico le immagini in movimento, costituite da una sequenza di fotogrammi in rapido scorrimento; la pellicola avvolta su un rullo (già diffusa da Eastman) aveva sostituito la lastra. In pochi anni il cinema aveva raggiunto una forma culturale propria, per la sua capacità di narrare storie dallo straordinario effetto naturalistico, anche grazie alle generose dimensioni dello schermo, gradite in tutto il mondo a larghe masse di popolazione ancora escluse da altre forme di spettacolo o, essendo analfabete, dalla comunicazione scritta. Il cinema aveva presto usufruito di locali di spettacolo propri, abbandonando sia i caffè che le sale di proiezione itineranti o i baracconi delle fiere; l’idea di potenziare la radio con la trasmissione delle immagini appariva possibile già alla luce delle acquisizioni della fisica ottocentesca. Del resto già dal primo decennio del ‘900 i giornali si avvalevano di un meccanismo di riproduzione a distanza, tramite telefono, delle fotografie (telefoto).
Nella seconda metà degli anni ‘30 in vari paesi si era pronti per la televisione; ma la crescente tensione internazionale, che portò alla guerra, non soltanto impedì la produzione degli apparecchi e il lancio della tv, ma soppresse le condizioni sociali di sfondo, come il benessere, il desiderio di investire in beni durevoli per una migliore qualità della vita, o una coesione sociale sufficiente, che potevano rendere plausibile la televisione.
Queste condizioni ci furono invece dopo la guerra. Tra il 1945 e il 1955 la tv si diffuse in condizioni di crescente prosperità economica, di cui non aveva goduto la radio negli anni ‘30. In molti paesi, fra cui l’Italia, la tv arrivò anche dove la radio non era mai arrivata. Certo, all’inizio la visione fu collettiva, ma appena possibile essa si diffuse in tutte le case. Se la radio aveva cominciato a costituire un supporto per la costruzione di un nuovo senso della vita, questa funzione fu svolta assai meglio dalla tv.
Fornendo contemporaneamente un audio e un video, una parola e un’immagine, essa richiede poco sforzo allo spettatore; nulla di simile alla fatica della lettura o all’attenzione per seguire la radio. L’effetto congiunto dell’immagine e del suono restituiva un inedito effetto di realtà, quasi che l’obiettivo della telecamera guidasse lo spettatore in situazioni insolite, prestigiose e comunque piacevoli. Se la radio aveva industrializzato il tempo del suono, la televisione realizzava la contemporaneità del suono e dell’immagine.
La forza di questa associazione era tale che la televisione appariva come un perfezionamento sociale e tecnico dell’occhio nudo. Sociale, perché consentiva all’uomo comune di entrare in luoghi che gli sarebbero stati preclusi (ad esempio nella cattedrale dove viene incoronata la regina d’Inghilterra); tecnico, perché permetteva punti di vista plurimi preclusi alla normale percezione umana. Per proseguire nell’esempio, nelle riprese televisive dell’incoronazione si poteva utilizzare una telecamera collocata nel coro della chiesa, consentendo una panoramica dall’alto.
Ammesso che lo spettatore comune fosse riuscito a farsi ammettere alla cerimonia, e avesse avuto una speciale autorizzazione per salire nel coro, certo non avrebbe potuto guardare anche la regina in primo piano, cosa possibile solo stando di fronte a lei. Grazie a una seconda telecamera posta dietro l’altare, qualunque famiglia normale, seduta comodamente nel salotto di casa, poteva guardare in rapida successione sia la cerimonia vista dall’alto, che il volto della regina. Un’esperienza di industrializzazione dell’immagine che rendeva lo spettacolo superiore per qualità alla visione diretta dei partecipanti alla cerimonia. Infatti, per quanto privilegiata fosse la loro posizione, si trattava sempre di un angolo visuale singolo e non plurimo. Inoltre, nella scelta operata dal regista tra le varie immagini disponibili, fornite dalle varie telecamere che stanno lavorando contemporaneamente, è contenuta una compressione del tempo: scompaiono i tempi morti, le attese, i punti di vista non significativi. Il tempo televisivo è dunque concentrato, accorciato, selezionato, rispetto al tempo naturale.
La tv poteva apparire così come una protesi elettronica dell’occhio, un paio di occhiali speciali che consentivano di vedere meglio, più lontano, e più in fretta. Intanto, perché ciò che è trasmesso dalla televisione riceve una certificazione sociale della propria importanza, ma anche perché la visione televisiva garantisce una comprensione più globale e sintetica dell’evento; in qualche misura, lo rende conoscibile in base agli standard più esigenti di una società di massa.
Il fatto che l’uomo qualunque potesse guardare da vicino la regina aveva in sé qualcosa di democratico. La televisione appariva come una forma visiva di suffragio universale, un’estensione dei diritti della gente comune, anche perché la televisione avrebbe presto iniziato a modificare gli eventi da riprendere e trasmettere, per renderli meglio visibili: modificando orari, forme, colori, rituali, perché l’evento arrivasse meglio al telespettatore, come sarebbe accaduto prima allo sport, poi alla politica. Poteva così apparire come un elemento di democratizzazione e di trasparenza degli eventi: il mondo, con i suoi misteri e le sue meraviglie, in ogni casa.
L’industrializzazione sincronica dell’immagine avveniva, peraltro, mentre le condizioni economiche e sociali stavano cambiando in tutto il mondo. Dopo la fine della seconda guerra mondiale un lungo ciclo di espansione economica e demografica (il baby boom) permetteva la crescita degli acquisti e dei consumi, nella quale procurarsi un televisore diventava a un certo punto indispensabile. L’elemento industriale prevaleva su quello agricolo, la città sulla campagna. La televisione, senza mai affermarlo, guidò le trasformazioni del senso comune che questi processi sociali portarono con sé; contribuì per la prima volta a unificare le lingue nazionali superando particolarismi e dialetti; costituì una forma di socializzazione, o - se preferiamo - di educazione alla vita urbana, di “costruzione di società”, fornendo nei suoi programmi esempi e modelli di vita agiata e di un più ricco consumo.
Questa funzione non è mai venuta meno, pur con alti e bassi. In televisione la gente comune non ha visto in realtà questo o quel programma, ma ha riconosciuto un modo per apprendere un senso della vita che non era più ricavabile con gli strumenti tradizionali, e in particolare con la trasmissione dai padri ai figli. La generazione precedente non aveva nulla da insegnare a chi viveva in condizioni tanto diverse dal recente passato, e in così rapida evoluzione.
La televisione dunque non è mai stata solo un bene di consumo: la sua superiore diffusione è legata alla capacità di rispondere a esigenze molto profonde della generalità dei cittadini. Non sempre questo è avvertito dalla opinione colta e dal mondo politico, che generalmente considera la tv in maniera riduttiva: una parte del mondo dell’informazione; la metà di un sistema di cui sarebbero parte anche la radio e i giornali.
Le persone che hanno una formazione culturale forte e una significativa indipendenza dal mezzo, infatti, prelevano dalla tv, quando ne hanno desiderio, solo il materiale che a loro interessa, e spesso si tratta di informazione; tuttavia, se guardiamo all’uso che del medium viene fatto dalla maggior parte della popolazione, che non ha una funzione selettiva così spiccata e usa la tv soprattutto per trascorrere in santa pace alcune ore, la televisione appare soprattutto come un sistema per l’uso personale di quel tempo che rimane dopo aver lavorato, tornando a casa.
In questo secolo, che è stato dominato dalla produzione di massa e dal lavoro nelle industrie e negli uffici, noi dobbiamo cedere gran parte del nostro tempo alle necessità della vita sociale e lavorativa, nel senso più lato, e non ne siamo più padroni. Generalmente questo tempo ceduto alla vita sociale ha un ritmo accelerato rispetto a quello che vorremmo imprimergli; al termine di esso rimane a nostra disposizione un “tempo libero”, che tende a crescere con il ridursi dei tempi e orari di lavoro. Esso viene ripartito, in una miscela diversa per ciascuno, tra una imitazione giocosa del tempo accelerato (sport, gioco, attività ricreative di gruppo) e un tempo rallentato, rilassato, a cui affidiamo il compito della nostra ricostituzione psichica e fisica e della gestione dei rapporti umani e affettivi.
La televisione, strumento domestico per eccellenza, agisce nell’area del tempo rallentato. In altre parole, è un “sistema esperto” per il nostro relax; il quale può anche comprendere in una certa misura necessità informative o comunicative, ma che è profondamente diverso dall’acquisto sul mercato di prodotti come un disco, un giornale, una videocassetta, un libro. La tv risponde piuttosto a un’esigenza di ricostituzione psicofisica e di gestione dei rapporti umani profondamente sentita, e consente un’occupazione molto pervasiva del tempo personale e familiare. Non è stato ancora inventato uno strumento che sia in grado di spodestare nei gusti della gente questo modo di passare il tempo rallentato. Esso è ancora largamente maggioritario, e non si vede all’orizzonte, almeno per ora, cosa potrebbe sostituirlo.
Enrico Menduini, La televisione, Il Mulino, Bologna 1998.
Compare in
Radio (comunicazione); Televisione (comunicazione); Radio televisione italiana; Comunicazioni di massa
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