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Arruolatosi con Garibaldi nel 1860, Giuseppe Cesare Abba partecipò all’impresa dei Mille. Da questa esperienza trasse spunto per la maggior parte delle sue opere, che si inseriscono pertanto nel filone letterario memorialistico dell’ultimo scorcio dell’Ottocento. L’estratto qui presentato – parte dell’opera Storia dei Mille narrata ai giovinetti – propone un ritratto del “Generale” ad usum delphini, in cui risuonano immutati l’entusiasmo e l’orgoglio di Abba per l’impresa garibaldina.
Ora, chi parla di quei tempi e di quelle cose, dice presto: il 1860, la Sicilia insorta, il gran nome di Garibaldi, quello di alcuni suoi illustri, la partenza da Quarto, la traversata maravigliosa, lo sbarco a Marsala, Calatafimi, Palermo e la liberazione finale; due o tre date e un numero d'uomini, pochi più di Mille, e per la storia in grande è quasi tutto.
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Ma quei Mille chi erano? Che cosa erano? Non certo una specie di compagnia di ventura all'antica; non una parte di vecchio esercito costituito, staccata a scelta o per caso; nessuna legge li obbligava, non erano soldati di professione, non avevano tutti quella media di età che di solito hanno i soldati; non una cultura comune ed uguale, e nemmeno una divisa uniforme. Vestivano quasi tutti alla borghese e alle diverse fogge, dalle quali, a quei tempi, si riconoscevano ancora a qual regione d'Italia e a qual classe sociale uno appartenesse. E parlavano quasi tutti i dialetti della penisola. Erano, per dir così, parte dell'esercito popolare militante di cuore nel partito rivoluzionario: vecchi, figliuoli di giacobini, di napoleonidi, di murattisiti; uomini di mezza età, educati dalla Giovane Italia, tra le congiure e le insurrezioni; giovani nei quali la letteratura classica e la romantica s'erano fuse in una bella temperanza a fecondare l'amor di patria. Con essi, degli artigiani che dalle diverse scuole politiche e dai fatti belli dell'ultimo decennio, erano stati destati al concetto della nazione.
Di loro fu subito detto che erano eroi favolosi, pazzi sublimi, ed altre simili iperboli, e anche delle ingiurie. Invece di volenterosi com'essi ve n'erano in Italia a migliaia; ma ad essi intanto era toccata quella fortuna. Uno che vi era e dei migliori, scrivendone poi nella vita di Garibaldi, con quattro pennellate alla brava disse che erano un popolo misto 'di tutte le età e di tutti i ceti, di tutte le parti e di tutte le opinioni, di tutte le ombre e di tutti gli splendori, di tutte le miserie e di tutte le virtù' e vi notò 'il patriota sfuggito per prodigio alle forche austriache e alle galere borboniche, il siciliano in cerca della patria, il poeta in cerca d'un romanzo, l'innamorato in cerca dell'oblio, il notaio in cerca di un'emozione, il miserabile in cerca d'un pane, l'infelice in cerca della morte: mille teste, mille cuori, mille vite diverse, ma la cui lega purificata dalla santità dell'insegna, animata dalla volontà unica di quel Capitano, formava una legione formidabile e quasi fatata.'
Così li ritrasse il Guerzoni, caro al Generale e vivido ingegno, e fu felice pittore.
Narrar di loro, descriverne gli aspetti, farne rivivere la fisionomia morale, resuscitare coi ricordi i loro sentimenti e quelli dell'epoca ora quasi estinti, è un giusto servigio che vuole essere reso alla storia. La quale si avvia a non più fermarsi solo nelle reggie per trovarvi le dinastie, o nei campi per descriver battaglie e celebrare capitani; ma già accoglie nelle sue pagine il personaggio popolo, che ai fatti col proprio sangue e col proprio danaro dà il cuore. E il cuore governa il mondo, e il sentimento fa i veri miracoli della storia.
Giuseppe Cesare Abba, Storia dei Mille narrata ai giovinetti.
Compare in
Abba, Giuseppe Cesare; Spedizione dei Mille; Risorgimento
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