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Amari: Federico II d'Aragona re di Sicilia

Federico II d’Aragona re di Sicilia

Il lungo conflitto che impegnò Angioini e Aragonesi per il possesso del Regno di Sicilia fu momentaneamente composto dalla pace di Caltabellotta del 1302, in base alla quale veniva riconosciuto sovrano dell'isola Federico II d'Aragona. Il brano che segue, tratto dall'opera La guerra del Vespro siciliano (1842) dello storico Michele Amari, affronta i complicati assestamenti politici della Sicilia degli ultimi decenni del XIII secolo, ricostruendo gli eventi successivi alla morte di Alfonso d'Aragona per arrivare all'incoronazione di Federico II 're di Trinacria'.

Morto Alfonso Re d’Aragona, gli succede in quel Regno il fratello Giacomo, che lascia, suo luogotenente in Sicilia, il minor fratello Federico. Per le necessità del suo nuovo Regno, Giacomo riprende con Casa d’Angiò le pratiche di pace, già avviate dal fratello Alfonso e vigorosamente sostenute dal Pontefice Romano, in quel tempo, Bonifazio VIII. La Sicilia diventava, in quelle laboriose trattative, materia di baratto, essendosi stabilito che gli Aragonesi l’avrebbero restituita con Malta e le altre isole adiacenti al Papa e alla Chiesa di Roma. In questo periodo, ancora incerto e forse disposto alla pace e alla obbedienza appare l’animo di Federico, al quale era stato promesso un vantaggioso matrimonio e si era fatto balenare il miraggio della corona dell’Impero di Oriente.

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Le sorti della Sicilia pendeano sopra un precipizio per tal abbandono del re, del luogotenente, dell’ammiraglio e de’ savii della corte, nè avrebbero potuto tornar su che per novello impeto di popolo; ma le ristorò con minore spargimento di sangue l’interesse della corte di Francia che s’oppose al matrimonio di Caterina di Courtenay, e la saviezza o l’orgoglio della giovane, la quale ricusò la mano di Federigo, rispondendo al papa non parer bello nè decente che due personaggi sì nobili si maritassero senza aver casa propria l’uno nè l’altro. Ostinata resse Caterina alle repliche del papa: e Federigo, com’ei vide dileguarsi dinanzi agli occhi la corona imperiale d’Oriente e si fu accorto dell’inganno di Bonifazio, tutto si volse alle speranze ben più salde e vicine che gli offriva la Sicilia, dove, trapelando le nuove de’ trattati, s’era ridestato con più furore il turbamento d’animi del novantadue, per esser certo e imminente il danno, e manifesta la perfidia che lo dissimulò. Indi l’Infante diessi a prendere il regno; ma volea parere sforzato, per osservanza, com’e’ ci sembra, verso la madre e sospetto de’ partigiani di Giacomo, i quali, sotto la maschera di lealtà, cercavano l’utile lor proprio e tradivano il paese. Costoro, come apparver chiari gl’intendimenti di Federigo e la risoluta volontà del popolo siciliano, diersi dapprima a gridare che la rinunzia del re era favola trovata da Federigo a fine di usurpar la corona. Per darsi riputazione, fecero lor capo il solo forse che operava da coscienza e lealtà, Raimondo de Alemany, gran giustiziere; e si notavano dopo il suo i nomi del Procida, di Matteo di Termini, di Manfredi Chiaramonte e di più altri. Vedendo tornar vane le arti, si chiusero in lor castella, minacciando la guerra civile.

La regina Costanza l’ovviò col ripiego che novelli oratori si deputassero in Catalogna a intender la mente di Giacomo: dondechè, adunato un parlamento, questo elesse Cataldo Rosso, Santoro Bisalà e Ugone Talach; e nel medesimo tempo Federigo, vedendo ormai vane le vie coperte, s’ingaggiò in parlamento a palesare tuttociò ch’ei venisse a sapere de’ trattati di Giacomo coi nemici. Lasciò dunque coloro che si dicean leali, chiusi dalle lor mura e dall’universale riprovazione del popolo; ed egli, con nome ancor di vicario, andò in giro per tutta l’isola ad accrescersi parte e riputazione, con opportune riforme, amministrazione vigilante e volto benigno.

Giunsero gli oratori siciliani in Catalogna, quando ratificati già dalle corti i capitoli della pace, re Carlo e il legato pontificio con la sposa veniano a Perpignano e Peralada, e Giacomo si facea loro all’incontro per Girona e Villa Betram; i quai luoghi, straziati d’ogni più atroce eccesso nella guerra, or s’allegravano per la presenza de’ grandi venuti al seguito de’ due re e per la frequenza della plebe che festevole accorrea, chiamando la Bianca “Regina della santa pace”, e anelando lo scioglimento degli anatemi di Roma. Il ventinove ottobre, in Villa Bertram, mentr’era discosto a poche miglia il cortèo della sposa, raggiunser Giacomo i legati Siciliani: pallidi e severi gli si appresentarono, a sconfonderlo tra tanta allegrezza dinanzi tutti i nobili del reame. Esposta la domanda del parlamento, il re senza vergogna confessava il trattato. A che Cataldo Rosso: “O voi, sclamò, o voi passeggeri, sostate; oh dite se v’ha duolo ch’agguagli il duol mio!” e dopo questa biblica lamentazione, in un coi compagni e i famigliari dell’ambasceria siciliana, stracciaronsi i panni indosso, ruppero a dimostrazione d’angoscia disperata, e a Giacomo gridavano: “Non più udita crudeltà, che un re desse de’ sudditi leali a straziare a’ nemici!” Ma poich’ebbero così aggravato il biasimo del principe, ricomposti a dignità ed alterezza, protestarono in piena corte: come la Sicilia, abbandonata, disdicea tutti i diritti di lui alla corona; scioglieasi da ogni giuramento, fede ed omaggio; si tenea libera a prendere qual principe le fosse a grado. Fu forza al re d’accettare la protestazione: e ne voller diploma gli ambasciadori, e l’ebbero. Lo stesso dì, vestiti a bruno, volgean le spalle alla corte straniera. Ma pria Giacomo ebbe fronte a dir loro che raccomandava a’ Siciliani la madre e la sorella. “Di Federigo non parlo, soggiungea, perch’è cavaliere, e ciò che dee fare ei sel sa, e voi il sapete anco”. Almen così Federigo propalò poi in Sicilia. Gli ambasciadori, ripartiti per l’isola, incontraron fierissima fortuna di mare, che dilungò il ritorno, e ‘l tolse a Santoro Bisalà, sbalzato sulle costiere di Provenza, e tenutovi prigione, finché nol ricattarono i Messinesi suoi cittadini. E in Catalogna, il trenta ottobre, Giacomo fu ribenedetto dal legato pontificio, egli e ‘l reame; bandì nelle adunate corti d’Aragona il fine della gran lite di Sicilia: lo stesso giorno, Carlo II rimetteva a lui, alla madre, a Federigo ed a Piero, con tutta lor baronia e amistà, le offese fatte, le robe prese a sè ed a’ suoi ne’ travagli della guerra. L’indomani, portatosi Giacomo a Figueras, rese a Carlo i tre figliuoli e gli altri statichi; tolse la sposa e celebrò le nozze il primo novembre.

Il tre, mandava lettere e messaggi in Italia. Significava che ritornando sotto l’autorità della Chiesa, avea fermata pace con Carlo II d’Angiò e sposatane la figliuola; ch’ei rinunziava a’ paesi occupati nel regno; che, secondo i patti, rendeva a Carlo le città, castella e isole poste a settentrione del Faro; alla Santa Chiesa Romana la Sicilia e le isole adiacenti: ingiungea pertanto ai castellani, capitani ed uomini tutti di sottomettersi; gli uni a Carlo, gli altri alla Chiesa; ai suoi sudditi aragonesi, catalani, maiorchini, di ritrarsi da’ paesi del regno di Sicilia; richiedea la sua madre Costanza di far osservare cotesti provvedimenti; comandavalo a Federigo, rivocando la commissione di luogotenente suo nel reame, e commettendogli di rendere i prigioni; comandavalo altresì a Ruggier Loria ed a parecchi nobili uomini e capitani.

Ansiosi in questo tempo pendeano tutti gli animi in Sicilia. Ma alla prima certezza di quelle nuove, ed anzi che tornassero gli ambasciadori, Federigo, sostando d’un tratto dal viaggio per Val di Mazara, adunò in Palermo i conti, i baroni, i cavalieri e i sindichi delle città di qua dal Salso; ai quali, come per tener le promesse di Milazzo, palesava la non dubbia cessione dell’isola; la compiuta pace; la risposta a’ legati. Allora il fatto, soprattenuto per salvar le apparenze, pieno si consumò. Il parlamento di Palermo, a dì undici dicembre, ritirò la rivoluzione a’ suoi principii con esaltare a una voce Federigo; ma, da riverenza al suffragio nazionale, chiamollo solamente signor dell’isola, aspettando più solenni comizi per dargli nome di re: onde disse generale adunata in Catania il dì quindici gennaio, e che non solamente i sindichi vi si trovassero, ma giusto numero ancora dei primi d’ogni terra e città, per facultà, sapienza e riputazione, con pien mandato a partecipare in quel principalissim’atto di sovranità. Federigo protestando la santità della sua causa e di affidarsi in Dio e nei Siciliani, accettò il dominio; si votò con persona e facultà a difenderli. Cominciava allora a intitolarsi signor di Sicilia. Il dì appresso, promulgava a un tempo le novelle di fuori, le recenti deliberazioni, e richiedea le municipalità di sceglier tosto i deputati al parlamento di Catania. [...]

E la Sicilia sfidava ancora la Corte di Roma, la casa d’Angiò, i guelfi d’Italia, e i reali d’Aragona per giunta. Il quindici gennaio del novantasei, si assembrò nella chiesa cattedrale di Catania il general parlamento, concorrendovi in gran numero i rappresentanti de’ comuni, i nobili dell’isola e que’ pochi d’Aragona e di Catalogna, che speravano ventura in Sicilia più che nella patria loro, o che erano stretti da amistà a Federigo. Ruggier Loria pose primo il partito; orò dopo di lui Vinciguerra Palizzi, e di comune accordo fu eletto re Federigo, e deliberato di coronarlo secondo l’usanza in Palermo. Ei fu secondo di questo nome in Sicilia, ma s’intitolò terzo, come terzo de’ figliuoli di Pietro o dei reali d’Aragona dominanti in Sicilia, o piuttosto, com’io penso, perchè contaron come secondo quel Federigo di Misnie, che i Ghibellini avean chiamato imperatore dopo la morte di Corradino e che era stato riconosciuto da Corrado Capece e da quanti resisteano ancora alle armi angioine in Sicilia, correndo l’anno milledugensessantanove.

All’entrar di primavera del novantasei, d’ogni luogo dell’isola cavalcavano, alla volta di Palermo, gli ottimati ecclesiastici e civili, i sindichi delle città, e insieme borghesi, popolani e vassalli, con frequenza non più vista, per trovarsi a quella nuova affermazione di libertà, ch’era l’incoronamento di Federigo. Indi, la sera innanzi la pasqua di Resurrezione, si vedeano sparse di mirto le vie della capitale; i portici, i templii, i palagi parati in mille guise a drappi di seta e d’oro; le luminarie davan chiaro di giorno per le contrade; nella cattedrale, festeggiandosi il Vespro, abbagliavan la vista infiniti torchi di cera, grandi, scrive Speciale, al par di colonne; il fracasso di trombe, corni, taballi, come simbol della guerra soverchiante i diletti della pace, vincea l’armonia de’ più dolci stromenti e i lieti canti del popolo, che tutta spese in tai sollazzi la notte. Al nuovo giorno, che fu il venticinque marzo, fu unto e coronato re di Sicilia Federigo; ricondotto dalla cattedrale al palagio tra’ plausi del popolo, a cavallo, con vestimenta regie, diadema in capo, scettro alla man sinistra, pomo alla dritta. Egli armò cavalieri meglio che trecento giovani di nobil sangue; creò conti; diè feudi ed ufici: fatto Ruggier Loria grand’ammiraglio; Corrado Lancia gran cancelliere, in iscambio del Procida; capitani dell’esercito, Blasco Alagona, frate Arnaldo de Pons, disertore dagli Angioini in Calabria, Guglielmo di Cartigliano, e altri provati combattenti. Seguirono giochi pubblici, adatti al secolo e all’atteggiamento del paese, cavalcare, trarre al segno, giostrare; in palagio furono imbandite le mense al popolo. Così per due settimane si tripudiava.

Michele Amari, La guerra del Vespro siciliano.

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