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Incoronatosi re di Sicilia nel 1130 a Palermo con lusso orientale, Ruggero II seppe giovarsi della civiltà musulmana piuttosto che censurarla o perseguitarla, proseguendo così l'indirizzo politico del suo predecessore, il “Gran Conte” Ruggero, fondatore della dinastia normanna in Sicilia. Nell'estratto che segue, parte della sua opera Storia dei musulmani in Sicilia, lo storico Michele Amari ricostruisce il governo illuminato di questo sovrano 'possente e grande in ogni cosa', che si avvantaggiò con grande intelligenza dell'apporto di culture e civiltà diverse, facendo di Palermo uno dei centri culturali più vivaci d'Europa.
Ruggiero, il Gran Conte, fondatore della dinastia normanna in Sicilia, usò una saggia e liberale politica verso i Musulmani, astenendosi dal perseguitarli, e anzi giovandosi dei loro uomini, delle loro attitudini e della loro civiltà.
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Anche più deciso in tale indirizzo politico fu il figlio, di nome Ruggiero anch’egli; il quale con “atto audace, parso temerario ai contemporanei in Italia e fuori”, dopo aver tenuto un parlamento generale a Palermo, “si fece dar titolo di Re, e ne prese la corona con lusso orientale, nel duomo della metropoli siciliana, il 25 dicembre del 1130”.
Morì Re Ruggiero il ventisette febbraio millecencinquantaquattro, all’età di cinquantotto anni, sospinto alla tomba dalle voluttà, come notarono i prelati di corte. Delle sue virtù, de’ vizii e delle cose operate al di fuori abbiam già detto quanto basta al nostro argomento. Ci riman ora a trattar con la stessa misura l’intero reggimento del paese e la tempra e coltura dell’ingegno di questo gran principe; di che noi caverem le notizie dagli scrittori musulmani al par che da’ cristiani; poich’egli lasciò orma di sé in ambo le civiltà del tempo suo. Ed entrambe lo dipinsero in loro stile. L’una per man dello Abate di Telese, di Romualdo arcivescovo di Salerno, d’Ugo Falcando, di Pietro il Venerabile: prelati italiani e francesi, nutriti di letteratura latina. L’altra, or con l’asiatico lusso delle immagini, nella Prefazione dell’Edrisi, letterato, scienziato e rampollo di principi; or con le secche note di cronaca raccolte da Ibn-el-Athîr negli Annali, e dal Sefedi nell’articolo biografico, intitolato appunto a Ruggiero.
Il Falcando loda in lui l’abbondanza degli spiriti vitali, il proprio ingegno, l’operosità, la vigilanza, la maturità di consiglio nelle faccende pubbliche. Edrisi, dopo lunga parafrasi di queste medesime idee, le stringe nell’epigramma che Ruggiero fea più dormendo che ogni altr’uomo vegghiando. Parco allo spendere, fuorché nelle cose della guerra, nelle scienze e ne’ monumenti, studiosissimo ei fu di accrescere le entrate dello erario e sì diligente nell’amministrarle, che ne’ ritagli di tempo metteasi a frugare i conti. La sicurezza, la pace e la prosperità di che si godea ne’ suoi dominii, recarono stupore all’Europa in quell’età di violenze feudali: onde non esagera Edrisi, là dov’ei dice che Ruggiero fe’ piegare il collo ai tiranni e che, inalberando il vessillo della giustizia e dando al popolo quiete e buon governo, ei costrinse i regoli a ubbidirlo, a vestire la sua divisa, a consegnargli le chiavi di ciascun paese. Riformò gli ordini giudiziali; fece osservare le leggi con rigore, anzi crudeltà, di che il Falcando lo scusa con la necessità del regno nuovo. Nell’opera di perfezionare il civil governo in Sicilia e d’assuefar a quello i baroni e le città di Terraferma, egli studiò gli esempii di fuori e chiamò in aiuto valenti uomini d’ogni linguaggio e d’ogni setta. Donde un francese vanta la predilezione del re pei Francesi; un musulmano gli dà lode di proteggere ed amare particolarmente i Musulmani; similmente un bizantino avrebbe potuto affermare il privilegio della schiatta greca, nominando Giorgio d’Antiochia; ed un italiano avrebbe forse vinta la gara, ricordando che Arrigo de’ marchesi Aleramidi [era suo zio, essendo fratello di Adelaide, terza moglie di Ruggiero I].
Lascio indietro gli ordinamenti proprii della popolazione cristiana, sempre più cresciuta nell’isola al tempo di Ruggiero. La colonia e il vescovado ch’ei fondava in Cefalù; l’archimandritato istituito in Messina per ordinare i monasteri greci e forse le popolazioni; le sue leggi che ci venga fatto di spigolare; i grandi ufizii della corona ch’egli imitò dalle corti occidentali: cancelliere, giustiziere, camerario, protonotaio, connestabile; qualificati di grandi per significar l’autorità superiore. Secondo uno scrittore che allegammo poc’anzi, Ruggiero ordinò ad esempio delle corti musulmane quegli ufizii domestici, le cui denominazioni, arabiche o persiane, attestano la origine, che torna sovente ai Fatemiti d’Egitto. Erano gli hâgib, propriamente uscieri, spogli bensì del gran potere ch’ebbero a Cordova e altrove; i giânib, come sarebbe a dire aiutanti di campo; i selâhia che torna a scudieri; i giandâr o forse giamdâr, vestiarii; ed altri, dice il testo, alludendo a note denominazioni; a quella gerarchia di servitori intrecciata con le dignità dello Stato, la quale i Bizantini tolsero da’ despoti persiani e detterla ai Musulmani ed ai re dell’Occidente. Il più delle volte non era divario che nel nome. Il gran siniscalco non potea mancare in Sicilia; ancorché si vegga al tempo stesso di quello il magister latino, che risponde all’uficio e sembra testo o traduzione dell’orientale ostadâr. Son qui da ricordare i kâid or capitani propriamente detti di pretoriani, or segretarii, computisti e perfin camerieri, come un ferrâsc che appo noi suona “rifa’letti”. V’era anco un paggio musulmano ispettore della cucina, ed uno preposto al tirâz.
Con tal voce persiana chiamaronsi le vestimenta di seta ricamate e l’opificio in cui le si lavoravano: parte essenziale d’una corte musulmana, poiché soleano i principi donar que’ pallii in segno di favore, o mandarne a’ grandi oficiali nel dar loro l’investitura, come appunto si disse in cristianità, per cagion di usanza non dissimile. [...] E rimane del tirâz di Palermo un lavorio sontuoso, il pallio semicircolare, trapunto nell’area ad oro e perle con figura d’un lione che abbatte un camelo, e in giro con bellissime lettere cufiche, portanti il nome e le qualità di Ruggiero e la data della capitale di Sicilia e dell’anno cinquecentoventotto (1133); il qual regio manto, per dono di alcun re di Sicilia o rapina di Arrigo VI, andò in Germania; ed è serbato ora a Vienna tra le reliquie del defunto impero di Carlomagno. Sappiamo dalla storia come quell’opificio fosse stato rifornito, il millecenquarantasette, di belle corinzie e tebane, e durasse in fiore nel centottanta, quando l’eunuco prepostovi diceva all’orecchio [al geografo arabo di Spagna] Ibn-Giobair che le giovani musulmane del suo ovile tiravano spesso all’islam lor compagne di nazione franca. Sembra da ciò che Ruggiero abbia voluto onestare con quel nome l’harem della reggia. Da lui o da’ successori fu anco usato l’ombrello di gala, ad imitazione dei califi fatemiti.
Alla corte musulmana rispondean gli usi orientali della cancelleria arabica, distinta, com’e’ mi sembra, dalla cancelleria latina, e addetta a trattar le faccende degli antichi abitatori, sì come la latina quelle de’ coloni. Mentre quest’ultima usava il linguaggio latino, la data dell’èra volgare, e il suggello co’ titoli occidentali, l’altra cancelleria adoperava or il greco or l’arabico, secondo le genti, e talvolta l’una e l’altra lingua insieme. In testa de’ rescritti arabici o bilingui non soscritti di propria man di Ruggiero, si ponea all’uso musulmano lo ’alâma, ossia il motto trascelto da ciascun principe e scritto della man di segretario apposito, con che si dava autenticità al diploma. Lo ’alâma di Ruggiero fu El hamd lillah sciakran linia’mih ossia “Lode a Dio per riconoscenza de’ suoi benefizii”. Copiando un po’ i principi Musulmani e un po’ i Bizantini, Ruggiero si fece intitolare ne’ diplomi El malek el mo’adzdzam el kadîs o diremmo noi “Il re venerando e santo” e nelle monete, or El malek el mo’adzdzam el mo’tazz billah, ossia “Il re venerando, esaltato per favor di Dio”, ora Nâsir en nasrâniah che suona “Difensor del Cristianesimo”. Né altrimenti par lo addimandassero in corte; sendo detto egli da Edrisi “il re venerando, Ruggiero, esaltato da Dio, possente per divina virtù, re di Sicilia, Italia, Lombardia, Calabria, (sostegno dello) imâm di Roma, difensore della religione cristiana”; e chiamata El-mo’tazzia, dal poeta Abd-er-Rahman da Trapani, la regia villa di Mare-dolce presso Palermo. Nei diplomi della cancelleria bilingue soscrisse Ruggiero sempre in greco, rendendo que’ titoli di conio orientale con la formola “Ruggiero in Cristo Dio, religioso e possente re, difensore dei Cristiani”, e quest’ultimo attributo si ritrova anco tradotto nell’intitolazione di alcun diploma latino. Si scorge infine dalle monete e dall’uso degli scrittori arabi contemporanei, che Ruggiero, intitolatosi secondo di tal nome pria ch’ei prendesse la corona reale, continuò sempre a distinguersi dal padre con quella appellazione, ancorché ei fosse stato il primo re.
Non pensava forse Ruggiero che il passatempo della scienza gli avesse a fruttar tanta gloria, quanto le assidue cure dello Stato e le fatiche della guerra. E pur l’Europa civile, se in oggi non ha scordato del tutto il fondatore della monarchia siciliana, onora assai più il dotto principe, al quale è dovuta la maggiore opera geografica del medio evo. Differendo a trattare il pregio di cotesta opera nella rassegna scientifica e letteraria del presente periodo, noi qui toccheremo della parte che torni a ciascuno de’ due creduti autori: Edrisi, sotto il cui nome corre in oggi il libro, e il re al quale l’attribuirono gli eruditi musulmani chiamandolo “Il libro di Ruggiero” oltre il titolo proprio, ch’è “Il sollazzo di chi ama a girare il mondo”.
Edrisi descrive la formazione dell’opera con particolari di gran momento. Ei dice dottissimo il re nelle scienze “astruse e nelle operative” ossia le matematiche e le dottrine dell’amministrazione pubblica; e che in cotesti due rami di sapere “egli creò modi novelli maravigliosi e inventò peregrini trovati”. Allargato il regno, “ei volle sapere con precisione e certezza le condizioni di ciascun paese soggetto: quali fosserne i confini e le vie di comunicazione per terra e per mare; a qual clima appartenesse, quali mari lo bagnassero, quai golfi vi si aprissero. Volle conoscere, altresì, ogni altro paese e regione de’ sette climi ideati da’ filosofi e determinati da’ narratori e da’ compilatori in loro pergamene e ricercar volle quanta parte di ciascuno Stato entrasse in ciascun clima”. Nominati poi dodici trattati geografici, tra d’antichi e d’arabi, che furono raccolti per comando di Ruggiero, continua Edrisi “che in tutti si notarono discrepanze, omissioni ed errori; e che i geografi, chiamati apposta e interrogati dal re, non ne sapeano più che i libri. Egli allor fece venire da ogni parte de’ suoi dominii uomini esperti ed usi a’ viaggi, e ordinò che interrogati per un suo ministro, tutti insieme e poi spicciolati, si tenesser buoni i ragguagli ne’ quali ciascun s’accordava e si rigettassero gli altri. Durò quindici anni cotesta esamina; nel qual tempo non passò giorno che il re non vegliasse sul lavoro, non pigliasse conto de’ ragguagli raccolti e non facesse opera ad appurarli. Indi ei volle vedere se tornassero precisamente le distanze su le quali s’erano accordate le relazioni. Fe’ recar dunque una tavola graduata e trasportarvi col compasso, ad una ad una, quelle distanze; tenendo anco sott’occhio i libri citati dianzi e ponderando le opinioni diverse: e tanto studiò sul complesso di quei dati, ch’egli arrivò a determinare le vere posizioni. Fe’ allor gittare, di puro argento, un gran disco diviso in segmenti, che pesò quattrocento rotl italici, di cento dodici dirhem ciascuno, e fevvi incidere i sette climi con le loro regioni e paesi, le marine e gli altipiani, i golfi, i mari, le fonti, i fiumi, le terre abitate e le disabitate, le strade battute, con lor misure in miglia, le distanze (marittime) e i porti: nella quale incisione fu copiato per filo e per segno il planisfero delineato già nella tavola. Ordinò in ultimo si compilasse una descrizione corrispondente alle figure della mappa, aggiuntovi le condizioni di ciascun paese e contado: la natura organica, il suolo, la postura, la configurazione, i mari, i monti, i fiumi, le terre infruttifere, i cólti, i prodotti agrarii, le varie maniere di edifizii, i monumenti, gli esercizii degli uomini, le arti che fiorissero, le merci che introducessero o si traesser fuori, le meraviglie raccontate e le supposte; e in qual clima giacesse il paese ed ogni qualità degli abitatori: sembiante, indole, religioni, ornamenti, vestire, lingua”. I manoscritti, che ci han dato il testo fin qui con poco divario, si discostano venendo alla intitolazione di Nozhat el Mosctâk, la quale, secondo un codice, fu messa da Edrisi, ma gli altri due, e tra questi il più prossimo all’originale, riferisconla a Ruggiero stesso; poscia tutti d’accordo notano quella che noi diremmo pubblicazione, fatta nella prima metà di gennaio millecencinquantaquattro, che è a dir cinque o sei settimane innanzi la morte del re.
La quale sendo avvenuta dopo lunga infermità, possiamo supporre che Edrisi abbia affrettato ed anco precipitato il lavoro da presentare, e che per tal cagione quello sia venuto fuori men corretto, che non portasse il disegno e non permettessero i mezzi del re. Ma di ciò meglio a suo luogo. Fatta intanto nelle parole d’Edrisi la tara dell’adulazione e della rettorica, ognun vi legge che il dotto affricano stese la descrizione, dopo avere raccolte e coordinate le relazioni orali e confrontatele, se si voglia, coi trattati di geografia; ch’ei forse die’ consigli sugli studii da fare e sul metodo; ma che il concetto, l’impulso, l’ordinamento e perché no? un’assidua cooperazione, si deve a Ruggiero, nella cui mente le tradizioni musulmane si univano alle bizantine ed alle latine, al genio cosmopolita dei Normanni ed alla curiosità statistica del principe e del capitano. Tornando anco a ciò i ragguagli del Sefedi. Ruggiero o Uggiero, egli dice, amando le dottrine filosofiche dell’antichità, fece venir dall’Adwa [, ovvero dalla regione costiera nordafricana che va da Tunisi a Capo Spartel] lo sceriffo Edrisi; indusselo a stanziare appo di lui e fuggir i pericoli che la sua nascita regia gli attirava ne’ paesi musulmani d’Occidente; Ruggiero gli assegnò entrate da principe; l’onorò tanto che solea levarsi quand’egli veniva a corte e andargli incontro e metterselo a sedere allato. La prima cosa, costruì Edrisi pel re una grande sfera armillare d’argento e n’ebbe in guiderdone de’ milioni. “Ruggiero poscia si consultò con Edrisi intorno i migliori modi d’appurare i ragguagli geografici con certezza, non già copiando libri; ed entrambi consentirono in questo, che si avesse a mandare apposta per tutti i paesi di levante e di ponente uomini sagaci e dotti, accompagnati da disegnatori, a fin di ritrarre la figura d’ogni cosa notevole. E il re mandolli di fatto: i quali come riportavano lor disegni, così Edrisi li verificava; e compiuta che fu la raccolta, ei distese la compilazione intitolata Nozhat”. Opera collettiva questa fu dunque, lavoro d’una specie d’accademia istituita da Ruggiero nella corte di Palermo, preseduta da lui stesso; e il rampollo degli ultimi califi di Cordova n’era il Segretario perpetuo, se ci sia permesso dar nomi nuovi e precisi a un abbozzo del medio evo. Ognun poi vede che appo i letterati musulmani, Edrisi dovea a poco a poco ecclissare Ruggiero, ancorché di questi rimanesse pure onorato ricordo. Non essendo stato il libro, per la intempestiva morte del re, tradotto in latino, l’Europa l’ha riavuto dopo cinque, anzi sette secoli, col nome del compilatore che forse gli rimarrà per sempre. E così è avvenuta al regio autore fortuna contraria a quella de’ Grandi d’oggidì, che fan lavorare altrui e voglion per sé la lode.
Quando verremo a trattare particolarmente la storia letteraria di cotesto periodo, noteremo altre vestigie dell’accademia rogeriana e delle dotte elucubrazioni del re, bastandoci qui far cenno degli uomini e delle opere che vi si riferiscono. Oltre l’Edrisi, veggiamo nella reggia di Palermo Abu-s-Salt-Omeia da Denia, medico, meccanico, astronomo, dotto della scienza che gli antichi addimandavan la musica, poeta e cronista; il quale girando, come soleano i letterati Musulmani, per tutte le corti amiche agli studii, passò dal Cairo a Mehdia, prima che la fosse occupata da’ Siciliani. Diverso da costui par sia stato l’autore dell’orologio ad acqua, congegnato per comando di Ruggiero, come attesta una lapide trilingue della Cappella palatina di Palermo e una notizia trasmessaci dal cosmografo Kazwini. Credo si debba a incoraggiamento del re la versione latina dell’Ottica di Tolomeo, fatta dall’ammiraglio Eugenio, sopra una versione arabica del testo greco e sì la versione delle Profezie della Sibilla Eritrea, tradotte, come dissero, dal caldaico in greco per opera di un Doxopatro, e lo stesso Eugenio voltolle dal greco in latino. Il quale Doxopatro sembra il Nilo venuto a corte da Ruggiero da Costantinopoli, autore del famoso libro su le sedi patriarcali; molestissimo al papa, come quello che dimostrò aver la sede di Roma preso il primato in Cristianità perché la città era capital dell’impero, e averlo perduto di diritto con la traslazione a Costantinopoli; e i vescovi di Sicilia essere stati soggetti al patriarca bizantino, fino al conquisto del Conte Ruggiero.
Come certe malattie, così corrono in ciascun secolo certe aberrazioni di mente, dalle quali raro avvien che campino i sommi ingegni: di che abbiam cento esempii antichi e odierni. Ruggiero, tra gli altri, credette alle scienze occulte. Narra il Dandolo che un famigerato astrologo inglese, richiesto dal re, gli facea trovare le ossa di Virgilio nel masso della collina presso Napoli e ch’ei comandava di riporle nel Castel dell’Uovo, sperando costringere a suo bell’agio con gli scongiuri l’ombra del Mantovano, sì che gli rivelasse tutta l’arte della negromanzia. Attesta del paro Ibn-el-Athîr cotesti vaneggiamenti del re, con tal racconto che ritrae al vivo una scena della reggia palermitana. Sedendo un giorno il re co’ suoi intimi in una loggia che guardava il mare, fu visto entrare un legnetto reduce dalla costiera d’Affrica; dal quale si seppe che l’armata del re avea fatta sanguinosa scorreria ne’ dintorni di Tripoli. Sedeva allato a Ruggiero un dotto e pio musulmano, onorato da lui sopra ogni altro uom della corte e preferito a’ suoi preti ed a’ suoi monaci, tanto che bucinavano essere il re né più né men che musulmano. Or parendo che il barbassoro non avesse posta mente alle nuove di Tripoli, “hai tu inteso?” interrogollo Ruggiero; e saputo che no, ricontò il fatto e domandò per celia “dove era dunque Maometto quando i Cristiani acconciarono così il popol suo?” – “Vuoi ch’io tel dica davvero? rispose il musulmano: egli era alla presa di Edessa, dove in quell’ora medesima e in quel punto irrompeano i Credenti”. E i Cristiani a scoppiar dalle risa. Ma Ruggiero, rifatto serio in volto, li ammonì non pigliasser la cosa a gabbo, ché quel savio non avea mai fatta predizione che non si avverasse. Ed a capo di alquanti giorni si riseppe che Zengui, il padre di Norandino, aveva occupata Edessa. Mi viene in mente che quel savio sia stato forse lo stesso Edrisi.
Non poteano mancare, in corte così fatta, i poeti arabi. Ancorché i bacchettoni musulmani, compilatori d’antologie, abbiano soppressi di molti versi, massime que’ che più ci premerebbe di leggere, abbiam pure alcuni frammenti di kasîde, presentate a Ruggiero da Abd-er-Rahman-ibn-Ramadhan di Malta, dal filologo Abu-Hafs-Omar, da ’Isa-ibn-Abd-el-Moni’m, da Abd-er-Rahman di Butera, da Ibn-Bescirûn di Mehdia e da ’Abd-er-Rahman di Trapani; de’ quali i primi due, perseguitati, imploravano la clemenza del re; il terzo volea consolarlo della morte del figliuolo; e gli ultimi lodavan il regio Mecenate, descrivendo il sontuoso palagio, le ville e il viver lieto della corte, dove solean girare, colme di biondo vino, le coppe, e il suono della lira accompagnar la voce di cantori, paragonati ai più celebri della corte omeiade di Damasco.
Il genio di civiltà, che risplende nella vita tutta di re Ruggiero, si scerne ancora in que’ monumenti suoi che il tempo ha rispettati: la cattedrale di Cefalù, la Cappella palatina di Palermo, il Monastero di San Giovanni degli Eremiti nella stessa città, i sepolcri di porfido del Duomo palermitano e qualche iscrizione arabica dove occorre il suo nome. D’altri edifizii ch’egli innalzò abbiam qualche avanzo da poterne argomentare la eleganza o la magnificenza: voglio dire la villa della Favara, ossia Maredolce, e quella dell’Altarello di Baida: entrambe alle porte di Palermo. I cronisti finalmente e i diplomi ci ragguagliano di parecchi altri monumenti edificati per suo comando; come sarebbe una parte della reggia di Palermo e il Monastero del Salvatore di Messina, de’ quali non è agevole scorgere ora i vestigii tra le costruzioni sovrapposte. Di certo Ruggiero non creò tutte le arti che fiorivano in Sicilia fin da’ tempi musulmani, ma le ristorò dopo le vicende della guerra, ed altre ne promosse per lo primo: v’ha di certo nei monumenti siciliani della prima metà del secolo l’impronta d’un intelletto superiore che raccolse, dispose e riformò. La mole, le graziose e nuove proporzioni, la leggiadria e ricchezza degli ornamenti, rivelano unità di concetto, sentimento del bello, altezza d’animo e profusione di danaro, da confermare che il primo re normanno di Sicilia fu possente e grande in ogni cosa.
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Michele Amari, Storia dei musulmani in Sicilia.
Compare in
Ruggero II; Regno di Sicilia; Normanni; Amari, Michele
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