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Nell'estratto che segue, parte della sua dotta Storia dei musulmani in Sicilia, lo storico Michele Amari, siciliano, ricostruisce le conquiste normanne in Italia a partire dal 1017, e in particolare le imprese dei tre figli di Tancredi di Altavilla: Guglielmo, conte di Puglia; Roberto il Guiscardo, duca di Puglia e di Calabria; e Ruggero, che conquistò la Sicilia stabilendovi la sua dominazione e quella dei suoi eredi. Soldati di ventura, questi condottieri si inserirono nelle contese feudali dell'Italia meridionale, divenendo nel giro di una ventina d'anni signori di vasti territori, che seppero governare con una politica accorta e tollerante.
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I primi Normanni, capitati di qua dalle Alpi nell’anno 1017 per le pratiche del principe di Salerno, costituiti in compagnie o squadroni, di cui fanno parte anche militi della Italia Settentrionale, specialmente della Lombardia, si pongono al soldo di Salerno, di Montecassino, di Capua, di Napoli. Combattono ora contro i Bizantini, ora ai loro stipendi; e con essi partecipano alle spedizioni contro i Musulmani di Sicilia, fino a quando, trattati male ed offesi (com’era insolente costume dei funzionari imperiali), se ne separano ostilmente, facendo ritorno in terraferma. — In capo a qualche decennio, i loro condottieri da soldati di ventura finiscono col divenire signori territoriali. Il primo a salire in potenza fu Rainolfo, che fondò Aversa (1029) e fu chiamato Conte, ottenendone poi la solenne investitura da Corrado il Salico. Ma a ben maggiore altezza si levarono i figliuoli di un Tancredi, signore della piccola terra di Hauteville nel Cotentino, “provincia normanna più che nessun’altra di Normandia”. Dapprima si segnalò per riputazione nelle armi e per numero di aderenti Guglielmo, detto Braccio di ferro, che assunse il titolo di Conte di Puglia; seguì Roberto il Guiscardo, che, dopo la morte del fratello, assunse egli il titolo di Conte di Puglia, ma fu poi dal Papa Niccolò II investito, col titolo di Duca, della signoria e di Puglia e di Calabria; e, finalmente, il più giovane dei fratelli, Ruggiero, prima alla dipendenza di Roberto, poi da solo, compì la conquista della Sicilia e vi stabilì la potente dominazione sua e della sua dinastia.
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Ruggiero, ultimo figlio di Tancredi, passò in Italia verso il millecinquantasei, giovane di venticinque anni o in quel torno, grande, ben complesso, di bell’aspetto, facil parola, coraggio a tutta prova, animo vago di lode, ambizioso per tanti esempii di sua casa e nazione, turbolento, ma aperto e liberale, scevro dei vizii capitali di Roberto, suo pari forse in guerra, savio nelle cose di Stato, senza quegli alti voli che sapea spiccare il Guiscardo. Il quale promosso a conte di Puglia, ricominciata dopo breve spazio l’impresa di Calabria, e fatta invano una punta infino a Reggio (1056), era tornato in Puglia, quando gli parve di tentar con poche forze nuovo colpo, tra quelle popolazioni spicciolate, discordi, disubbidienti all’impero bizantino: verghette agevoli a spezzare, poiché lor nojava di stringersi in fascio. Manda Ruggiero con sessanta cavalli (1057) sugli estremi gioghi meridionali dell’Appennino; e quegli compie da maestro l’usata fazione normanna, del piantarsi in un ridotto su le alture e dare il guasto giù nei piani: talché tutta la val di Saline presso il Capo dell’Armi si sottomesse alla signoria feudale di Roberto. Con giovanil probità, Ruggiero gli consegnava il danaro rubato: con sagacità lo consigliava sopra un nuovo sforzo che s’apprestò contro Reggio; e andativi entrambi, Ruggiero con audaci scorrerie provvide l’esercito di vittuaglie; ma resistendo forte i cittadini e sopravvenuto l’inverno, l’assedio fu sciolto. Allora nacque discordia tra i fratelli, lagnandosi Ruggiero che Roberto per avarizia e invidia male assai lo rimeritasse; ond’ei s’accostò all’altro fratello Guglielmo conte di Principato, fatto anch’egli nimico di Roberto, al quale recarono molestia con depredazioni e scaramucce; poi rappattumati, Ruggiero tornava agli stipendii del duca con quaranta cavalli; e tosto non vedendogli snocciolar moneta, se n’andava e ripigliava le scorrerie. A Melfi, il giovane incapricciatosi dei cavalli di un vicino, li avea rubati di notte con un di sua masnada per nome Blettiva, maestro di furti; e di lì a poco saputo di certi mercatanti che viaggiavano da Amalfi a Melfi, li appostò, spogliò e taglieggiò, e col danaro accrebbe la compagnia fino a cento uomini. Ma entrato l’anno millecinquantotto e straziata la Calabria dalle genti di Roberto, da una pestilenza e da orribil fame, le popolazioni sottomesse alla signoria normanna si levarono; trucidarono intere compagnie: onde Roberto si consigliava di tramutar di Puglia in Calabria, dal campo nemico al suo proprio, il lioncello ch’avea messo tal giubba in due anni. E gli interessi raccendeano subitamente l’amore fraterno. Roberto concedeva a Ruggiero la metà dei territorii acquistati e da acquistarsi nell’estrema Calabria. Fermata la sede a Mileto, Ruggiero, del millecinquantanove, soggiogò la più parte del paese; conciò male due vescovi, greci al certo, che gli vennero incontro armati in Val di Saline; balzò in Capitanata insieme con Roberto e fece cavar gli occhi a un altro Normanno che s’era ribellato contro il fratello Goffredo; tornò con Roberto in Calabria per far una scorreria fino a Reggio (1059) ed apprestaronsi a maggior guerra. E in vero, del millesessanta, Roberto, raccolto quasi un esercito e preso con seco Ruggiero, calò a Reggio nel mese di luglio, e dopo molti combattimenti, nei quali il giovane si segnalò come in tutta la sua vita, i valorosi cittadini furon chiusi dentro le mura, piantate le macchine a far la breccia; sì che Reggio esausta s’arrese a patti, riconoscendo signore il duca. Il quale mentre assestava la città, Ruggiero soggiogò le castella vicine, fuorché Squillaci; e anch’essa, dopo qualche mese, aprì le porte.
In venti anni [...] le compagnie di Normanni e Italiani s’erano impadronite della vasta provincia bizantina. Salerno, che fu prima a chiamarle e sempre le favorì, divenuta era difatto lor tributaria, e i principi imparentati per forza con casa Hauteville. Non van contati i piccioli Stati: Napoli mezza libera; Benevento carpita dal papa; Monte Cassino badia o feudo, non si sapeva; Amalfi presa e lasciata da Salerno. La casa di Aversa, congiunta per matrimonii con gli Hauteville e coi principi di Salerno, stava per dar di piglio al principato di Capua ed a Gaeta. Della dominazione lombarda rimaneva a Salerno appena il nome, che sparve tra non guari (1077). Con ciò la compagnia, mutando ordini a poco a poco, da federazione ch’era di venturieri trapassava a nobiltà territoriale, vassalla la maggior parte di Roberto di Hauteville, la minore di Riccardo d’Aversa: e le due novelle dinastie, riconosciuta la sovranità feudale, prima di Salerno, poi degli imperatori germanici, le aveano disdette entrambe, acconciandosi in quella del papa. Garbuglio di dritto pubblico, se dritto si dovesse cercare in quel periodo, tra la fermentazione degli elementi onde poi s’aggranellò un reame, non conquistato da un popolo sopra un altro, non riformato per movimento nazionale, né religioso, né sociale, ma per una rivoluzione mista di tutti que’ modi. I soldati mercenarii che fecero trionfare dopo mezzo secolo la ribellione di Melo [nobile barese], longobarda, latina ed aristocratica, usurparono la dominazione coi suoi frutti sopra i Bizantini e sopra gli abitatori ad un paro. Nella lunga e varia guerra, i venturieri furon costretti a mutar sovente i patti tra loro stessi, con le popolazioni soggiogate o confederate e coi principi vicini; e il duca di Puglia, che s’innalzò tra quelle vicende, non venne a capo d’allargarsi in Calabria e quindi in Sicilia, senza la spada d’un altro condottiere; onde nacquero nuovi piati e andirivieni, finché Roberto Guiscardo, correndo ad altre ambizioni, morì in Grecia (1085), e primeggiò in casa di Hauteville il conte Ruggiero signor della Sicilia. Infino a quel dì non vi ebbe dritto pubblico propriamente detto nell’Italia dal Garigliano a Trapani, se non che patti temporanei, i quali ben si assomiglierebbero a [quelli vichinghi] sotto gli Hastings e i Roll.
E come i compagni di Roll, così i Normanni in Italia, in lor vita da masnadieri, mostrarono splendidamente le virtù che fondano gli Stati. Virtù di guerra, la quale s’apprese immantinenti agl’Italiani entrati nelle compagnie; poiché non istà nella forza e nel coraggio, comuni alla più parte degli uomini, ma negli ordini, nello esercizio, nella fidanza singolare e collettiva dei combattenti, nell’onor militare, nella tradizione delle vittorie. Prudenza civile adattata a quegli umili principii: attirar sotto lor bandiere forti Italiani; accomunarli d’interessi ai Normanni; trovare partigiani nelle città; vezzeggiare ed arricchire il clero; divider opportunamente i furti; non sperperare la parte propria, ma ammontarla col capitale comperando nuovi uomini e nuove armi; tosare i sudditi senza lasciarli ignudi al tutto; azzuffarsi tra loro al partaggio e fin venire alle armi, ma rifar l’amistà e la fratellanza come se nulla fosse stato, quando i popoli si sollevano incoraggiati da quella discordia. Tali erano i condottieri normanni. Pieghevoli alle usanze del paese, fermatavi per sempre la dimora, e pochi di numero, non sembravano reggimento straniero; l’Italia meridionale godea sotto di loro la independenza e un governo men molesto, sì che non meritava odio e molto meno disprezzo.
Arrivati quegli avventurosi uomini a Reggio, non si potea far che non agognassero al ben di Dio che si stendea sotto gli occhi loro di là dallo Stretto. Roberto lo vagheggiava tanto che ne avea già accattata dal papa la concessione eventuale; Ruggiero, al dir del suo storiografo, ardea della brama di guadagnarvi meriti spirituali e temporali acquisti. Né si potea far che i Normanni non fossero chiamati in Sicilia da Musulmani cui costrignesse cieco furor di parte, da Cristiani levati a subita speranza del riscatto.
Michele Amari, Storia dei musulmani in Sicilia.
Compare in
Roberto il Guiscardo; Ruggero I; Amari, Michele; Normanni
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