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Ariosto: Satira I

Satira I

Composta nel 1517, la prima Satira di Ludovico Ariosto è indirizzata al fratello Alessandro e spiega i motivi per cui il poeta ha rifiutato di seguire il cardinale Ippolito d’Este, presso cui era al servizio dal parecchi anni, nella nuova diocesi di Agria, in Ungheria: è l’occasione ideale per tracciare il migliore autoritratto morale dell’autore del Furioso. La tradizione ha tramandato la figura di Ariosto come una personalità svagata e rinunciataria nei riguardi del mondo che lo circonda, come un letterato pigro e contemplativo: è certo questo più il frutto di una semplicistica idealizzazione, in parte condizionato dal codice letterario scelto, ispirato al modello oraziano delle Epistulae, vero manifesto di oziosa, scettica e disillusa riservatezza. In realtà, come si può vedere dagli stralci tratti dalla Satira I, Ariosto osserva e giudica, con la ben nota ironia, una realtà che ben conosce, e proprio per questo ne rifiuta i valori dominanti. Ecco quindi immaginarsi l’ira del cardinale nei suoi confronti, contornata dal biasimo corale dello stuolo di cortigiani (vv.4-18), oppure le scene comiche e grottesche degli “interni surriscaldati” (vv. 34-60) e delle miserie indecorose del servizio (vv. 91-120), fino all’orgogliosa chiusa con la quale dichiara che alla servitù preferirà una più dignitosa povertà (217-246).

Io desidero intendere da voi,
Alessandro fratel, compar mio Bagno,
s'in corte è ricordanza più di noi;

se più il signor me accusa; se compagno
5 per me si lieva e dice la cagione
per che, partendo gli altri, io qui rimagno;

o, tutti dotti ne la adulazione
(l'arte che più tra noi si studia e cole),
l'aiutate a biasmarme oltra ragione.

10 Pazzo chi al suo signor contradir vole,
se ben dicesse c'ha veduto il giorno
pieno di stelle e a mezzanotte il sole.

O ch'egli lodi, o voglia altrui far scorno,
di varie voci subito un concento
15 s'ode accordar di quanti n'ha dintorno;

e chi non ha per umiltà ardimento
la bocca aprir, con tutto il viso applaude
e par che voglia dir: 'anch'io consento'.

Ma se in altro biasmarme, almen dar laude
20 dovete che, volendo io rimanere,
lo dissi a viso aperto e non con fraude.

Dissi molte ragioni, e tutte vere,
de le quali per sé sola ciascuna
esser mi dovea degna di tenere.

25 Prima la vita, a cui poche o nessuna
cosa ho da preferir, che far più breve
non voglio che 'l ciel voglia o la Fortuna.

Ogni alterazione, ancor che leve,
ch'avesse il mal ch'io sento, o ne morei,
30 o il Valentino e il Postumo errar deve.

Oltra che 'l dicano essi, io meglio i miei
casi de ogni altro intendo; e quai compensi
mi siano utili so, so quai son rei.

So mia natura come mal conviensi
35 co' freddi verni; e costà sotto il polo
gli avete voi più che in Italia intensi.

E non mi nocerebbe il freddo solo;
ma il caldo de le stuffe, c'ho sì infesto,
che più che da la peste me gli involo.

40 Né il verno altrove s'abita in cotesto
paese: vi si mangia, giuoca e bee,
e vi si dorme e vi si fa anco il resto.

Che quindi vien, come sorbir si dee
l'aria che tien sempre in travaglio il fiato
45 de le montagne prossime Rifee?

Dal vapor che, dal stomaco elevato,
fa catarro alla testa e cala al petto,
mi rimarei una notte soffocato.

E il vin fumoso, a me vie più interdetto
50 che 'l tòsco, costì a inviti si tracanna,
e sacrilegio è non ber molto e schietto.

Tutti li cibi sono con pepe e canna
di amomo e d'altri aròmati, che tutti
come nocivi il medico mi danna.

55 Qui mi potreste dir ch'io avrei ridutti,
dove sotto il camin sedria al foco,
né piei, né ascelle odorerei, né rutti;

e le vivande condiriemi il cuoco
come io volessi, et inacquarmi il vino
60 potre' a mia posta, e nulla berne o poco.

Dunque voi altri insieme, io dal matino
alla sera starei solo alla cella,
solo alla mensa come un certosino?

Bisognerieno pentole e vasella
65 da cucina e da camera, e dotarme
di masserizie qual sposa novella.

Se separatamente cucinarme
vorà mastro Pasino una o due volte,
quattro e sei mi farà il viso da l'arme.

70 S'io vorò de le cose ch'avrà tolte
Francesco di Siver per la famiglia,
potrò matina e sera averne molte.

S'io dirò: 'Spenditor, questo mi piglia,
che l'umido cervel poco notrisce;
75 questo no, che 'l catar troppo assottiglia'

per una volta o due che me ubidisce,
quattro e sei mi si scorda, o, perché teme
che non gli sia accettato, non ardisce.

Io mi riduco al pane; e quindi freme
80 la colera; cagion che alli dui motti
gli amici et io siamo a contesa insieme.

Mi potreste anco dir: 'De li tuoi scotti
fa che 'l tuo fante comprator ti sia;
mangia i tuoi polli alli tua alari cotti'.

85 Io, per la mala servitude mia,
non ho dal Cardinale ancora tanto
ch'io possa fare in corte l'osteria.

Apollo, tua mercé, tua mercé, santo
collegio de le Muse, io non possiedo
90 tanto per voi, ch'io possa farmi un manto.

'Oh! il signor t'ha dato...' io ve 'l conciedo,
tanto che fatto m'ho più d'un mantello;
ma che m'abbia per voi dato non credo.

Egli l'ha detto: io dirlo a questo e a quello
95 voglio anco, e i versi miei posso a mia posta
mandare al Culiseo per lo sugello.

Non vuol che laude sua da me composta
per opra degna di mercé si pona;
di mercé degno è l'ir correndo in posta.

100 A chi nel Barco e in villa il segue, dona,
a chi lo veste e spoglia, o pona i fiaschi
nel pozzo per la sera in fresco a nona;

vegghi la notte, in sin che i Bergamaschi
se levino a far chiodi, sì che spesso
105 col torchio in mano addormentato caschi.

S'io l'ho con laude ne' miei versi messo,
dice ch'io l'ho fatto a piacere e in ocio;
più grato fòra essergli stato appresso.

E se in cancellaria m'ha fatto socio
110 a Melan del Constabil, sì c'ho il terzo
di quel ch'al notaio vien d'ogni negocio,

gli è perché alcuna volta io sprono e sferzo
mutando bestie e guide, e corro in fretta
per monti e balze, e con la morte scherzo.

115 Fa a mio senno, Maron: tuoi versi getta
con la lira in un cesso, e una arte impara,
se beneficii vuoi, che sia più accetta.

Ma tosto che n'hai, pensa che la cara
tua libertà non meno abbi perduta
120 che se giocata te l'avessi a zara;

(…)
Io son de dieci il primo, e vecchio fatto
di quarantaquattro anni, e il capo calvo
da un tempo in qua sotto il cuffiotto appiatto.

220 La vita che mi avanza me la salvo
meglio ch'io so: ma tu che diciotto anni
dopo me t'indugiasti a uscir de l'alvo,

gli Ongari a veder torna e gli Alemanni,
per freddo e caldo segui il signor nostro,
225 servi per amendua, rifà i miei danni.

Il qual se vuol di calamo et inchiostro
di me servirsi, e non mi tòr da bomba,
digli: 'Signore, il mio fratello è vostro'.

Io, stando qui, farò con chiara tromba
230 il suo nome sonar forse tanto alto
che tanto mai non si levò colomba.

A Filo, a Cento, in Arïano, a Calto
arriverei, ma non sin al Danubbio,
ch'io non ho piei gagliardi a sì gran salto.

235 Ma se a voglier di novo avessi al subbio
li quindici anni che in servirlo ho spesi,
passar la Tana ancor non starei in dubbio.

Se avermi dato onde ogni quattro mesi
ho venticinque scudi, né sì fermi
240 che molte volte non mi sien contesi,

mi debbe incatenar, schiavo tenermi,
ubligarmi ch'io sudi e tremi senza
rispetto alcun, ch'io moia o ch'io me 'nfermi,

non gli lasciate aver questa credenza;
245 ditegli che più tosto ch'esser servo
torrò la povertade in pazïenza.

Uno asino fu già, ch'ogni osso e nervo
mostrava di magrezza, e entrò, pel rotto
del muro, ove di grano era uno acervo;

250 e tanto ne mangiò, che l'epa sotto
si fece più d'una gran botte grossa
fin che fu sazio, e non però di botto.

Temendo poi che gli sien péste l'ossa,
si sforza di tornar dove entrato era,
255 ma par che 'l buco più capir nol possa.

Mentre s'affanna, e uscire indarno spera,
gli disse un topolino: 'Se vuoi quinci
uscir, tràtti; compar, quella panciera:

a vomitar bisogna che cominci
260 ciò c'hai nel corpo, e che ritorni macro,
altrimenti quel buco mai non vinci'.

Or, conchiudendo, dico che, se 'l sacro
Cardinal comperato avermi stima
con li suoi doni, non mi è acerbo et acro

265 renderli, e tòr la libertà mia prima.

Altre risorse

Ludovico Ariosto, Satira I, vv. 1-120 e 217-246.

Compare in

Ariosto, Ludovico; Satira

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