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Boccaccio: Madonna Oretta

Madonna Oretta

Delle cento novelle del Decameron, questa è la cinquantunesima, il centro del libro. Ha inizio la sesta giornata, in cui si narrano storie di personaggi pronti a risolvere con un motto arguto, una battuta spiritosa, questioni intricate o scabrose. In questa novella madonna Oretta mette a tacere con un piacevole e discreto motto di spirito un maldestro narratore. In forma di grazioso apologo Boccaccio mostra i rischi e le difficoltà del racconto. La metafora è questa: la novella è come un cavallo che porta il lettore. Come la piacevolezza del viaggio dipende dall’andatura, passo, trotto o galoppo a seconda delle caratteristiche del percorso, allo stesso modo il piacere della lettura, o dell’ascolto, di un racconto dipendono dall’abilità del narratore nel saper tenere il ritmo giusto, senza ripetere le stesse cose più volte e senza importanti dimenticanze, e nell’adeguare le espressioni ai personaggi e alle azioni rappresentate. Un buon narratore – il maldestro cavaliere della novella ne incarna l’esatto contrario – deve tener conto dei tempi del racconto e dello stile del discorso.

Un cavaliere dice a madonna Oretta di portarla con una novella a cavallo, e mal compostamente dicendola, è da lei pregato che a piè la ponga.

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Giovani donne, come ne’ lucidi sereni sono le stelle ornamento del cielo e nella primavera i fiori de' verdi prati, e de' colli i rivestiti albuscelli, così de' laudevoli costumi e de' ragionamenti belli sono i leggiadri motti, li quali, per ciò che brievi sono, tanto stanno meglio alle donne che agli uomini, quanto più alle donne che agli uomini il molto parlar si disdice.

È il vero che, qual si sia la cagione, o la malvagità del nostro ingegno o inimicizia singulare che a’ nostri secoli sia portata da’ cieli, oggi poche o non niuna donna rimasa ci è, la qual ne sappi ne’ tempi opportuni dire alcuno, o, se detto l'è, intenderlo come si conviene: general vergogna di tutte noi. Ma per ciò che già sopra questa materia assai da Pampinea fu detto, più oltre non intendo di dirne. Ma per farvi avvedere quanto abbiano in sé di bellezza a’ tempi detti, un cortese impor di silenzio fatto da una gentil donna a un cavaliere mi piace di raccontarvi.

Sì come molte di voi o possono per veduta sapere o possono avere udito, egli non è ancora guari che nella nostra città fu una gentile e costumata donna e ben parlante, il cui valore non meritò che il suo nome si taccia. Fu adunque chiamata madonna Oretta, e fu moglie di messer Geri Spina; la quale per avventura essendo in contado, come noi siamo, e da un luogo a un altro andando per via di diporto insieme con donne e con cavalieri, li quali a casa sua il dì avuti avea a desinare, ed essendo forse la via lunghetta di là onde si partivano a colà dove tutti a piè d'andare intendevano, disse uno de' cavalieri della brigata: – Madonna Oretta, quando voi vogliate, io vi porterò, gran parte della via che ad andare abbiamo, a cavallo, con una delle belle novelle del mondo.

Al quale la donna rispose: – Messere, anzi ve ne priego io molto, e sarammi carissimo.

Messer lo cavaliere, al quale forse non stava meglio la spada allato che 'l novellar nella lingua, udito questo, cominciò una sua novella, la quale nel vero da sé era bellissima; ma egli or tre e quattro e sei volte replicando una medesima parola, e ora indietro tornando, e talvolta dicendo: – Io non dissi bene – e spesso ne’ nomi errando, un per un altro ponendone, fieramente la guastava; senza che egli pessimamente, secondo le qualità delle persone e gli atti che accadevano, proffereva. Di che a madonna Oretta, udendolo, spesse volte veniva un sudore e uno sfinimento di cuore, come se inferma fosse stata per terminare; la qual cosa poi che più sofferir non poté, conoscendo che il cavaliere era entrato nel pecoreccio, né era per riuscirne, piacevolmente disse: – Messere, questo vostro cavallo ha troppo duro trotto; per che io vi priego che vi piaccia di pormi a piè.

Il cavaliere, il qual per avventura era molto migliore intenditore che novellatore, inteso il motto, e quello in festa e in gabbo preso, mise mano in altre novelle, e quella che cominciata avea e mai seguita, senza finita lasciò stare.

Giovanni Boccaccio, Decameron, giornata VI, novella I.

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Boccaccio, Giovanni; Racconto e novella; Decameron

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