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Amari: Gli Angioini e la "mala signoria" in Sicilia

Gli Angioini e la “mala signoria” in Sicilia

L'estratto che segue, parte dell'opera La guerra del Vespro siciliano (1842) dello storico Michele Amari, è il partecipato resoconto della decadenza della Sicilia sotto il 'tristo governo' degli Angioini. Carlo d'Angiò, ottenuta l'isola come feudo da papa Clemente IV, ne favorisce la marginalizzazione a beneficio di Napoli, e la impoverisce con una predatoria e sconsiderata politica fiscale.

Carlo conte di Angiò, ottenuti in feudo da Clemente IV “il reame di Sicilia e la terra che si stende tra lo Stretto di Messina e i confini degli Stati della Chiesa, eccetto Benevento”, muove contro Manfredi, il quale è sconfitto ed ucciso presso Benevento. Tenta la rivincita Corradino, a favore del quale insorgono i Ghibellini e sollevasi la Sicilia, dove i nobili, partigiani degli Svevi, avevano profonde radici; ma è vinto a Tagliacozzo e decapitato a Napoli. Carlo spegne la rivoluzione, in terraferma con rigore, in Sicilia con immanità; e dà inizio al suo tristo governo.

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Illustre fu dator di leggi l’imperator Federigo: ei dettò con senno e dottrina le forme d’applicarle, se non che mescolovvi l’ingordigia fiscale. Così gli ordini giudiziali pervennero al governo angioino; nel quale essendo avarizia maggiore, senz’alcuna altezza di consiglio, esso contaminò il buono di quegli ordini, il tristo ne accrebbe e i tempii d’Astrea fè bordelli. A magistrati affidolli, di que’ che sì ben allignano sotto la tirannide, e più venali allor erano, perché a’ giudici annuali delle terre, anzichè darsi stipendio, richiedeasi un diritto per la loro elezione. Strani decreti Carlo dettò secondo i parziali bisogni; ogni misura passò: ogni dritto confuse. E già dissi come a’ satelliti suoi la giustizia fosse strumento e non freno; onde suonano ipocrisia brutta quanti statuti ne restano, che fan sembiante di protegger persone e proprietà, manomesse da quelli a man salva. Leggiamo così i severi gastighi minacciati da un suo statuto agli occupatori dei beni altrui per frode o forza; né per volger di secoli ne ingannerà talmente re Carlo, che noi crediam dettata per tutti questa legge. Così ancora ci rivelano gli effetti del mal reggimento, non la cura o efficacia di quello, le promulgate leggi centro i rubatori di strada: che prove qualunque bastassero a condannarli; che le città o terre ristorassero de’ furti avvenuti in contado; che non armandosi gli abitatori a scacciare i masnadieri, il comune si componesse per danaro col fisco: le ville, le case rustiche sarebbero arse ove que’ trovassero asilo, o non si corresse a denunziarli. Verghe, marchio e bando pe’ furti infino al valore di uno agustale; infino a un’oncia, taglio della mano; oltre un’oncia, la morte. Applicavasi al fisco la terza parte de’ furti ricuperati. Una grossa multa in ragion della popolazione si riscuotea sulle terre, ove, seguìto un omicidio, il reo non si scoprisse; per la occultazione studiata, gastighi maggiori. E avvenìa che il Magistrato (giustiziere chiamavasi, e girava per tutta la provincia) intendendo il misfatto, correa, minacciava, investigava; addottogli l’accusato, negava di rilasciarlo sotto malleveria, ch’era beneficio della legge; ma strettoselo tra le ugne e pelatolo, l’assolveva spesso per corruzione; e il re ne godea, riscuotendo la multa sul comune, come per non trovato delinquente. Le prigioni di tal giustizia penale ognuno le immagini, e poi condanni d’esagerazione la rimostranza de’ Siciliani, che citammo di sopra! “Altri, essa dice, è inghiottito dall’abisso di perpetuo carcere, carcere non quale lo costruisce la giustizia o la severità stessa delle leggi a custodia, non a gastigo de’ malfattori. È vinta la umana immaginativa dagli errori ch’io vidi. Giace a Napoli sotto il pendìo d’immensa rupe una spelonca, fatta prigione da cotesti stranieri, tetra e negra oltre natura, flagellata sempre dal mare che la circonda, scrollata e minacciata dalle tempeste. Orrida è di torture, di supplizii, che mostrano a’ prigioni qual termine s’apparecchi a’ lor guai: un acerbo dolore ti trafigge all’udirvi gemiti, stridi, sospiri, aneliti de’ languenti in catene. Questo fu per tanti anni il covile de’ miseri abitanti del regno, il sollazzo de’ tiranni. Lo costruì il furor della spada: or passiamo alla fame dell’oro”, dice lo scritto e continua le maledizioni, meritate dal governo in cui la trasgressione delle leggi s’ammendava con la crudeltà. L’avarizia del fisco, la corruzione de’ magistrati, la rapacità de’ lor famigliari, moltiplicando, senza limite, que’ disordini, rendean prima sorgente di mali l’amministrazione, della giustizia, che del viver civile dev’esser legame e comodo primo.

La detta fin qui parrà mansuetudine e clemenza, al paragone della ferocia che si spiegava nelle accuse di maestà. Vinto Corradino, il dicemmo, orribilmente vendicossi il re; ma al superbo animo non bastava. Comandò che per volger di tempo non si lasciasse giammai la caccia de’ ribelli: presi, fossero tosto impiccati per la gola; alle forche con loro, chi pietoso li ricettasse; chi veggendoli non facesse la spia, ad arbitrio del re sarebbe punito. Leggiam de’ casi, e non par fossero i soli, ne’ quali il re fece catturare le mogli, i figli e le figliuole de’ ribelli nascosti o fuggiti, fosser anco baroni, militi o borghesi. Le terre ribellate una volta furono tassate di doppia colletta, vuol dir di due agostali a fuoco. Generali intanto e parziali inquisizioni criminali, sitibonde, infaticabili, inaccesse a pietà, si stendono sovr’ambo i reami; fanno a gara con le inquisizioni dell’azienda; alle persone miran dapprima, ai beni poi de’ sospetti; registrano sottilmente tutte le entrate; rintracciano le decorse; ai mobili dan di piglio. Tutto confisca il re: divide la preda co’ suoi; e loro assicura il mal dato con una prescrizione brevissima alle ragioni dei terzi su que’ beni. E i signori, in questo mezzo, trucidati credeano, o trafugavansi in esilio; scacciate dalle avite case le loro famiglie, nobili già e opulente, accattavan per Dio, o, dolor più acerbo, ivano supplici al re per alcuno scarso sussidio; e il re spesso lo ricusava; e spogliò d’ogni cosa le mogli che sovvenivano delle proprie sostanze gli esuli mariti. Questa, rabbia infine confondendo ogni principio, portò Carlo a una legge: che i figliuoli de’ rei di Stato non potessero maritarsi senza espressa licenza del re, quasi razza d’animali feroci da non lasciarsi riprodurre senza pericolo. Pari divieto, guidate dalla feudal ragione, stabiliron già le nostre leggi normanne per le eredi de’ feudi; usollo Federigo severamente; e a suo costume abusavalo re Carlo. Ma congiunti or quei due statuti, davano all’autorità pubblica l’assentir o vietare gran parte di matrimonii. Qui, perchè i feudi ricadano al fisco, re Carlo condanna a celibato perpetuo le eredi; qui, trapassandosi da abuso ad abuso, le più ricche o leggiadre donzelle sono sforzate a nozze con gli odiosi stranieri o coi loro vili partigiani; o se talvolta si concede il matrimonio con uomo italiano, si tolgono i beni. Natura, società, religione, i più santi legami violava quella insensata tirannide!

Nè d’un solo essa era; del principe era, de’ baroni, de’ seguaci, de’ partigiani suoi tutti. Supplivansi i vizii a vicenda, chè non ne mancasse uno solo a strazio dei popoli: onde, se tra que’ di Carlo non si noverava la libidine, l’ammendavano i suoi con usura: per un principe non licenzioso, dissoluti manigoldi a migliaia. Di seduzione, di violenza ogni mezzo è in lor mano. Le ospitalità forzate, l’esercizio e la riputazione del comando, e ‘l vietar nozze o assentirle, e le perquisizioni, gl’imprigionamenti per casi di Stato, per leve marittime, per debiti delle collette, per mille inique cagioni, e l’essere tra gli spolpati popoli sol essi ricchi, schiudon loro case disoneste e case oneste; agli ingiuriosi amoreggiamenti dan via. Qui alle arti di seduzione la violenza è sviluppo; rapiscon qui senza maschera alcuna; insultan le donne al cospetto de’ mariti; non riguardano a candore di donzella, a castità di vedova; minacciano o feriscono i parenti, o li allontanano col braccio dell’autorità pubblica; ridonsi de’ pianti; della virtù si fan gabbo; menano al paro le ingannate, le dubbiose, le riluttanti vittime; a quegli abbominevoli amori ritegno alcuno non è.

E il principe sì religioso e austero si fa sordo a’ richiami; fieramente ributta chi si lagni di villania, di rapina, di mortal ferita; dolenti vanno a lui i sudditi e dolentissimi sen tornano, quando in pena della temerità non li chiude il carcere, non li punisce il bastone, e non li calpestano i cavalli degli uomini d’arme, mentre essi si sforzano a giugnere sino ai pie’ del tiranno. Così la rimostranza già citata. Carlo sorride ai focosi suoi sgherri: giovanili trapassi que’ loro, o giuste vendette; le querele e’ richiami son calunnie di gente ribelle. Invano Clemente parlò, scrisse, mandò legati a Carlo più volte; fin pregò re Lodovico che lo moderasse. Invano Gregorio X nel riprese in Toscana, e minacciògli l’ira del Cielo e ‘l flagello d’inaspettato tiranno che piomberebbe su lui. “Che suoni tiranno, rispondea Carlo, io lo ignoro; ma so che il sommo Iddio mi ha guidato, e così ho fidanza che mi regga sempre”. E raddoppiò i balzelli su i Templari e gli Spedalieri; e si rise delle rimostranze che Marino arcivescovo di Capua fea tuonar poco appresso nel concilio di Lione, e dell’orrore desto tra quei prelati, al suo dire; de’ legati che il concilio deputava a correggerlo, e delle epistole del papa a re Filippo di Francia.

Un dì avrebbe forse il parlamento siciliano chiesta riparazione a tanti torti, e ’l voto solenne de’ rappresentanti della nazione avrebbe fatto forse impallidire quel Carlo; ma il parlamento più non era, ch’ei non l’adunò in Sicilia mai, come sopra si è detto, e nemmeno provvide a tal esame degli abusi che dar potesse qualche guarentigia di giustizia. Stretto bensì da papa Clemente ad osservare i patti della concessione, diè fuori solennemente, il dì quindici febbraio del sessantasette, un editto che costituiva la Curia generale da tenersi due volte all’anno, il primo maggio e il primo novembre. Curia generale s’appellavano i parlamenti. Ma in vece di adunarvi i baroni e i prelati, secondo la costituzione normanna, e di aggiugnervi i sindichi delle città ad esempio di Federigo II, ei volle che sedessero nella sua curia i giustizieri ed altri ufiziali dello Stato; e in vece di dichiarare che si avessero a proporre dinanzi questa Curia le collette, ordinò di trattarvisi soltanto gli affari “che piacessero al re”; di ammettersi i richiami contro pubblici ufiziali per deciderli “sommariamente e alla buona, senza strepito di giudizio”. Pur non si ritrae che Carlo abbia mai radunato cotesto parlamento da gabbo, se non che per condannare Corradino. Ci volle poi il Vespro di Sicilia, per far convocare in Terraferma i parlamenti di Foggia e di San Martino!

Nè meglio che la costituzione politica dello Stato intendea Carlo di osservare i privilegi delle città, veri statuti di libertà nel medio evo. La città di Palermo, immune per antiche franchige da ogni inquisizione generale o particolare, allegò questo diritto contro il vicario, che aveva iniziata una inquisizione generale per frodi all’erario e volea perseguitare i commissari (appreciatores) del catasto per aver notato troppo basso il numero de’ fuochi, o vogliam dir delle famiglie, secondo il quale si ragionava la colletta. Il vicario, dunque, domandava al re: che fare? e questi rispondeva, il quindici marzo del settantaquattro, che guardasse bene il privilegio allegato, e se autentico, istituisse l’inquisizione non d’autorità propria ma per commissione del re, contro il quale non val privilegio.

Misero cavillo che aggravava il tributo ed esacerbava altre ferite. I re normanni furon tutti coronati ed unti in Palermo; quivi soggiornarono, coi grandi ufiziali della corona, con la maestà tutta del regno; gli Svevi non mutavan punto di quegli ordini, ancorchè, secondo i casi delle guerre, lungi dalla metropoli vagassero. Or Carlo, presa la corona dalle mani del papa, continuò bene a chiamar Palermo capo e sede del regno, a far protestazioni menzognere del grande amore che le portasse, ma insieme trapiantava primo la regia sede in Napoli, non per legge, di fatto; perché a Francia, a Provenza, alla Corte del papa, alla agognata Italia di sopra, più vicin fosse, nè chiuso dal mare. Perciò non solamente offendea la dignità e ’l diritto della Sicilia, ma anco i materiali interessi. Spegnea le industrie, fondate in sul lusso della corte e de’ baroni; quanti per gli ordini antichi viveano d’un modo o d’un altro, dannava a squallida povertà; le ricchezze traea fuori senza scambio; il danaro delle tasse spendea, da non lasciarne ricader né una gocciola sola a refrigerio de’ contribuenti. E con ciò la pestilenza de’ reggitori subalterni; la disuguale amministrazione della giustizia; l’izza del governo, che odiato odiava, e sprofondavasi sempre più nei sospetti. Pertanto, più acerbi assai della Sicilia i mali, che delle province di terraferma, ancorchè le stesse mani governasserle, straniere e crudeli. Ma in terraferma il novello acquisto della sede del governo rattemprava que’ danni, e quanto la Sicilia perdea, la Puglia acquistava. Fiorìa Napoli per lo soggiorno della corte, per l’affluenza di tante faccende: ristorò Carlo la sua università degli studi, ornò il paese di splendidi edifizii, di feste e di spettacoli lo fe’ lieto. Lagrime e terrore nell’isola intanto. Manomessa la nazione, manomessi i privati; non magistrato che rendesse ragione; non principe che riparasse i torti; nè un domestico asilo rimanea dove l’abbominato accento straniero non penetrasse a ricordare più scolpitamente la servitù. Delle facoltà loro non eran padroni; vilipesi nelle persone; ingiuriati nelle donne; della vita in sospetto sempre, e in pericolo. A tanto la Sicilia venne per le violate leggi, e ’l dominio straniero! Tal era nel secolo decimoterzo una tirannide!

Michele Amari , La guerra del Vespro siciliano.

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Regno di Sicilia; Carlo I d’Angiò; Amari, Michele

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