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Fondata nel 680, dopo un periodo di splendore con i Carolingi venne occupata dai saraceni che la lasciarono cadere in rovina. Al ritorno dei monaci, che vi introdussero la riforma cluniacense, nell’XI secolo divenne celebre per lo scriptorium che produsse i codici della lettera maiuscola. La storia dell’abbazia viene ricostruita nel brano seguente, tratto dalla Guida Rossa Lazio del Touring Club Italiano.
L’Abbazia di Farfa è uno dei più famosi e potenti centri monastici del Medioevo, la cui influenza religiosa, culturale e politica si allargò, per un lungo arco di tempo, a vaste zone dell’Italia centrale. La chiesa e i numerosi edifici che formano il complesso hanno subìto, nel corso dei secoli, profonde trasformazioni.
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Sorge in una località già frequentata in età romana, come testimoniano il ritrovamento di strutture murarie (talune anche con resti di affresco) sotto la stessa chiesa, di una iscrizione menzionante l’imperatore Commodo, e gli stessi vari materiali romani reimpiegati nella chiesa. Nell’abbazia, nei secoli, furono riutilizzate altre notevoli opere d’arte classica, ora conservate altrove, come l’ara romana che costituiva il pozzo del chiostro e due sarcofagi (a Perugia, al Museo archeologico e nella chiesa di San Bernardino).
L’abbazia fu fondata, sui resti di una più antica basilica devastata dai Longobardi nel secolo VI, nel 680, per opera di Tommaso di Maurienne (Savoia) con l’aiuto del duca di Spoleto Faroaldo II e di papa Giovanni VII. Grazie alla sua posizione strategica venne protetta dai Longobardi e dai Franchi; Carlo Magno volle che passasse alle dirette dipendenze della sua amministrazione. Dopo un periodo di splendore sotto i Carolingi, che raggiunse il suo punto più alto nella prima metà del IX secolo con l’abate Sicardo (830-41), nell’891 venne assalita dai Saraceni. Dopo aver resistito per 7 anni agli attacchi, l’abate decise l’abbandono del monastero, mandando alcuni monaci a Roma, altri a Rieti, e conducendo i restanti nella Marca Fermana ove fondò il paese di Santa Vittoria in Matenano, nelle Marche. Il monastero fu occupato dai Saraceni i quali ne fecero la base delle loro scorrerie. Il successore, l’abate Raffredo, allorché scomparve la minaccia saracena ritornò a Farfa, che trovò in completa rovina. Con la discesa di Ottone I in Italia (967 circa), l’abbazia riebbe una relativa unità e riprese vita grazie alla riforma cluniacense e all’opera dell’abate Ugo (997-1039). Egli organizzò la vita monastica e non trascurò gli edifici abbaziali, dove si svolgevano complesse cerimonie liturgiche secondo l’uso cluniacense. Sotto il suo successore Berardo I, Gregorio da Catino scrisse il celebre Regesto, il Chronicon, il Largitorio e il Floriger; sorse con lui il famoso scriptorium che produsse i codici della caratteristica lettera maiuscola. L’abbazia partecipò alle contese politiche, lottando contro i signori romani e in particolare i Crescenzi per difendere la sua libertà; favorita da Enrico IV e Enrico V, appoggiò la politica imperiale durante la lotta delle investiture, in contrasto perciò con i papi. Con il concordato di Worms (1122) e il conseguente ritorno sotto la giurisdizione papale, l’abbazia ebbe sminuita la sua importanza politica ed economica poiché i pontefici spesso avocarono alle loro finanze le risorse dell’abbazia, i cui conti venivano controllati da amministratori pontifici o da altri abati vicari. Al principio del ‘400, Bonifacio IX la costituì in commenda del nipote Francesco Tomacelli che vi introdusse monaci tedeschi. Dal 1421 al 1553 fu commenda degli Orsini; nel 1567 vi entrarono i Cassinesi e la commenda passò ai Farnese, quindi (1627-1728) ai Barberini e ai Lante Della Rovere; finalmente, nel 1769, la carica di abate di Farfa fu data al vescovo della Sabina. Soppressa nel 1841 la commenda abbaziale, la piccola comunità monastica scomparve con l’unità d’Italia e l’abbazia divenne proprietà privata. Nel 1919 fu ricostituita dalla congregazione cassinese trasferendovi i monaci dell’abbazia di San Paolo fuori le Mura di Roma.
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Guida d’Italia. Lazio, Touring Club Italiano, Milano 1981.
Compare in
Biblioteca; Fara in Sabina; Architettura cisterciense; Benedettini
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