|
Oggi una rete fittissima di industrie piccole e medie, nella quale sono stati malamente ritagliati gli spazi per insediamenti abitativi spesso di cattivo gusto. Ieri – nel Settecento e nell’Ottocento – grandiose ville di campagna inserite in splendidi parchi, per le delizie della villeggiatura della nobiltà milanese. Questa è l’immagine della Brianza che emerge dalla descrizione della Guida Rossa della Lombardia pubblicata dal Touring Club Italiano.
 |
“Brianza è denominazione della quale non si conoscono né l’origine, né il significato, né i limiti, sebbene i più la conterminino fra il Lambro, l’Adda, i monti della Vallassina, e le ultime ondulazioni delle prealpi che muojono a Usmate”. Così il brianzolo Cesare Cantù a proposito di un territorio la cui identificazione, anziché nei confini geografici, sarebbe da ricercare nell’omogeneità della base economica, addirittura nella mentalità e nel vivere sociale degli abitanti. L’“idea di Brianza” sta in questo senso a significare la diversa essenza, non facilmente comprimibile negli spazi di una carta topografica (che a discrezione potrebbe comprendere ben 160 comuni), di uno dei maggiori poli produttivi del paese, con caratteri del tutto particolari, che non vedono, ad esempio, grosse concentrazioni industriali ma una diffusa trama di piccole e medie imprese e di aziende artigiane; la prevalenza va ai settori del mobile, alimentare e meccanico, dall’avanzata applicazione tecnologica e dalla competitività spesso vincente sui mercati internazionali.
 |
|
Altre risorse |
|
 |
|
|
|
|
La struttura di questa base economica fa evidente riferimento a tradizioni e valori comuni della società brianzola, passati attraverso le profonde trasformazioni che hanno visto il contadino divenire operaio, poi artigiano, infine imprenditore e capitano d’industria. Questa continua forza autogeneratrice – che ha fatto della perseveranza nel lavoro, dell’emulazione e della ricerca di autonomia gli strumenti per una possibile e concreta affermazione – se da un lato amplia ancor più i connotati di uno stereotipo etnico già comunemente acquisito, dall’altro non si allontana troppo dalla realtà, poiché davvero la fortuna di questa terra è dipesa per gran parte dall’ingegnosa e, appunto proverbiale, vocazione imprenditoriale dei suoi abitanti.
Ciò che il turista coglie oggi è forse proprio il peso in termini di coerenza ambientale di questa prosperità: la proliferazione dell’edilizia, spesso nei toni del cattivo gusto o della smodata opulenza, l’alto tasso di motorizzazione, la dotazione di servizi e impianti di livello urbano, se da un lato sono il risultato di un benessere diffuso e di accresciuti redditi, dall’altro rivelano però come sia ormai giunto all’estremo limite l’equilibrio fra risorse e popolazione, laddove l’utilizzo delle prime avrebbe richiesto ben altre capacità di pianificazione. Per cui la Brianza d’oggi sconta le tare di un’immagine spesso negativa, di un linguaggio insediativo sterile e inconcluso, dove pure non sono estranee malcelate marginalità (sacche di immigrazione e degrado), di preoccupanti dissesti ecologici (la vicenda di Seveso, l’inquinamento del fiume Lambro), di piani urbanistici il più delle volte ignari del valore storico dei luoghi.
Tutto ciò poggia infatti su un palinsesto non certo anonimo o indifferente, ma di pregio ambientale, che conobbe in passato altrettante incisive seppur meno dirompenti antropizzazioni (nel 1861 la Brianza contava già oltre 800.000 abitanti). Basta riferirsi ad alcuni dei molti estimatori che nel Settecento gustarono qui le delizie della villeggiatura per ricavare l’idea di un ambiente già allora fortemente permeato dalla presenza dell’uomo: ville o “palagi camperecci” (coi più bei nomi della nobiltà milanese) impreziositi di “horti, giardini et altre delitie insigni”, ma anche modesti e contenuti nuclei di sorprendente coerenza architettonica, di felice inserimento urbanistico. E poi un mosaico di appezzamenti coltivi, terrazzati e tutti alacremente condotti, nei quali allignavano specie delle più diverse: vigneti, castagni e noccioli, frumento e granturco, ma soprattutto gelsi, dai quali dipese a lungo l’economia della famiglia contadina, produttrice di bozzoli e fornitrice di larga manodopera per filande e filatoi. Un’organizzazione territoriale, insomma, non priva di forza e significato ma nel contempo attenta al dialogo con la natura.
Prima ancora, i nuclei di cui detto sopra (specie nelle zone di Montevecchia o del Monte di Brianza), erano il risultato di coesioni a fini religiosi o difensivi essendo il territorio al centro di svariati interessi, fra orbite politiche afferenti vuoi a Como, vuoi, e con maggior favore, a Milano di cui gran parte della Brianza era naturale contado. A Francesco Sforza (1451) si deve l’elevazione di questa a vicariato autonomo: l’ ”Universitatis Montisbriantiae”, che comprendeva le pievi di Garlate, Oggiono, Brivio con Ronco, Missaglia, molte terre delle “squadre” dei Mauri e di Nibionno, la pieve di Agliate “ultra Lambrum” e altre parrocchie nelle pievi di Vimercate e Pontirolo.
Guida d’Italia. Lombardia, Touring Club Italiano, Milano 1999.
Compare in
Brianza; Lombardia; Prealpi
|