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Dopo il felice periodo aragonese – quando fu sede della corte e vide il potenziamento delle strutture portuali e la fondazione della prima, e per secoli unica, università siciliana – nel Seicento Catania fu travolta da una serie di sciagure: una gravissima crisi economica che costrinse il Senato a vendere le terre demaniali, l’eruzione dell’Etna che devastò la campagna, il terremoto che rase al suolo la città. Nella ricostruzione, che diede a Catania un nuovo volto barocco, vennero adottate misure antisismiche e si posero le basi per l’espansione urbana al di là delle mura, cui seguì un notevole incremento demografico. La storia della città dal XV al XIX secolo è ripercorsa nel brano della Guida Rossa Sicilia del Touring Club Italiano.
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Con l’avvento della dinastia aragonese ha inizio per Catania un periodo particolarmente felice, perché fu spesso sede della corte (alcuni sovrani sono sepolti nella Cattedrale) e perché essa – eternamente terza dopo Palermo e Messina – poteva rivaleggiare finalmente con le capitali amministrativa e commerciale della Sicilia. I segni più vistosi della predilezione degli Aragonesi sono dati dal potenziamento delle strutture portuali e dalla fondazione del “Siculorum Gymnasium”, che fu la prima e, per secoli, l’unica Università siciliana.
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Con il XVI secolo però la città tornò a chiudersi in se stessa, malgrado la presenza dello Studio e il contatto con la cultura artistica italiana di cui restano testimonianza le sculture dei Mazzolo nella Cattedrale e il fervore edilizio che contraddistingue l’età della Controriforma con la fondazione e il rinnovamento di chiese e conventi; non si ebbero i fenomeni di trasformazione e regolarizzazione della maglia viaria e i fastosi abbellimenti che caratterizzano invece Palermo, la capitale dove si era trasferita la maggior parte dell’aristocrazia siciliana, e Messina, città di grandi traffici e culturalmente molto vivace.
La seconda metà del XVII secolo fu scandita da un impressionante susseguirsi di sciagure: la situazione economica era diventata così grave che il Senato catanese fu costretto nel 1652 a vendere le stesse terre demaniali, floridissime campagne che corrispondono alle aree degli attuali comuni di Misterbianco, Trecastagni, Viagrande, Pedara, San Giovanni la Punta, San Gregorio, San Giovanni di Galermo, Sant’Agata li Battiati, Tremestieri e Mascalucia. Ad aggravare la situazione economica giunse nel 1669 l’eruzione che distrusse tutto il fertile territorio circostante arrivando fino al mare: le lave risparmiarono la città, ma si addossarono alle mura e colmarono il fossato del castello Ursino e il porto.
La città affollata dai profughi della campagna e impoverita dalla distruzione della principale fonte di reddito, perché ogni attività commerciale e manifatturiera era collegata all’agricoltura, fu infine distrutta dal grande terremoto che nel 1693 colpì tutta la Sicilia sud-orientale. Il viceré Uzeda inviò a dirigere come suo luogotenente le operazioni di soccorso e la ricostruzione Giuseppe Lanza duca di Camastra. Le principali strade furono sgomberate dalle macerie pochi mesi dopo il terremoto perché era necessario collegare il centro cittadino alle porte e alla campagna; quindi le vie Uzeda (oggi Etnea) e San Francesco (tratto occidentale della via Vittorio Emanuele) risultano dallo sgombero e dalla regolarizzazione di antichi percorsi.
Nel giugno del 1694 il duca di Camastra insieme con i membri superstiti del Senato e del clero definisce i criteri che saranno alla base della ricostruzione della città, che dovrà avvenire nell’antico sito “non solo per la vicinanza del mare, per l’abbondanza dell’acqua, per la salubrità dell’aere”, ma per motivi militari dato che le mura e le recenti fortificazioni (il Fortino) della città erano intatte. La stessa Cattedrale sarà ricostruita riutilizzando le fondazioni e le strutture superstiti; vengono adottate inoltre misure che potremmo definire antisismiche: le strade dovranno essere rettilinee e intervallate da piazze; le misure delle strade sono fissate in una larghezza di otto canne per le maestre e di sei e quattro per le altre; le piazze saranno frequenti per dare ai cittadini la possibilità di usufruire di spazi liberi nell’eventualità di nuovi terremoti; esse saranno aperte sia dove erano gli antichi piani (piazza del Duomo) o vicino a essi (le attuali piazze dell’Università e Mazzini), oppure costruite facendo riferimento ai complessi conventuali quasi tutti ricostruiti sui vecchi siti molto spesso dopo un cambiamento di orientamento delle chiese.
Vengono fissate infine le regole per il mercato delle aree. L’esenzione dalle gabelle concessa dal re e le regole di compravendita dei suoli danno un grande impulso all’opera di ricostruzione ovviamente condotta dalla nobiltà e dal clero. Tra questi emergono i Benedettini che, già in possesso di un enorme patrimonio fondiario che si accresce anche grazie a manovre speculative, ingrandiscono molte delle vecchie strutture (San Nicolò), ma anche, contravvenendo alle regole dettate da Camastra, edificano sulle mura (palazzo del Vescovo, seminario dei Chierici, Sant’Agata la Vetere), caratterizzando inoltre intere zone, come ad esempio via dei Crociferi.
La nobiltà invece rispetta le regole del luogotenente del viceré e costruisce le sue residenze lungo le strade principali, salvo poche eccezioni tra cui quella del principe di Biscari che ottiene il permesso di edificare il suo palazzo sulle mura in prossimità di quello del vescovo.
Architetti della ricostruzione furono, tra gli altri, l’anziano Alonzo di Benedetto (seminario dei Chierici) e i giovani Girolamo Palazzotto (Cattedrale) e Giovan Battista Vaccarini. Soprattutto quest’ultimo, nominato intorno al 1730 architetto della città, contribuì a creare il nuovo volto di Catania: a lui si devono la facciata della Cattedrale, il monastero di Sant’Agata, la fontana dell’Elefante, il Palazzo municipale, eccetera. È interessante notare il modo in cui furono riutilizzati molti resti della città preesistente e non solo, com’era ovvio, il materiale di spoglio, come le colonne romane nella facciata della Cattedrale e nei portici di piazza Mazzini, ma vere reliquie come nel caso della fontana dell’Elefante, costruita da Vaccarini nel 1736 assemblando una statua in pietra lavica dell’animale (simbolo della città) e un obelisco egiziano, o dell’adattamento nella facciata barocca della chiesa del Santo Carcere del portale romanico della Cattedrale.
Nei primi decenni del XVIII secolo, parallelamente alla ricostruzione, si pongono le basi dell’espansione verso nord al di là delle mura lungo l’attuale via Etnea; un impulso in tal senso è dato negli anni del viceregno austriaco (1720-1734) dalla costruzione nei pressi della porta di Aci, verso cui convergevano le principali strade provenienti da Messina e dalle campagne etnee, dell’ospedale di San Marco e del palazzo Villarmosa. A favorire quest’espansione vi erano già a nord della porta gli insediamenti chiamati della Consolazione e del Borgo, formatisi per accogliere i profughi delle campagne dopo l’eruzione del 1669. L’espansione demografica sarà velocissima e dai 14.000 abitanti del 1714 Catania giungerà nel 1737 a 46.223, ma l’affievolirsi dell’attività edilizia dopo il 1770 e la crisi agricola determineranno una diminuzione della popolazione negli ultimi anni del secolo (40.727 abitanti nel 1819).
Sul finire del Settecento quasi i due terzi della popolazione vivevano con attività legate alle lavorazioni della seta e del cotone. L’amministrazione cittadina cercò di sostenere questa produzione, che manteneva carattere artigianale, con il potenziamento delle strutture portuali; un’impresa che durò decenni e distolse dal risolvimento di ogni altro problema.
Dopo il 1819 la città incominciò a ripopolarsi per un progressivo inurbamento e in coincidenza con una riforma amministrativa che la pose a capoluogo di una provincia molto estesa. Va però riempiendosi anche di costruzioni semplici e molto povere che caratterizzano tutte le zone di espansione al di fuori delle antiche mura e contrastano con la grandiosità dell’impianto settecentesco, come è visibile nella pianta redatta da Sebastiano Ittar. La città cresce senza alcun tipo di pianificazione malgrado l’impegno dell’Ittar che – nominato architetto della città – redige interessanti progetti che non vengono però realizzati. Tra il 1834 e il 1861 Catania vede un aumento di popolazione del 31% (da 52.000 a 68.810 abitanti), e questo veloce incremento demografico caratterizza da allora la città che raggiunge i 90.000 abitanti nel 1880.
Guida d’Italia. Sicilia, Touring Club Italiano, Milano 1989.
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