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Alle origini dell'ideologia francescana

Alle origini dell’ideologia francescana

La figura e la vita di Francesco d’Assisi sono state per secoli mediate dalla biografia scritta nel 1263 dal ministro generale dell’ordine francescano Bonaventura da Bagnoregio e nota come “Legenda maior”. In essa furono ammorbiditi gli aspetti più severi della regola francescana e il santo, segnato dal marchio divino della stigmate, fu presentato come un nuovo Cristo. La tradizione biografica ed iconografica legata a Francesco è il tema del brano seguente, tratto dalla Guida Rossa Umbria del Touring Club Italiano.

Quando Bonaventura da Bagnoregio fu eletto nel 1258 ministro generale dell’Ordine (Francesco era morto nel 1226) si trovò a capo di una comunità lacerata e profondamente divisa: un’ala voleva mantenersi fedele all’austera regola del fondatore, un’altra pretendeva di ammorbidirla soprattutto per quanto riguardava il problema della povertà e il divieto di possedere alcunché, non solo da parte del singolo ma anche della comunità. Bonaventura scrisse una nuova biografia di Francesco terminata nel 1263, nota come “Legenda maior”. Fu un rovesciamento di prospettiva della vera immagine di Francesco paragonabile a quanto la cinquecentesca basilica alessiana dista dalla medievale Porziuncola. In quel tempo circolavano molte biografie di Francesco, alcune scritte dai compagni più cari del santo, e tre ufficiali, scritte dal francescano Tommaso da Celano, commissionate la prima da Gregorio IX fra il 1228 e il 1229, e le due successive dai ministri generali dell’Ordine, Crescenzio da Jesi fra il 1246 e il 1247 circa, e Giovanni da Parma fra il 1252 e il 1253. Nel 1266, a Parigi, Bonaventura (d’accordo con il Capitolo generale dei frati) ordinò la distruzione di ogni altra “Vita” precedente alla “Legenda maior”. Tale atto ebbe proporzioni senza precedenti, perché anche il più piccolo convento possedeva una biografia di Francesco, e fu eseguito in modo tanto meticoloso che solo nel XIX secolo, soprattutto per opera del protestante Paul Sabatier, si ritrovarono, e spesso in un’unica copia, le biografie precedenti: alcune, non tutte. Per molti secoli, dunque, Francesco, fu il Francesco di Bonaventura. Furono attutite le parti più inquietanti e scomode della proposta del santo, che si prefiggeva di seguire alla lettera e integralmente il Vangelo. I Francescani sono ora un ordine “mendicante” che vive della carità del prossimo: Francesco aveva proibito assolutamente di chiedere l’elemosina per non rubare quello che spettava ai poveri. Voleva che i suoi frati lavorassero e vivessero del lavoro delle loro mani, facendo di tutto: aiutare i contadini nei campi, servire nelle case dei ricchi, e soprattutto curare i lebbrosi vivendo nei lebbrosari. Proibito ricevere ricompense in denaro: il frate poteva accettare solo un po’ di cibo per sopravvivere. Erano proibite anche le case in muratura: solo capanne di frasche e di fango. Per coprirsi, una veste ruvidissima con cappuccio, stretta da una corda: la stoffa poteva essere di qualsiasi colore, verde, celeste, grigio, marrone, come capitava, purché povera. Francesco voleva vestirsi come gli altri emarginati, in modo che nessun particolare identificasse lui e i suoi frati in un gruppo a parte. La Chiesa era sempre andata “verso” i poveri; Francesco fece un cambio di classe sociale e si fece lui stesso povero: nelle tavole antiche, come quella del XIII secolo conservata al museo civico di Pistoia, le vesti dei frati sono sempre di vario colore e non hanno la coerenza dell’uniforme.

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Francesco era nato ad Assisi tra il 1181 e il 1182 dal ricco mercante Pietro di Bernardone. Più intelligente e abile del padre, secondo le fonti prebonaventuriane, colto, elegante, lettore di romanzi francesi (che conoscesse la lingua per virtù della madre “francese” Pica è tradizione tardissima e infondata), esperto di latino (se ne conserva un documento autografo nella sagrestia del Sacro Convento ad Assisi), capace di scrivere musica. Prima di convertirsi era stato un uomo ambiziosissimo, che sentiva come un marchio infamante la sua professione di mercante. Imitava i comportamenti e le raffinate maniere dei nobili e prendeva a modello i cavalieri dei romanzi d’avventura, generosi, arditi e prodighi. Tentò la fortuna militare, ma il suo progetto di cambio di rango, d’essere armato cavaliere per il valore dimostrato in battaglia, si infranse perché era iniziata una lunga e penosa conversione, protrattasi per anni. Mutate di segno, l’ambizione e la generosità della giovinezza formarono il progetto magnanimo, altruista e smisurato di Francesco: portare la parola di Cristo in tutto il mondo. Cominciò a predicare la pace, la sostanza del suo messaggio condensato nell’insolito saluto: “pace a questa casa”. Mentre la Chiesa cercava di imporsi con le armi e col sangue, sopprimendo gli eretici, combattendo “gli infedeli” per liberare la Terra Santa, Francesco nel 1219 ebbe la straordinaria idea di andare in Egitto, a Damietta, assediata dai crociati. Cercò di dissuaderli dal combattimento senza successo, si presentò allora al sultano Melek el-Kamel per annunciargli il Vangelo: non riuscì a convertirlo, ma fu accolto e ascoltato con benevolenza per oltre un anno. Fu poi costretto a un precipitoso ritorno in Italia per i gravissimi contrasti tra i frati, gli uni fedeli al primitivo progetto, gli altri inclini ad ammorbidirne i contorni.

La celebrazione del Natale a Greccio nel 1223, quando Francesco inventò il presepio, fu un nuovo modo di sconfessare la crociata. Piuttosto che giungere a Betlemme dimenticando il Vangelo, era meglio riunire un bue, un asinello e un po’ di fieno: il Bambino nasceva di nuovo attraverso la parola del santo e l’emozione dei presenti. Betlemme è a Greccio e ovunque nella sorprendente soluzione escogitata da Francesco, purché sia soprattutto nel cuore dei cristiani, dimentichi che, con la violenza e la morte, volevano toccare fisicamente i luoghi dell’esperienza terrena di Cristo.

Il Francesco che Bonaventura consegnò alla devozione dei posteri fu soprattutto il Francesco delle stimmate. Oggi, parlare di stimmate vuol dire riferirsi a un fenomeno noto, anche se fuor del comune; ai tempi di Francesco si trattò invece di un fatto incredibile. Non esiste alcun santo stimmatizzato prima di lui. Gregorio IX, il pontefice che proclamò santo Francesco con tanta rapidità nel 1228, appena due anni dopo la morte, nella bolla di canonizzazione tacque del tutto a proposito delle stimmate. Gli occorse una decina d’anni per cambiare idea. Fra il 1237 e il 1291, ben nove bolle di pontefici sono rivolte contro chi non crede alle stimmate: anzitutto i Domenicani, che inizieranno una lunga lotta per sottrarre ai Francescani l’esclusiva del privilegio, vantando le stimmate invisibili della loro santa, Caterina da Siena. Contrari alle stimmate erano perfino alcuni Francescani; ma anche i pittori si ostinavano a non dipingere i sacri segni e, se li dipingevano, assai spesso venivano cancellati da mani di ignoti fedeli. Più che un miracolo, molti ritenevano le stimmate una bestemmia contro Cristo (un uomo sarebbe stato divinizzato dalle ferite di Cristo in croce).

Quando Giotto – un nome riassuntivo per indicare i pittori che parteciparono alla stesura degli affreschi della Basilica superiore – si accinse a illustrare, alla fine del ’200, nella chiesa madre dell’Ordine, la vita del fondatore, le polemiche sulla veridicità del miracolo non erano affatto spente. Il racconto del miracolo, prima di Bonaventura e di Giotto, era stato continuamente rielaborato sia nelle fonti scritte che iconografiche, perché erano già contraddittorie le versioni dei testimoni del miracolo stesso. Da una parte il potente frate Elia aveva affermato la straordinaria scoperta dei segni di Cristo sul cadavere del santo; dall’altra frate Leone, amico e confessore di Francesco, aveva parlato di un colloquio rasserenante con il serafino, un angelo fiammeggiante a sei ali apparso a Francesco sul monte della Verna (1224), e poi della comparsa delle stimmate. Tommaso da Celano aveva cercato un compromesso, costretto a modificare il racconto nelle successive biografie perché il messaggio dell’apparizione del serafino-crocifisso era troppo complesso per stabilizzarsi in un racconto e in un’immagine fissi. Tommaso da Celano propose un’identificazione del tutto spirituale con le sofferenze del Salvatore: per questo dunque in alcune immagini di Francesco sulla Verna né il santo né l’essere angelico mostrano i segni delle stimmate; spesso tre raggi si dirigono dal serafino verso il viso di Francesco a significare quel colloquio risolutore con l’essere celeste testimoniatoci da frate Leone (a cominciare dalla scultura del XIII secolo ancora nella cappella delle Stimmate alla Verna). Bonaventura, invece, adoperò le fonti precedenti come tessere di un mosaico con le quali fornì una versione univoca, pacificante, del prodigio della Verna, facile da illustrare ma profondamente alterata nella sostanza. Egli si riaccostò alla testimonianza di frate Elia e suggerì una sovrapposizione del corpo di Francesco a quello di Cristo crocifisso, e una identificazione di natura non spirituale ma fisica con il Salvatore. I tratti del serafino si attenuano e per la prima volta si dice che l’essere celeste è Cristo. Bonaventura con la sua biografia e con il suo racconto dello straordinario miracolo, mai udito prima e mai prima accaduto, volle celebrare soprattutto la straordinarietà del fondatore Francesco, perché la sua carne era stata segnata dal marchio divino, era diventato un “alter Christus” (anche se una simile espressione fu coniata più tardi) e dunque un santo “inimitabile”. L’Ordine poteva riacquistare la pace e la concordia rinunciando a Francesco: impossibile raggiungere le sue vertiginose altezze e continuare a proporre la sua scomoda vita come difficile modello per tutti i frati. C’erano da prendere a esempio altri santi francescani che già l’Ordine annoverava fra le sue file, dalla vita più semplice e meno inquietante. D’altra parte, frati e devoti, proprio a causa dell’inimitabilità di Francesco, avrebbero continuato a venerare con sempre maggiore ammirazione il fondatore e il santo prestigioso. Negli affreschi della Basilica superiore, che hanno come fonte la “Legenda maior”, l’essere angelico ha decisamente assunto le sembianze di Cristo, con la barba scura, il nimbo e la croce. Contro la tradizione che vuole il serafino chiuso dalle sue ali, l’essere celeste è rappresentato con quelle mediane abbassate, in modo da potere mostrare la ferita del costato. Innovazione altrettanto significativa fu il collegamento fra mani, piedi e costato di Cristo con mani, piedi e costato di Francesco, mediante raggi che suggerivano come le stimmate provenissero da Cristo.

Guida d’Italia. Umbria, Touring Club Italiano, Milano 1999.

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Bonaventura da Bagnoregio; Francescani; Francesco d’Assisi

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