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Abbazia di Vallombrosa

Abbazia di Vallombrosa

Si trova a est di Firenze, nella regione di Pratomagno, e fu fondata nella prima metà dell’XI secolo da san Giovanni Gualberto che vi istituì l’ordine dei vallombrosani, monaci benedettini che univano alla vita contemplativa nella solitudine delle foreste attorno all’abbazia l’impegno attivo contro la simonia. La storia della congregazione e del monastero è sintetizzata nel brano della Guida Rossa Firenze e provincia del Touring Club Italiano.

L’abbazia di Vallombrosa, imponente complesso architettonico e centro di irradiazione dell’omonima congregazione, fu fondata da Giovanni Gualberto (985 circa-1073; canonizzato nel 1193), della nobile famiglia fiorentina dei Visdomini.

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La congregazione vallombrosana, ramificazione dell’ordine benedettino, nacque nell’XI secolo per iniziativa di San Giovanni Gualberto, quale riforma monastica, ispirata alla fusione di due ideali religiosi diversi: il cenobitismo benedettino, attivamente impegnato nella lotta alla simonia, e l’eremitismo, di origine orientale, che in nome della purezza della vita contemplativa rifiutava ogni compromesso col mondo. Monaco benedettino nel monastero fiorentino di San Miniato, Giovanni Gualberto nel 1036 si ritirò con pochi seguaci a Vallombrosa, allora detta “Acquabella”. Il primo nucleo del cenobio fu una cappella in legno, consacrata nel 1038 da Rodolfo vescovo di Paderborn, successivamente ricostruita in pietra e consacrata nel 1058 dal cardinale Umberto di Silva Candida. Ad Acquabella Giovanni Gualberto, pur applicando la regola benedettina, collaudò una formula inedita: nella solitudine delle foreste appenniniche – l’equivalente dei deserti della Tebaide egiziana – i monaci si preparavano in preghiera a quel diretto intervento negli affari di Firenze, che poi intraprendevano nelle loro sedi “urbane” di San Salvi e Santa Trìnita. A Firenze i Vallombrosani si fecero conoscere per la loro intransigente opposizione al vescovo simoniaco Pietro Mezzabarba. La vittoria finale dei monaci, col favore del partito della riforma, forte anche tra il popolo, è legata dalla leggenda a un’“ordàlia” (giudizio di Dio), svoltasi a Badia a Settimo: il santo monaco Pietro, detto perciò “Igneo”, avrebbe attraversato il fuoco, dimostrando da che parte fosse il favore divino. Dopo l’approvazione papale del 1055 iniziò la fase ascendente di Vallombrosa, che col sostegno della Repubblica di Firenze acquisì un grande patrimonio fondiario, oltre a un rilevante potere politico. A poco a poco, gran parte del Pratomagno divenne possesso dell’abbazia, grazie soprattutto a due donazioni, la prima (1039) da parte di Itta, badessa di Sant’Ilario in Alfiano (Sant’Ellero), la seconda (1103) di Matilde di Canossa, in virtù della quale l’abate portava anche il titolo di conte di Magnale. Dopo la soppressione napoleonica del monastero (1808) e la demanializzazione delle proprietà da parte dello stato italiano (1867), tra il 1949 e il ’63 la congregazione vallombrosana ha gradualmente ripreso il possesso dell’abbazia.

Guida d’Italia. Firenze e provincia, Touring Club Italiano, Milano1993.

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