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Il Teatro alla Scala di Milano è uno dei più famosi teatri d’opera del mondo. Fin dal 1778, anno della sua fondazione, la Scala ha ospitato molte prime di opere composte dai più famosi musicisti e dirette da grandi maestri. Ogni anno la Scala accoglie migliaia di spettatori appassionati. Per apprezzare meglio l’opera, può essere utile conoscerne in anticipo l’intreccio. Nel testo seguente viene proposta la trama di La Sonnambula (1831) di Vincenzo Bellini.
Villaggio svizzero. Sul fondo il mulino di Teresa e un torrentello che ne fa girare la ruota. A sinistra l’osteria.
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Si odono in lontananza i cori giocondi dei contadini che vengono a festeggiare le nozze di Amina, figlia adottiva di Teresa, con il giovane Elvino, ricco possidente del villaggio. A tanta gioia non partecipa Lisa, l’ostessa, che è innamorata a sua volta di Elvino – di cui era stata un tempo fidanzata – e respinge infastidita l’assidua corte di Alessio. Esce di casa Amina e ringrazia le “care compagne” e i “teneri amici” per le manifestazioni di simpatia, augurandosi di poter contraccambiare il buon Alessio, che ha fatto i preparativi per la festa, il giorno in cui porterà Lisa all’altare. Ma Lisa, gelida, risponde di non credere all’amore e di tenere troppo alla propria libertà. “Vedi l’ipocrisia!” commenta Teresa, che sa della cotta di Lisa per Elvino.
Giunge il notaio per stendere l’atto di nozze e, subito dopo, Elvino che si scusa per il breve ritardo: è stato a pregare sulla tomba della madre, a chiedere la benedizione per la futura sposa. E con soavi espressioni d’amore offre ad Amina, con un mazzo di fiori di campo, l’anello nuziale che fu della cara estinta. Quindi invita tutti i presenti, per l’indomani all’alba, alla cerimonia in chiesa.
Frattanto s’ode “suon di sferza e calpestio di cavalli”: arriva il conte Rodolfo, signore del villaggio, che ritorna:dopo una lunga assenza. Guardandosi intorno, riconosce intenerito i luoghi in cui aveva serenamente trascorso la prima giovinezza, e la bellezza di Amina, cui rivolge frasi di generica galanteria per la festosa occasione, gli ricorda un’antica fiamma. Volendo mantenere l’incognito, Rodolfo chiede a Lisa una camera nella locanda per trascorrere la notte: il giorno dopo raggiungerà il castello, dove fu ospite, da ragazzo, del Vecchio conte, recentemente scomparso. Era anche amico del figlio, dice, e ne annuncia l’imminente ritorno. Scende intanto la sera e Teresa invita gli amici a ritirarsi nelle proprie case: s’approssima l’ora, racconta a Rodolfo, in cui un sinistro fantasma, avvolto in un bianco lenzuolo, i capelli disciolti, gli occhi ardenti, s’aggira per il villaggio, fra il terrore di tutti. Il conte sorride di queste paure e cerca inutilmente di rassicurare i contadini che il fantasma è frutto della loro immaginazione, che la generale testimonianza sull’apparizione – visto che insistono nel fosco racconto – nasce dall’ignoranza e dalla loro cieca credulità. Quindi, mentre tutti si allontanano in fretta rivolge un ultimo gentile saluto ad Amina e si ritira, accompagnato da Lisa, nella locanda. Elvino, punto da gelosia per i complimenti che Amina ha ricevuto dallo sconosciuto signore, cerca di fare il sostenuto, sta per andarsene senza darle la buona notte, Amina lo rimprovera risentita per i suoi sciocchi sospetti e alla fine, come naturale, i due si lasciano augurandosi sogni d’oro.
Una stanza nell’osteria
Rodolfo è lieto d’essersi fermato al villaggio, il luogo è ameno, la gente è cortese, le donne sono amabili e leggiadre. Lisa viene ad informarsi se “il signor conte” è soddisfatto dell’appartamento, gli dice che il sindaco ha scoperto la sua identità e che tutti si apprestano a festeggiare il suo ritorno. Rodolfo la corteggia, lei accondiscende e fa la civetta ma la loro tresca è interrotta da un improvviso rumore: Lisa fugge in una stanza vicina e, nella fretta, perde un fazzoletto, che il conte raccoglie, gettandolo sul sofà. La finestra si spalanca e appare Amina, vestita d’una camicia bianca, che s’avanza lentamente, in stato di sonnambulismo. Il conte capisce subito che è essa il “notturno fantasma” e l’asseconda, senza tentare di ridestarla, mentre trasognata, invocando Elvino e rimproverandolo scherzosamente per la sua gelosia, immagina il felice svolgimento della cerimonia nuziale. Mentre Amina, continuando a vagheggiare le nozze, si corica sul sofà, il conte va a chiudere la finestra: Lisa, che ha visto tutto, esce furtivamente dal suo nascondiglio e corre ad avvertire Elvino. Rodolfo si sente attratto da Amina, è affascinato dalla dedizione che la bella villanella offre in un sogno al suo sposo, ma l’onesta coscienza gli impedisce di approfittare della circostanza ed esce dalla camera per non comprometterla. Frattanto, guidato dal sindaco, un gruppo di abitanti del villaggio è entrato nella locanda per rendere omaggio al conte, vedendo la porta della stanza aperta s’inoltra cautamente e subito s’arresta scorgendo di lontano una donna addormentata sul sofà. Gli ironici commenti del contado e il furente sopraggiungere di Elvino trascinato da Lisa ridestano Amina che, spaurita e confusa, non sa rendersi conto dell'imbarazzante situazione in cui si trova: inutilmente proclama la sua innocenza a Elvino che, col cuore colmo di rabbia e di dolore, l’accusa di tradimento dichiarando naturalmente che per lei, spergiura, non ci saranno più nozze. Lo sdegno per una colpa così evidente e la solidarietà al povero Elvino sono generali mentre la fanciulla si abbandona fra le braccia di Teresa: la quale ponendole intorno al collo il fazzoletto trovato sul divano, l’accompagna fuori, sorreggendola affettuosamente.
Boscaglia
Gli abitanti del villaggio, riflettendo sul comportamento tanto incredibile di Amina, fino ad ora fiore di verecondia e di onestà, sono meno certi della sua colpa e decidono di recarsi al castello per convincere il conte a difendere la fanciulla, se innocente, e a giustificarla se ha mancato. Amina accompagnata dalla madre, si aggira affranta per i cari luoghi che le ricordano i giorni dell’amore: una segreta speranza la conforta quando scorge Elvino, anch'egli profondamente afflitto, venirsene solitario e pensoso. Dunque, anche lui l’ama ancora. Gli si rivolge così con teneri accenti, pregandolo d’ascoltarla, ma il giovane la respinge indignato: non è disposto a credere alla sua innocenza e neanche ai contadini che, di ritorno dal castello, assicurano che il conte sta arrivando per farsi garante dell’onestà della fanciulla. Anzi, le strappa dal dito l’anello nuziale e corre via disperato.
Villaggio, come nel primo atto
Lisa è raggiante per la decisione di Elvino di sposarla e inutilmente Alessio cerca di convincerla che lo fa solo per dispetto e che nel suo cuore c’è sempre e soltanto Amina. Lisa gli risponde, sprezzante, che preferisce le nozze con uno che non l’ama che con uno sciocco come lui. Giunge Elvino e, fra le congratulazioni delle amiche, invita dolcemente Lisa a consacrare in chiesa il loro vecchio legame. Al conte, che è venuto a sostenere l’innocenza di Amina spiegando ai contadini il fenomeno del sonnambulismo, Elvino risponde irridente di credere soltanto a ciò che hanno visto i suoi occhi. Rodolfo replica offeso al contadinotto che osa mettere in dubbio la sua parola e, poiché la discussione aumenta di tono, interviene Teresa, uscita di casa, pregando di non disturbare la figlia che, dopo tante lacrime si è finalmente assopita. Accorgendosi poi dei preparativi di nozze chiede con amaro stupore, a Elvino, chi sia la sposa: quando Lisa dichiara orgogliosamente di essere ben degna del matrimonio e di non essere mai stata trovata, lei, rinchiusa nella stanza di un ricco signore, Teresa non sa più frenare l’indignazione e mostra ai presenti il fazzoletto rinvenuto sul divano nella camera del conte. Elvino, disingannato e mortificato (non certo sconvolto come per il creduto tradimento di Amina), chiede spiegazioni al conte, che non conferma né smentisce la prova dell’infedeltà di Lisa ma insiste nel proclamare l’innocenza di Amina. E quando Elvino domanda chi mai possa provarla, Rodolfo addita Amina stessa che, proprio in quel momento, esce addormentata da una finestra del mulino e avanza pericolosamente mentre poco sotto la ruota gira velocemente. Tutti si volgono a lei, spaventati, Rodolfo trattiene Elvino che vorrebbe slanciarsi a soccorrerla: un solo passo falso, un solo grido potrebbero ucciderla. Amina intanto giunge presso la ruota, camminando su una trave mezza fradicia, questa cede, si spezza, ma lei riesce a superare l’ostacolo ed è salva. Inoltrandosi mestamente fra la folla, sempre sognando, rievoca accorata l’ingiusto abbandono di Elvino, al quale perdona augurando, per il bene che ancora gli vuole, di poter essere felice con la sua nuova sposa. Poi, immaginando lo svolgersi della cerimonia nuziale, rivolge angosciata il pensiero all’anello che Elvino le ha tolto e stringe fra le mani, piangendo, il mazzetto di fiori, appassito in un sol giorno, che le aveva offerto come pegno d’amore. Ah, se egli ritornasse a lei! Elvino è sopraffatto dalla commozione: il conte lo invita ad assecondare il suo sogno, il giovane le si avvicina e le rimette al dito l’anello nuziale. È il miracolo. Nell’abbraccio dell’amato Amina si ridesta smarrita e felice fra il tripudio di tutto il villaggio.
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Teatro alla Scala, Milano.
Compare in
Bellini, Vincenzo
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