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Leoncavallo: I pagliacci (trama)

Pagliacci

Il Teatro alla Scala di Milano è uno dei più famosi teatri d’opera del mondo. Fin dal 1778, anno della sua fondazione, la Scala ha ospitato molte prime di opere composte dai più famosi musicisti e dirette da grandi maestri. Ogni anno la Scala accoglie migliaia di spettatori appassionati. Per apprezzare meglio l’opera, può essere utile conoscerne in anticipo l’intreccio. Nel testo seguente viene proposta la trama di I pagliacci (1892) di Ruggero Leoncavallo.

Prologo

Tonio si presenta alla ribalta ed esorta il pubblico a meditare su un nuovo tema che l’Autore lo ha invitato a proporre: mettendo ancora in scena le antiche maschere della commedia dell’arte, egli non intende sostenere, secondo la vecchia consuetudine, che i loro sentimenti sono pura finzione senza alcuna rispondenza con la realtà. No, le loro passioni, le loro lacrime possono essere autentiche, l’Autore vuole affermare che l’artista è un uomo e deve scrivere per gli uomini. Il pubblico, dunque, al di là delle convenzioni teatrali, sappia cogliere la profonda umanità dei personaggi che vedrà agire sul palcoscenico. Può essere considerato, questo prologo, come il manifesto del melodramma verista.

Atto primo

Altre risorse

La vicenda (ispirata ad un fattaccio di sangue realmente accaduto) si svolge a Montalto, un villaggio della Calabria, intorno al 1865. È un caldo pomeriggio di mezz’agosto, festa dell’Assunta. Su uno spiazzo, alle porte del paese, alza le tende un teatrino da fiera presso il quale s’intrattiene incuriosita la folla a passeggio. Fra squilli di tromba e colpi di grancassa arriva il carro dei comici sul quale Canio tenta, spesso interrotto dal festoso vociferare, di imbonire i presenti, annunciando “a ventitré ore” il grande spettacolo serale. Intanto Tonio, il factotum gobbo della compagnia, cerca di aiutare Nedda, con galante premura, a scendere dal carro, ma Canio, marito geloso, lo caccia via, schiaffeggiandolo. Tonio giura in cuor suo di fargliela pagare. Qualcuno, fra il pubblico, avanza insinuazioni scherzose sulla galanteria di Tonio verso Nedda: Canio non sta allo scherzo e replica, torvo, che “certi giochi è meglio non giocarli”, ricordando che teatro e vita sono due cose diverse. Come marito ingannato sulla scena – dice – è disposto a subire l’umiliazione e a far ridere l’uditorio, ma se Nedda veramente lo tradisse, la commedia finirebbe in tragedia. Poi se ne va all’osteria con un gruppo di amici mentre le campane suonano il vespro, e la folla, seguita da alcuni zampognari giunti da un villaggio vicino, sciama verso la chiesa. Rimasta sola, Nedda ripensa con inquietudine a quel lampo di gelosia sorpreso nello sguardo di Canio, quasi il marito le avesse letto nel cuore. Quando fa per rientrare, si accorge che Tonio la sta spiando e lo apostrofa con scherno. Tonio le si rivolge ancora una volta con espressioni di galanteria, poi, trasportato dalla passione, le fa una patetica dichiarazione d’amore e infine, respinto dal dileggio della donna, sempre più acceso di desiderio, tenta di abbracciarla e di baciarla. Nedda, minacciando inviperita di riferire tutto a Canio, lo colpisce con una frusta. “Per la Madonna d’agosto, me la pagherai”, sibila Tonio, allontanandosi come una bestia ferita. Nello stesso momento giunge Silvio, l’amante di Nedda, che la esorta a liberarsi una volta per sempre dalla schiavitù della gelosia di Canio, abbandonando il marito quando l’indomani la compagnia leverà le tende e fuggendo con lui. Nedda lo richiama alla prudenza, ha paura di Canio, l’implora di non tentarla e di lasciarle soltanto il ricordo struggente del loro amore ma alla fine, vinta dall’ardente e suadente insistenza di Silvio, cede. Tonio, non visto, li sorprende e corre ad avvisare Canio, il quale sopraggiunge in tempo per cogliere la promessa di Nedda: “A sta notte, e per sempre sarò tua”. Canio s’avventa sulla moglie senza riuscire a scorgere in volto Silvio che fugge, scavalcando un muricciolo, lungo un sentiero campestre. Pazzo di disperazione, levando il coltello su Nedda, Canio le impone, urlando, di rivelargli il nome dell’amante. Nedda gli resiste altera, sfidandone l’ira; Canio sta per vibrare il colpo quando accorre Peppe a trattenerlo: lo scongiura di desistere, la gente sta uscendo dalla chiesa, si rimandi a più tardi ogni spiegazione, lo spettacolo deve cominciare. Occorre simulare, insinua Tonio con gioia feroce, il “ganzo” tornerà, lui starà all’erta. Il furore di Canio cade improvvisamente, il teatro impone la sua legge, il Pagliaccio cede allo sconforto, alla rassegnazione: “Recitar, mentre preso dal delirio...”.

Atto secondo

Il pubblico gremisce festosamente, a tarda sera, il baraccone, Peppe sistema le panche per le donne, Tonio invita a prendere posto e Nedda s’aggira per riscuotere l’incasso. Fra gli spettatori è Silvio, cui Nedda raccomanda, furtivamente, d’esser cauto, dato che Canio non l’ha riconosciuto. Lo spettacolo comincia. Peppe (Arlecchino), Nedda (Colombina), Tonio (Taddeo), Canio (Pagliaccio) sono gli interpreti della commedia. La scena rappresenta una camera con una tavola apparecchiata, due sedie, una finestra sul fondo. Colombina ascolta rapita la serenata che le fa, da fuori, Arlecchino, quando entra Taddeo che le dichiara il suo amore e, respinto, ironizza pesantemente sulla castità della bella. Arlecchino scavalca la finestra, si appresta a cenare in intimità con Colombina ma prima le consegna un filtro per fare addormentare Pagliaccio. Il suo arrivo improvviso è annunciato da Taddeo, sconvolto. Sembra ripetersi, nella finzione teatrale, la drammatica situazione del pomeriggio. Colombina congeda rapidamente Arlecchino con la stessa promessa d’amore fatta a Silvio: quelle parole del testo risuonano con forza tremenda nel cuore di Canio che, per poco, continua la finzione della recita immedesimandosi sempre di più nel ruolo del Pagliaccio tradito fino a identificarsi completamente col personaggio nel porre sempre più violentemente alla moglie infedele le domande previste dal copione. Nedda-Colombina intuisce l’ambiguità degli accenti di Canio mentre il pubblico segue partecipe la rappresentazione senza sospettare il dramma che si sta consumando sulla scena. Allorché Colombina implora, secondo il testo, “Pagliaccio, Pagliaccio!”, Canio s’abbandona senza più freno all’impetuosa violenza della disperazione (“No, Pagliaccio non son”) travolgendo poi ogni convenzione teatrale quando, con voce terribile, costringe la donna a confessare il nome dell’amante. Anche il pubblico, adesso, avverte confusamente che qualcosa d’insolito sta avvenendo sul palcoscenico. “Il nome, il nome!” urla un’ultima volta Canio fuori di sé: e accoltella Nedda che cade in ginocchio, invocando il nome di Silvio. Questi si precipita sgomento sulla scena e Canio gli affonda la lama nel cuore. Tonio si volta verso il pubblico e annuncia cinicamente: “La commedia è finita!”.

Teatro alla Scala, Milano.

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Leoncavallo, Ruggero; Caruso, Enrico

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