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Il Teatro alla Scala di Milano è uno dei più famosi teatri d’opera del mondo. Fin dal 1778, anno della sua fondazione, la Scala ha ospitato molte prime di opere composte dai più famosi musicisti e dirette da grandi maestri. Ogni anno la Scala accoglie migliaia di spettatori appassionati. Per apprezzare meglio l’opera, può essere utile conoscerne in anticipo l’intreccio. Nel testo seguente viene proposta la trama di Fedora (1898) di Umberto Giordano.
Salotto in casa di Vladimiro Andrejevich a Pietroburgo. Notte d’inverno
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Desiré, il cameriere, e Nicola, lo staffiere, giocano a domino con altri servi in attesa del ritorno del conte Vladimiro. Il padrone ritarda – dicono – perché è uscito a festeggiare la sua ultima notte di scapolo: sta per sposarsi, infatti, con la bella e ricca principessa Fedora Romazoff.
Costei si fa annunciare, poco dopo, ed entra nel salotto, elegante, altera, in ricca acconciatura da teatro, avvolta in un’ampia pelliccia. Vuole attendere il rientro del fidanzato. Mentre si siede davanti al camino, dall’anticamera entrano precipitosamente un ufficiale di polizia, Gretch, l’agente Ivan e il nobile De Siriex, amico del conte, accompagnato da due uomini che sorreggono il corpo di Vladimiro gravemente ferito e lo trasportano nella sua stanza. Fedora, urlando il nome dell’amato, li segue sconvolta.
Intanto l’ispettore Gretch inizia l’interrogatorio del personale di servizio. Particolarmente interessante la deposizione del cocchiere, Cirillo Nicolaievich, che ricorda come il padrone, appena uscito di casa, gli ordinò di condurlo al Tiro: egli attese un quarto d’ora, poi si udirono due spari e subito dopo vide un uomo che fuggiva attraverso il cancello. In quel momento, conclude il cocchiere, sopraggiunse la slitta del nobile De Siriex: racconti lui, ora, più dettagliatamente il resto. L’amico riferisce all’ispettore di aver seguito la lunga scia di sangue sulla neve e di essere giunto a un padiglione solitario dove il conte giaceva a terra, gravemente ferito, con accanto una pistola da cui era stato esploso un solo colpo. La pistola era forse quella, riportata col corpo di Vladimiro, che Gretch mostra ora a Desiré? Sì, era quella, conferma il cameriere: il conte non usciva mai disarmato, si sentiva minacciato, quale figlio del generale capo della polizia, dai nichilisti.
Gretch, consultando il taccuino degli appunti, apprende che il padiglione isolato era stato preso in affitto da una vecchia e che proprio una vecchia – come afferma Desiré – era venuta durante il giorno a consegnare una lettera per Vladimiro che lui aveva riposto in un cassetto. Si apre il cassetto ma la lettera è scomparsa. Poi, mentre Fedora con ieratica solennità, alzando la croce bizantina e volgendola verso la camera da letto, giura che Vladimiro sarà vendicato, il ragazzo Dimitri si rammenta che un uomo era già stato a trovare il conte la vigilia di Natale e che Michele, il portinaio, probabilmente l’aveva visto e forse si potrebbe ricordare il nome. Michele avanza, e svela quel nome: “Ipanoff!”. Ma certo, Loris Ipanoff – s’illumina l’ispettore – un amico dei nichilisti che oltretutto abita nel palazzo di fronte. Si precipita fuori con i poliziotti mentre Fedora e De Siriex osservano dalle finestre i vari movimenti della caccia all’assassino, che si conclude senza risultati.
Sontuoso salone, in casa della principessa Fedora Romazoff, a Parigi
All’alzarsi del sipario un animato ricevimento è in corso. La contessa Olga Sukarev presenta agli amici Doroff e Rouvel il pianista polacco Boleslao Lazinski, un tipo un po’ stravagante che è accolto nel gruppo con gelido sarcasmo mentre Fedora, accompagnata da Loris Ipanoff, lo presenta al signor De Siriex, calcando intenzionalmente sulle sillabe del cognome per far ricordare meglio all’amico la drammatica nottata di Pietroburgo e i sospetti sull’assassino di Vladimiro.
De Siriex e Fedora s’incamminano, fingendo di conversare, verso il salone mentre Loris li segue a discreta distanza. Fedora confessa a De Siriex di aver seguito Loris a Parigi, di averlo adescato, di averlo fatto innamorare, di essere ormai pronta a punirlo dopo averlo fatto confessare, ma dalle risposte alle domande di De Siriex si capisce che, a sua volta, ne è innamorata e che preferirebbe saperlo innocente.
Fedora e Loris si ritrovano quindi nell’antisala e alla principessa, che accoglie con ironica cautela le sue devote dichiarazioni d’amore, il giovane risponde che anch’essa non può non sentirsi turbata da una reciproca passione (“Amor ti vieta”). Boroff viene per congedarsi, è in partenza per Pietroburgo. Anche Fedora annuncia di partire, l’indomani, per la Russia mentre Loris si strugge per l’impossibilità di seguirla. Con finta indifferenza Fedora gli chiede le ragioni del suo “esilio”: l’accusa fu quella di aver teso un tranello mortale a Vladimiro Andrejevich, risponde Loris all’incalzare delle domande di Fedora che gli sollecita una proclamazione d’innocenza, ma quando Loris ammette di aver ucciso Vladimiro, la donna, furente, gli grida in faccia “Assassino!”. Loris ne è sconvolto, Fedora è combattuta fra l’antico desiderio di vendetta e le ragioni del nuovo amore, pretende da Loris una giustificazione al suo delitto e Loris le promette di ritornare più tardi per una piena confessione.
Mentre stanno per riprendere le danze dopo il concerto di Lazinski, entra De Siriex con un dispaccio in cui si annuncia un grave attentato allo zar per opera dei nichilisti. Tutti escono. Rimasta sola, Fedora si accinge a scrivere una lettera: il patriottismo di classe, l’odio contro i nichilisti, la volontà di castigo per Loris, loro complice, le detta una dettagliata denuncia al generale Jariskin, capo della polizia imperiale. Quindi chiama l’ispettore Gretch e lo avverte che è imminente la confessione di Loris: lo aspetti in giardino con i suoi uomini e, a un suo cenno di congedo, sia pronto ad arrestarlo e a condurlo sulla nave Elisabetta, che è territorio russo. Quindi consegna a Gretch la lettera per il generale Jariskin e resta in attesa di Loris. Quando ritorna, Loris respinge l’accusa di un delitto politico e dichiara che Vladimiro fu ucciso per una questione di donne. Smarrita, Fedora lo supplica di raccontarle tutto.
La vecchia madre – comincia Loris – che vive serena in un castello lontano (“Mia madre”) vi accolse nella primavera scorsa una bellissima ragazza bionda, di nome Wanda, di cui egli s’invaghì perdutamente e volle sposarla. Aveva chiamato a testimone delle nozze l’amico Vladimiro, che si fece però ben presto così assiduo della loro casa da giustificare i più fondati sospetti di una tresca amorosa. Una sera, la vigilia di Natale, riconobbe sulle scale della casa di Vladimiro una fantesca di Wanda. La inseguì e quella confessò di aver portato a Vladimiro un biglietto della sua padrona. Loris salì allora nell’appartamento dell’amico, aprì il tiretto di un tavolo e trovò il biglietto, che diceva “Ti attendo stasera, alle nove”. Fedora ascolta, fissando intensamente Loris, turbata, fra la speranza che sia sincero e il timore che menta. Loris le consegna allora una lettera, in cui Vladimiro esprime a Wanda tutto il suo amore e le confessa apertamente l’indifferenza per Fedora, la donna che sta per sposare. Quindi, termina il racconto: all’ora fissata penetrò nel padiglione segreto in cui i due s’erano dati convegno, si gettò sulla coppia per dividerla, Vladimiro impaurito fece fuoco per primo, ferì Loris di striscio ed egli, rispondendo al fuoco, lo uccise. Ora Loris è commosso fino alle lacrime (“Vedi, io piango”), pensa al dolore della madre lontana, ma Fedora piange di vergogna, piange per l’infame accusa, per averlo creduto un fomentatore di odi politici e averne riconosciuto solo ora la nobiltà d’animo.
La villa di Fedora nell’Oberland svizzero
Fedora e Loris vivono serenamente la loro unione, Olga è un’ospite garrula, invadente e allegra. Entra dal cancello l’amico De Siriex in costume da ciclista, depone la bicicletta contro un albero e saluta a gran voce Fedora, piacevolmente sorpresa della visita inaspettata.
Mentre Olga propone una gita in bicicletta e sale in camera per cambiarsi, rimasto solo con Fedora, De Siriex le confida una notizia terribile: il generale Jariskin – cui Fedora aveva indirizzato la lettera di denuncia contro Loris e il fratello – ha fatto arrestare il giovane, innocente Valeriano quale nichilista, ordinando che fosse rinchiuso nella fortezza sulla Neva dove una notte, per l’improvvisa crescita del fiume che aveva invaso i sotterranei, è morto annegato. Appresa la sorte del figlio, la vecchia madre è morta di crepacuore. Fedora, atterrita, smarrita, si accascia su una sedia (“Dio di giustizia, che col santo ciglio...”).
Entra Loris seguito da Basilio con un fascio di giornali, alcune lettere e un telegramma. Apre subito il telegramma, pensando che sia di suo fratello, ma è di Boroff che lo informa che lo zar gli ha concesso la grazia. All’entusiasmo che prova si stupisce di vedere opporre, da parte di Fedora, un inspiegabile silenzio. Prima di uscire, prende una delle tre lettere (che Fedora stava già per nascondere), riconosce la calligrafia di Boroff, si accorge dal timbro che è stata spedita prima del telegramma, la legge precipitosamente e apprende dall’amico che Jariskin ha portato all’imperatore la prova del suo delitto, i nomi dei complici fra cui quello di suo fratello Valeriano, tutto ciò che era scritto nella lettera inviata da Parigi da una misteriosa dama russa.
Alla notizia della morte del fratello e della madre adorata, Loris piange disperato maledicendo la spia che giura di rintracciare e di punire senza pietà mentre Fedora lo stringe fra le braccia, lasciandosi cadere in ginocchio ai suoi piedi. Si sente il rumore di una carrozza, Boroff sta arrivando, Fedora capisce che non potrà evitare la vendetta di Loris, si strappa dal collo la croce bizantina, ne apre il castone e ne versa il contenuto nella sua tazza di tè. Poi, mentre Loris fa per lanciarsi incontro a Boroff, cerca di trattenerlo, lo supplica di perdonare a quella donna, insiste ostinata con una tale determinazione e una tale angoscia che Loris finalmente capisce che la colpevole è lei. Così, insultandola ferocemente, l’afferra con violenza e sta per soffocarla ma Fedora, rapidamente, beve dalla tazza il tè avvelenato. Quando entra Boroff per denunciare Fedora, Loris, smarrito, gli risponde che sa già tutto e scongiura l’amico medico di salvarla. Boroff, scuotendo il capo, lascia cadere da una fialetta alcune gocce in un calice d’acqua ma Fedora, rabbrividendo, si stringe a Loris che, inginocchiato, l’accarezza dolcemente mentre l’amata si spegne fra le sue braccia invocando il grande sonno della morte.
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Teatro alla Scala, Milano.
Compare in
Sardou, Victorien
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