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Amari: La rivolta del Vespro

La rivolta del Vespro

Nel 1282 si consumò nel sangue la rivolta siciliana antifrancese del Vespro, qui fatta rivivere in una narrazione appassionata. La pagina è tratta dall'opera La guerra del Vespro siciliano (1842) che, sgradita al governo borbonico, costò al suo autore l'esilio. Michele Amari, storico e patriota siciliano, ricostruisce le 'rapine e violenze' del governo di Carlo I d'Angiò, re di Napoli e di Sicilia, e la 'sopportazione' dei palermitani, durata fino a quel fatale 31 marzo in cui il popolo 'stancossi di sopportare'. Il sopruso perpetrato da un francese ai danni di una giovane sposa palermitana fu la miccia che avrebbe scatenato una lunga guerra, conclusasi con l'insediamento degli Aragonesi sul trono di Sicilia.

I Siciliani maledissero e sopportarono infino a primavera del milledugentottantadue. Nè gli appresti di guerra in Ispagna si vedeano forniti; nè in Sicilia, se alcun era che li sapesse, potea aver luogo a prossime speranze: stavan sul collo al popolo gli smisurati armamenti di re Carlo contro Costantinopoli; l’isola imbrigliavano da quarantadue castelli regi, posti o in luoghi fortissimi o nelle città maggiori, e più numero che ne teneano i feudatari francesi; raccolti e in sull’armi gli stanziali; pronte a ragunarsi a ogni cenno le milizie baronali, ch’erano in parte di suffeudatari stranieri. E in tal condizione di cose, che i savi, meditando e antiveggendo, non avrebbero eletto giammai ad un movimento, gli oficiali di Carlo prometteansi perpetua la pazienza, e continuavano a flagellare il sicilian popolo.

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La Pasqua di Risurrezione fu amarissima per nuovi oltraggi in Palermo, capitale antica del regno, che gli stranieri odiarono sopra ogni altra città, come più ingiuriata e più forte. Sedeva in Messina Eberto d’Orléans, vicario del re nell’isola; governava Palermo il giustiziere della Sicilia occidentale; ed era questi Giovanni di San Remigio, ministro degno di Carlo. I suoi oficiali, degni del giustiziere e del principe, testè s’erano sciolti a nuova stretta di rapine e di violenze. Ma il popolo sopportava. E avvenne che i cittadini di Palermo, cercando conforto in Dio dalle mondane tribolazioni, entrati in un tempio a pregare, nel tempio, nei dì sacri alla passione di Cristo, tra i riti di penitenza e di pace, trovassero più crudeli oltraggi. Gli scherani del fisco adocchian tra loro i debitori delle tasse; strappanli a forza dal sacro luogo; ammanettati li traggono al carcere, ingiuriosamente gridando in faccia all’accorrente moltitudine: “Pagate, Paterini, pagate”. E il popolo sopportava. Il martedì appresso la Pasqua (cadde esso a dì trentuno marzo), si celebrò una festa nella chiesa di Santo Spirito. Allora, brutto oltraggio a libertà fu principio; il popolo stancossi di sopportare. Del memorabil evento or narreremo quanto n’han tramandato gli storici più degni di fede.

A mezzo miglio dalle mura meridionali della città, sul ciglio del burrone dove scorre l’Oreto, sorge una chiesa dedicata allo Spirito Santo, della quale i latini padri non lascerebbero di notare, come il dì che sen gittava la prima pietra, nel secol dodicesimo, seguì una eclisse di sole. Dall’una banda il dirupo e il fiume, dall’altra corre infino a città la pianura, la quale in oggi ingombrasi per gran tratto di muri e d’orti; e un chiuso negro di cipressi, tutto scavato di tombe, e sparso d’urne e di lapidi, rinserra la chiesa con giusto spazio in quadro: cimitero pubblico, che fu costruito al cader del decimottavo secolo, e la pestilenza del milleottocentrentasette in tre settimane orribilmente lo colmò. Per questo allor lieto campo, fiorito di primavera, il martedì a vespro, per uso e religione, i cittadini traeano alla chiesa: ed erano frequenti le brigate; andavano, alzavan le mense, sedeano a crocchi, intrecciavano lor danze; fosse vizio o virtù di nostra natura, respiravan da’ rei travagli un istante, allorchè comparvero i famigliari del giustiziere, e un ribrezzo strinse tutti gli animi. Con l’usato piglio veniano gli stranieri a mantenere, dicean essi, la pace. A ciò mischiavansi nelle brigate, entravano nelle danze, abbordavano dimesticamente le donne; e qui una stretta di mano; e qui trapassi altri di licenza; alle più lontane, parole e gesti disdicevoli. Onde, chi pacatamente ammonilli se n’andassero con Dio senza far villania alle donne, e chi brontolò; ma i rissosi giovani alzarono la voce sì fieri, che i sergenti dicean tra loro: “Son armati questi ribaldi Paterini, poichè osan rispondere”; e però rimbeccarono ai nostri più atroci ingiurie; vollero per dispetto frugarli, se portasser arme; altri diede con bastoni o nerbi ad alcun cittadino. Già d’ambo i lati battean forte i cuori. In questo, una giovane di rara bellezza, di nobil portamento e modesto, con lo sposo, coi congiunti avviavasi al tempio. Droetto francese, per onta o licenza, a lei si fa come a richiedere d’armi nascose, e le dà di piglio, le cerca il petto. Svenuta cadde in braccio allo sposo; lo sposo soffocato di rabbia: “Oh muoiano, urlò, muoiano una volta questi Francesi!” Ed ecco dalla folla che già traea, s’avventa un giovane; disarma Droetto, lo trafigge; probabil è ch’ei medesimo cadesse ucciso al momento, restando ignoto il nome e l’essere suo, e se l’abbia mosso amor della ingiuriata donna, impeto di nobil animo, o alto pensiero di dar via al riscatto. I forti esempi, più che ragione o parola infiammano i popoli. Si destaron quegli schiavi del lungo servaggio: “Muoiano, muoiano i Francesi!” gridarono; e il grido, come voce di Dio, dicon le storie de’ tempi, echeggiò per tutta la campagna, penetrò tutti i cuori. Cadon su Droetto vittime dell’una e dell’altra gente; e la moltitudine si scompiglia, si spande, si serra: i nostri con sassi, bastoni, coltelli disperatamente abbaruffavansi con gli armati da capo a piè; cercavanli, incalzavanli; e seguiano orribili casi, tra gli apparecchi festivi e le rovesciate mense macchiate di sangue. La forza del popolo spiegossi, e soperchiò. Breve indi la zuffa, grossa la strage de’ nostri; ma eran dugento i Francesi, e ne cadder dugento.

Alla queta città corrono i sollevati, sanguinosi, ansanti, squassando le rapite armi, gridando l’onta e la vendetta: “Morte ai Francesi!” e qual ne trovano va a fil di spada. La vista, la parola, l’arcano linguaggio delle passioni, sommossero in un istante il popol tutto. Nel bollor del tumulto fecero, o si fece dassè, condottiero Ruggier Mastrangelo, nobil uomo: e il popolo ingrossava; spartito a stuoli, stormeggiava per le contrade, spezzava porte, frugava ogni angolo, ogni latebra: “Morte ai Francesi!” e percuotonli, e squarcianli; e chi non arriva a ferire, applaudisce e schiamazza. S’era il giustiziere, a tal subito romore, chiuso in palagio; e in un momento, una rabbiosa moltitudine chiamandolo a morte, circonda il palagio; abbatte i ripari, infellonita irrompe: ma il giustiziere le sfuggì, chè ferito in volto, tra le cadenti tenebre e ‘l trambusto, inosservato, montando a cavallo con due famigliari soli, rapidissimo s’involò. Intanto per ogni luogo infuriava la strage; nè posò per la notte sopraggiunta, e rincrudì la dimane, e l’ultrice rabbia non pure si spense, ma il sangue nemico fu quel che le mancò. Duemila Francesi morirono in quel primo scoppio. Negossi ai lor cadaveri la sepoltura de’ battezzati; ma poi si scavò qualche carnaio ai miserandi avanzi: e la tradizione ci additava la colonna sormontata d’una croce di ferro che la pietà cristiana aveva innalzata in un di quei luoghi, lungo tempo dopo il dì della vendetta. Narra la tradizione ancora, che il suon d’una voce fosse stata la dura prova onde scerneansi in quel macello i Francesi, come lo scibbolet nella tribù d’Efraim; e che se avveniasi nel popolo uom sospetto o mal noto, sforzavanlo col ferro alla gola a profferir ciciri, e al sibilo dell’accento straniero, spacciavanlo. Immemori di sè medesimi, e come percossi dal fato, gli animosi guerrieri di Francia non fuggiano, non s’adunavano, non combatteano: snudate le spade, porgeanle agli assalitori, ciascuno a gara chiedendo: “Me, me primo uccidete”; sì che d’un gregario solo si narra, che ascoso sotto un assito, e snidato coi brandi, deliberato a non morir senza vendetta, con atroce grido si scagliasse tra la turba dei nostri disperatamente, e tre n’uccidesse pria di cader egli trafitto. Nei conventi dei Minori e dei Predicatori irruppero i sollevati: quanti frati conobber francesi trucidarono. Si lavaron le mani nel sangue degli uccisi e vi fu chi ne bevve. Gli altari non serviron d’asilo; preghiera o pianto non valse; non a vecchi si perdonò, non a bambini nè a donne. I vendicatori spietati dello spietato eccidio d’Agosta [1270] gridavano che spegnerebber tutta semenza francese in Sicilia; e la promessa orrendamente scioglieano, scannando i lattanti su i petti alle madri e le madri da poi, nè risparmiaron le incinte; se non che alle Siciliane gravide di Francesi, con atroce misura di supplizio, spararono il corpo, e scerparonne e sfracellaron miseramente a’ sassi il frutto di quel mescolamento di sangui d’oppressori e d’oppressi. Questa carneficina di tutti gli uomini d’una favella, questi esecrabili atti di crudeltà, fean registrare il Vespro siciliano tra i più strepitosi misfatti di popolo; chè grosso è il volume, e tutte le nazioni scrisservi orribilità della medesima stampa e peggiori, le nazioni or più civili, e in tempi miti e anche svenevoli; e non solo vendicandosi in libertà, non solo contro stranieri tiranni, ma per insanire di sètta religiosa o civile, ma ne’ concittadini, ma ne’ fratelli, ma in moltitudine tanta d’innocenti, che spegneano quasi popoli interi. Ond’io non vergogno, no, di mia gente alla rimembranza del Vespro, ma la dura necessità piango che avea spinto la Sicilia agli estremi, insanguinata coi supplizi, consunta dalla fame, calpestata e ingiuriata nelle cose più care: e sì piango la natura di quest’uom ragionante che si dice plasmato a somiglianza di Dio, e d’ogni altrui comodo ha sete ardentissima, d’ogni altrui passione è tiranno, pronto ai torti, rapido alla vendetta, sciolto in ciò d’ogni freno quando trova alcuna sembianza di virtù che lo scolpì; sì come avviene in ogni parteggiare di famiglia, d’amistà, d’ordine, di nazione, d’opinion civile e religiosa.

Michele Amari, La guerra del Vespro siciliano.

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Pietro III il Grande d’Aragona; Regno di Sicilia; Aragonesi; Vespri siciliani; Angioini; Amari, Michele

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