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Ceram: La scoperta di Pompei

La scoperta di Pompei

Nel 79 d.C., il 24 agosto, Pompei ed Ercolano furono travolte dall’eruzione del Vesuvio. Quasi 1700 anni più tardi vengono riportati alla luce i resti di tombe e mura nella zona meridionale di Pompei, e da allora ad oggi gli scavi hanno restituito il sito originario quasi nella sua interezza. La ricostruzione del disastro naturale e la storia della resurrezione di Pompei – dovuta alla curiosità di Maria Amalia Cristina di Sassonia, sposa del re delle Due Sicilie Carlo III di Borbone – sono narrate in uno stile dettagliato e coinvolgente in questo estratto dell’opera Civiltà sepolte. Il romanzo dell’archeologia, il classico dello scrittore tedesco W.C. Ceram, uno dei più popolari divulgatori di storia dell’archeologia.

Nell’anno 1738 Maria Amalia Cristina, figlia di Augusto III di Sassonia, lasciò la corte di Dresda per andare sposa a Carlo di Borbone, re delle Due Sicilie. Vivace e amante dell’arte, rovistando nelle vaste sale dei Palazzi e nei giardini napoletani, la regina scoprì statue e sculture venute alla luce prima dell’ultima eruzione del Vesuvio, parte per caso e parte per l’iniziativa del generale d’Elboeuf.

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Colpita dalla bellezza di questi cimeli, la regina insistette presso il regale consorte perché le concedesse di cercarne dei nuovi. E poiché, da un anno e mezzo, dopo la grande eruzione del 1737, che aveva aperto il fianco della montagna e distrutto una parte del cono terminale, il Vesuvio sembrava tranquillo sotto l’azzurro cielo napoletano, il re acconsentì alla preghiera.

Non vi era di meglio da fare che riprendere le ricerche dove il d’Elboeuf le aveva interrotte. Il re si consigliò col cavalier Rocco Gioacchino de Alcubierre, comandante in capo delle truppe del genio, e questi procurò operai, utensili e polvere da sparo. Le difficoltà erano molte poiché occorreva superare quindici metri di massa eruttiva pietrificata. Dalla bocca di un pozzo, già scoperta dal d’Elboeuf, furono praticati passaggi e scavati cunicoli per le mine e giunse finalmente il momento in cui la punta del piccone incontrò il metallo che suonava sotto i colpi come una campana. Vennero alla luce per primi tre frammenti di cavalli di bronzo più grandi del naturale.

Soltanto allora fu fatto ciò a cui si sarebbe dovuto pensare fin dal primo momento: si chiamò un competente, il marchese don Marcello Venuti, umanista e direttore della Biblioteca Reale, perché sorvegliasse gli scavi successivi. Furono trovate tre statue di Romani vestiti di toga, alcune colonne dipinte e un torso di cavallo in bronzo. I sovrani vennero a visitare gli scavi. Il marchese si fece calare nel vano con l’aiuto di una corda e scoprì una scala. La forma di questa gli suggerì un’ipotesi che venne confermata l’11 dicembre 1738 da un’iscrizione trovata nel medesimo luogo e dalla quale si apprese che un tale Rufo aveva costruito a proprie spese il Teatro Ercolanense.

Così fu scoperta una città sepolta, poiché dove c’era un teatro doveva trovarsi una città. Senza avvedersene, guidato da ampi declivi di deposito lavico indurito, il d’Elboeuf era capitato nel mezzo del palcoscenico pieno di statue! Solo qui potevano trovarsi letteralmente adagiate l’una sull’altra tante opere di scultura; l’impeto violento del torrente di lava aveva fatto precipitare la parete, posteriore del teatro, cioè la scena, riccamente adorna di statue, sul palcoscenico, dove da millesettecento anni riposavano quelle membra di pietra.

L’iscrizione menzionava il nome della città: Herculaneum!

La lava, pietra liquida e fluente, magma di ogni sorta di minerali, torna a cristallizzarsi e pietrificarsi. Sotto questa coltre spessa venti metri giaceva Ercolano.

I lapilli, piccole pietre vulcaniche scagliate in alto insieme a cenere grassa, ricadono adagiandosi più mollemente, e possono essere asportati con utensili meno pesanti. Sotto di essi, molto meno profondamente della città sorella, è sepolta Pompei.

Capita spesso nella storia come nella vita degli uomini: accade per prima cosa il difficile, e la via più lunga è creduta la più breve. Dopo gli scavi iniziati dal d’Elboeuf dovevano passare altri trentacinque anni perché si desse il primo colpo di piccone per la liberazione di Pompei.

Il cavalier Alcubierre, sempre incaricato degli scavi, non era soddisfatto dei ritrovamenti. Carlo di Borbone si era già creato un museo unico al mondo, ma il re e l’ingegnere furono d’accordo per trasferire altrove il luogo dello scavo e questa volta non vollero avventurarsi alla cieca fra le scorie vulcaniche, ma decisero di cominciare piuttosto da quella località che i dotti indicavano dicendo: “Qui giace Pompei; sepolta secondo le fonti antiche nel medesimo giorno della città di Ercole!”.

Quello che avvenne allora si può paragonare al gioco che i nostri ragazzi chiamano “fuoco e acqua”; ma ci si trovava di fronte a un giocatore poco onesto, che grida “freddo” invece di gridare “caldo” quando la mano si avvicina alla mèta! Gli spiriti della vendetta, della cupidigia, dell’impazienza avevano qui assunto la parte di questo fuoco fatuo.

Lo scavo ebbe inizio il 10 aprile 1718. Il 6 aprile fu trovata la prima grande pittura murale. Il 19 aprile apparvero i primi morti: uno scheletro disteso le cui mani cercavano ancora di afferrare alcune monete d’oro e d’argento scivolate al suolo.

Ma per ottenere subito risultati tangibili, invece di proseguire sistematicamente lo scavo, si colmarono le trincee e se ne aprirono altrove delle nuove, senza rendersi conto che si era capitati proprio sul centro di Pompei.

Poteva accadere altrimenti? La coppia regale era spinta da un entusiasmo di profani colti (a dire il vero, però, nel caso del re non si poteva parlare di una cultura troppo vasta!), mentre Alcubierre mirava alla soluzione di un problema tecnico. (Winckelmann disse più tardi con collera che egli aveva a che fare con le antichità quanto “la luna coi granchi”). In tutti gli altri partecipanti non viveva che il segreto pensiero di fare il colpo più rapido e più fortunato, appena l’oro e l’argento avessero di nuovo tintinnato sotto il piccone (delle ventiquattro persone che scavavano il 6 aprile, dodici erano detenuti e gli altri operai mal retribuiti).

Venne alla luce la platea dell’anfiteatro. Ma poiché non si trovarono né statue, né oro, né gioielli, si scavò altrove, mentre un po’ più di pazienza avrebbe condotto diritto allo scopo! Nella regione della Porta Ercolanense si capitò su di una villa, che, a torto e senza alcun motivo, fu ritenuta la casa di Cicerone. (Affermazioni di tal sorta, del tutto arbitrarie, ebbero spesso in seguito non lieve peso e portarono anche a risultati fruttuosi nella storia dell’archeologia). Le pareti di questa villa erano decorate di bellissimi affreschi che furono staccati e copiati. La villa fu poi ricoperta! E la regione intorno a Cività (la Pompei antica) rimase per quattro anni inesplorata, e si passò ad uno scavo più ricco presso Ercolano, dove si scoprì qualcosa che costituì allora uno dei più interessanti tesori dell’antichità, la villa con la biblioteca di cui si era servito il filosofo Filodemo, quella che oggi è chiamata la “Villa dei Papiri”.

Nel 1754, infine, nella zona meridionale di Pompei vennero in luce i resti di alcune tombe e di antiche mura. Da allora fino a oggi, con qualche breve interruzione, si sono succeduti sempre nuovi scavi e sempre maggiori meraviglie sono venute affiorando dalla terra.

Solo quando si conosca il carattere della sciagura che si era abbattuta sulle due città, ci si può render conto dell’effetto che la scoperta produsse nel secolo del pre-classicismo.

Verso la metà d’agosto dell’anno 79 d. C. si erano cominciati ad avvertire i segni di un’eruzione del Vesuvio, fenomeno che, del resto, si era già verificato con frequenza. Nelle ore antimeridiane del 24 agosto si delineò l’inizio di una catastrofe eccezionalmente grave.

Con un boato spaventoso la cima del monte si squarciò. Un pino di fumo si alzò verso la volta del cielo, e fra boati e rapidi lampi si rovesciò sulla terra una pioggia di lapilli e di cenere che oscurò la luce del sole. Gli uccelli cadevano fulminati nel volo, gli uomini fuggivano gridando terrorizzati, gli animali si nascondevano. Torrenti di acqua si riversavano sulle strade e non si sapeva se venissero dal cielo o dalla terra.

Le città furono sepolte nella piena attività di un giorno di sole. Ma la loro fine avvenne in due maniere diverse. Una valanga di fango, formata di cenere, lava e acqua torrenziale si rovesciò su Ercolano, penetrò nelle strade e nei vicoli, ingrossando sempre più fino a coprire i tetti, e varcando porte e finestre; la città si riempì come una spugna si riempie d’acqua, e tutto quanto non poté salvarsi in rapida fuga fu sommerso.

Diversa fu la sorte di Pompei. Nessun torrente di fango diede qui il segno che nella fuga era l’unico mezzo di salvezza. Cominciò con una leggera pioggia di cenere, che ci si poteva scuotere di dosso; poi caddero i lapilli, a cui seguirono massi di pomice del peso di parecchi chilogrammi. La gravità del pericolo si profilò lentamente, e quando già era troppo tardi. Cortine di vapori solforosi scesero sulla città, penetrarono nelle fessure e nelle connessure, filtrarono sotto il panno che gli uomini, che respiravano sempre più a fatica, si premevano sul viso. E se correvano all’aperto in cerca di aria e di libertà, i lapilli li colpivano così fitti da farli retrocedere terrorizzati. E appena rientravano in casa erano seppelliti sotto il crollo del tetto. Alcuni rimasero illesi per breve tempo: riparati sotto i pilastri delle scale, stretti gli uni agli altri, resistettero ancora per una paurosa mezz’ora. Poi i vapori solforosi penetrarono anche lì e li soffocarono.

Quarantotto ore dopo, il sole brillava di nuovo, ma Pompei ed Ercolano avevano cessato di esistere. In un raggio di diciotto chilometri la campagna era distrutta, il suolo ricoperto. Particelle di cenere avevano raggiunto l’Africa, la Siria, l’Egitto. Solo una tenue colonna di fumo saliva ancora dal cratere. E il cielo era tornato azzurro!

Si può ben immaginare quale straordinaria ventura abbia rappresentato questo fatto per tutte le scienze rivolte allo studio del passato!

Quasi millesettecento anni trascorsero.

Altri uomini con altre cognizioni, altri costumi, ma pur legati ai sepolti da quei vincoli di sangue che stringono tutta l’umanità, affondarono la vanga nella terra e riportarono alla luce quello che per tanto tempo era rimasto nascosto. L’impresa poteva paragonarsi al prodigio di una resurrezione.

Allo studioso tutto preso dalla scienza e libero da ogni pietà umana può accadere di considerare particolarmente fortunato il modo in cui si svolse la catastrofe. In termini molto profani, così Goethe si esprime su Pompei: “Io non conosco niente di più interessante...” E in realtà non si potrebbe escogitare sistema migliore di questa pioggia di cenere per tramandare (o, più esattamente, “conservare”) alla posterità una città nella piena attività della vita quotidiana. Non ci troviamo di fronte a una città antica soggiaciuta alla fine consueta al termine di una lenta decadenza. È come se una bacchetta magica avesse toccato improvvisamente due città viventi; e la legge del tempo, la legge del divenire e del trascorrere, avesse perso la sua validità!

Al tempo del primo scavo si sapeva solo che due città erano state sepolte. Ora si cominciavano a conoscerne le drammatiche vicende e le notizie degli antichi autori si riempivano di vita. Si conobbe così l’orrore della catastrofe, la sua rapidità che aveva interrotto in modo così subitaneo la vita quotidiana da non lasciare neanche il tempo di ritirare dal forno il pane o il porcello arrosto.

Quale storia si nasconde dietro i resti di due gambe che portano ancora i ceppi dello schiavo, incatenato mentre intorno infieriva la distruzione? Quale tormento nella fine di un cane trovato legato sotto il tetto crollato di una stanza? L’animale era salito sempre più in alto sullo strato di lapilli che entravano dalla porta e dalle finestre con l’impeto di un torrente, finché si trovò schiacciato contro il soffitto e infine abbaiò per l’ultima volta e cadde soffocato.

Storie familiari, drammi di miseria e di morte affiorarono sotto la vanga. L’ultimo capitolo del celebre romanzo di Bulwer, Gli ultimi giorni di Pompei, non si presta all’accusa di inverosimiglianza. Si trovarono madri che serravano nelle braccia i figli a proteggerli con l’estremo lembo del velo prima di restare entrambi soffocati; uomini e donne, raccolti in fretta i propri tesori, sono giunti fino alla soglia, dove sono caduti, colpiti dalla pioggia di lapilli, stringendo ancora convulsamente gioielli e danaro. “Cave canem” (Attenti al cane) è ancora scritto sull’ingresso della casa ove Bulwer colloca il suo Glauco. Su quella soglia due fanciulle esitarono nella fuga per raccogliere in fretta i loro oggetti preziosi. Troppo tardi!

Davanti alla Porta di Ercole si trovarono corpi su corpi, ancora carichi del peso troppo grave delle masserizie. In una camera ostruita si rinvennero gli scheletri di una donna e di un cane. Un’attenta osservazione rivelò uno spaventoso episodio. Mentre lo scheletro del cane aveva conservato la propria forma, le membra della donna si trovarono sparse in tutti gli angoli della stanza. Cosa era avvenuto? Chi o che cosa le aveva disperse così? Forse il cane, sopravvissuto per un giorno alla morte della padrona, l’aveva assalita e divorata, soverchiato dal violento istinto della sua natura ferina. Non molto lontano un rito funebre era rimasto interrotto; i convitati furono trovati dopo millesettecento anni, ancora giacenti sui letti da riposo, partecipi alla loro stessa sepoltura.

Qui sette bambini erano stati sorpresi durante il gioco nella propria stanza, ignari della morte. Là trentaquattro uomini con accanto una capra che, accompagnata dal sinistro tintinnare della campanella che le pendeva al collo, aveva cercato riparo nella presunta sicurezza di un’abitazione. Per coloro che avevano troppo esitato nella fuga non bastava più coraggio, né previdenza, né forza. Un uomo di proporzioni veramente erculee era caduto al suolo insieme alla madre e a una figlia quattordicenne che lo avevano preceduto nella fuga e che egli non era riuscito a difendere. Con uno sforzo estremo aveva tentato di rialzarsi, ma i vapori lo avevano stordito, finché non si era piegato e rotolando lentamente era caduto supino. La cenere lo aveva ricoperto e aveva conservato la sua forma; in questa forma gli scienziati colarono del gesso e ottennero così il calco di un pompeiano morto.

Di quali grida echeggiò la casa sepolta quando un dimenticato, un ritardatario scoprì che porte e finestre gli erano ormai precluse? quando brandì l’accetta per abbattere la parete? quando si accorse che anche dietro quel muro non gli si apriva più nessuna via di uscita, quando assalì con l’accetta anche la seconda parete e, dopo aver incontrato anche nel vano successivo solo macerie, cadde infine sopraffatto?

Le case, i templi di Iside, l’anfiteatro, rimasero come erano stati abitati, ancora pieni di vita. Nelle stanze da studio erano le tavolette di cera, nella biblioteca i rotoli di papiro, nelle botteghe gli utensili, nei bagni gli strigili. Sui banchi delle taverne giacevano ancora le stoviglie e il danaro gettato in fretta dall’ultimo avventore. Sulle pareti delle bettole si leggevano versi di amanti languidi o disperati, su quelle delle ville si scoprirono pitture che, come scrisse il Venuti, erano “assai più belle delle opere di Raffaello”.

C.W. Ceram, Civiltà sepolte. Il romanzo dell’archeologia, traduzione di L. Borrelli, Einaudi, Torino 1956.

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