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In questo capitolo del suo classico Civiltà sepolte. Il romanzo dell’archeologia, il celebre scrittore tedesco C. W. Ceram ricostruisce la storia dei ladri di tombe nella Valle dei Re. Situata sulla sponda occidentale del Nilo, di fronte a Karnak e a Luxor, la necropoli ospita i sepolcri dei grandi faraoni, in specie quelli del Nuovo Regno. Essa sorse per volontà di Tutmosi I, che per primo separò la propria tomba dal tempio funebre per timore della profanazione del sepolcro e della sua propria mummia. Come appare da queste pagine, l’iniziativa del re e gli stratagemmi costruttivi non scoraggiarono i ladri, e i furti nelle tombe proseguirono raggiungendo il culmine sotto la XX dinastia.
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La “Valle dei Re”, o le “tombe dei re di Biban-el-Muluk”, si trovano sulla sponda occidentale del Nilo di fronte a Karnak e Luxor (dove sorgono le enormi sale a colonne e i templi del Nuovo Regno), e fanno parte della vasta campagna, ora deserta, che un tempo ospitava la necropoli di Tebe. Là, durante il Nuovo Regno, si trovavano i sepolcri dei defunti più ragguardevoli, e anche i templi per i re e quelli in onore del dio Amun.
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L’amministrazione e il continuo ampliamento di questa gigantesca città di morti esigeva un gran numero di personale, che era soggetto a uno speciale funzionario, il “principe dell’Occidente e capo dei mercenari della necropoli”. I sorveglianti abitavano in caserme; gli scavatori e i muratori, i tagliapietre e i pittori, gli artigiani di ogni sorta, e finalmente gli imbalsamatori e i mummificatori, che proteggevano l’involucro mortale e creavano l’eterno rifugio per il ka, tutta questa gente viveva in gruppi di case che assunsero col tempo l’entità di piccoli villaggi.
Ciò avveniva – come è stato detto – al tempo del Nuovo Regno, quando l’Egitto era governato dai sovrani più potenti che mai avesse avuto, i “Figli del Sole”, il primo e il secondo Ramsete. Era l’epoca della XVIII e soprattutto della XIX dinastia, all’incirca dal 1350 fino al 1200 a.C.
Era, per servirci delle analogie care a Spengler, un’epoca simile alla nostra, il regno della civiltà (Zivilisation) quasi pura, il periodo del nascente “cesarismo”. Si verificò allora in Egitto lo stesso fenomeno per cui la Roma dei Cesari sviluppò la monumentale cultura della Grecia solo nel senso del “colossale”; così la grandezza delle piramidi dell’antico Egitto trapassò nelle gigantesche costruzioni di Karnak, di Luxor, di Abido. Sempre secondo Spengler, la stessa cosa avvenne a Ninive, la “Roma assira”, per opera di Sanherib, col cesare cinese Hoang-ti, e nelle gigantesche costruzioni indiane successive al 1250. La civiltà egiziana si trovava nelle stesse condizioni in cui ci troviamo noi occidentali, tra New York, la città dei grattacieli, e una Berlino in macerie, una Londra stagnante, una Parigi in decadenza.
Al principio dello sviluppo della più grande necropoli che noi conosciamo, e particolarmente all’inizio dell’attività costruttiva nella “Valle dei Re”, sta una delle più importanti risoluzioni del re Thutmosis I (1545-1515 a.C.). Un fatto notevole per tutta la storia successiva delle dinastie egiziane, e significativo (benché siano state compiute in questa direzione ben poche ricerche che esulino dal ristretto ambito tecnico degli archeologi) per fissare il momento in cui la “cultura” (Kultur) egiziana, dotata di un’anima propria e fedele alla tradizione, si trasformò in una “civiltà” (Zivilisation) senz’anima, rinnegatrice della tradizione e distruttrice di ogni forma organica.
Comunque ciò sia, Thutmosis I separò per primo la propria tomba dal tempio funebre, ponendo tra i due edifici un intervallo di un chilometro e mezzo, e decise di non collocare più il proprio cadavere in un monumento fastoso e visibile, ma in un nascosto recinto roccioso.
A noi può sembrare un fatto privo di importanza. Ma per Thutmosis rappresentava la rottura improvvisa e completa con una tradizione mantenutasi per 1700 anni!
Egli procurò al suo ka, e quindi al proseguimento della propria vita dopo la morte, infinite difficoltà, separando dalla tomba il tempio, dove, nei giorni di festa, erano portati i doni sacrificali che erano tanto necessari all’esistenza del ka. Il pretesto esteriore di questa decisione era la fiducia di poter acquistare così una sicurezza che, come appariva dalle tombe profanate, non era concessa ai suoi predecessori. Ciò che lo spingeva a dare tali ordini al suo capo-costruttore Ineni, era, nonostante ogni disintegrazione razionalistica e trasformazione mondana della religione (i re della XXI dinastia furono sacerdoti di Amun, “re-sacerdoti”; ma già prima la potenza politica dei sacerdoti era andata continuamente crescendo), la folle paura della distruzione della propria mummia, della profanazione della tomba. Al principio della XVIII dinastia non si trovava in tutto l’Egitto una sola tomba di re che non fosse stata saccheggiata, né c’era mummia di una qualche importanza che non fosse stata spogliata di una parte della sua “magica corazza”, e così profanata per l’eternità. Raramente i ladri di tombe furono catturati; qualche volta, sorpresi sul fatto, dovettero abbandonare parte del bottino. Il ladro che 500 anni prima di Thutmosis aveva, per meglio trasportarla, ridotto in pezzi la mummia della moglie del re Zer, fu disturbato sul lavoro, e nascose in gran fretta un braccio disseccato in un foro del muro della tomba, dove alcuni archeologi tedeschi lo trovarono nel 1900, intatto, con un prezioso anello di ametiste e turchesi sotto le bende.
Il capomastro di Thutmosis si chiamava Ineni. Possiamo immaginare come si sia svolto il colloquio fra il sovrano e l’architetto. Una volta presa la decisione di rompere con la tradizione, Thutmosis si rese conto ben presto che l’unico modo per evitare il destino dei suoi predecessori era di tenere nascosto il luogo della costruzione e l’arca della tomba.
Dobbiamo alla vanità del capomastro Ineni se noi sappiamo oggi come si svolse il lavoro. Sui muri della sua cappella tombale, nel quadro di una particolareggiata biografia, egli diede anche notizia della costruzione di questa prima tomba a pozzo. E la frase è questa: “Io solo sorvegliai la costruzione della tomba rupestre di Sua Maestà. Nessuno vide, nessuno udì nulla!” Ma un archeologo moderno, uno dei migliori conoscitori della “Valle dei Re” e di tutte le difficoltà edilizie di laggiù (Carter), ritiene che Ineni abbia dovuto servirsi di più di cento operai. Ed egli scrive semplicemente, senza aggiungere commenti: “È comprensibile che i cento o più operai che conoscevano il più geloso segreto del re, non poterono andare in giro liberamente, e certo Ineni trovò mezzi efficaci per ridurli al silenzio. Forse il lavoro sarà stato eseguito da prigionieri di guerra che furono soppressi dopo averlo compiuto!”
Ma con questa enorme rottura con la tradizione riuscì Thutmosis a raggiungere il risultato che desiderava? La sua tomba è la prima nella “Valle dei Re” nel ripido declivio posteriore del vallone tetro e solitario. Egli tagliò nella roccia un’erta scalinata e collocò la sua tomba secondo un sistema che seguirono poi, per 500 anni, tutti i successivi architetti dei Faraoni; e i Greci, per via della forma otricolare di queste tombe, le chiamarono “siringhe”, dalla syrinx, il lungo flauto pastorale (Strabone, il viaggiatore greco dell’ultimo secolo a.C., ne descrisse “quaranta degne di essere visitate”).
Non sappiamo quanto durò il riposo di Thutmosis. Sappiamo solo che, misurato col metro della storia egiziana, non fu molto lungo. Insieme alla figlia e ad altre mummie, egli fu trafugato non da ladri, ma da qualcuno che volle sottrarli a questo pericolo non ritenendo più sicura neppure la tomba rupestre. I re collocarono le loro tombe nella roccia, sempre più fitte. Il personale di sorveglianza era sempre più concentrato, l’attenzione quindi meno dispersa: eppure i furti continuavano.
Nella tomba di Tut-ench-Amun i ladri penetrarono dieci o quindici anni dopo la sua morte. In quella di Thutmosis IV, appena qualche anno dopo la sua morte, i depredatori lasciarono perfino la loro carta da visita: scarabocchi sulle pareti, corna, espressioni di antico gergo, e distrussero la tomba in modo tale che un secolo dopo il pietoso Haremheb, nell’ottavo anno del suo regno, ordinò al funzionario Kej “di rimettere a posto la tomba del re Thutmosis IV il Beato nella sua preziosa dimora, nella Tebe occidentale”.
Ma i furti nelle tombe raggiunsero il culmine sotto la XX dinastia. La splendida potenza del primo e secondo Ramsete, del primo e secondo Sethos, era un ricordo d’altri tempi. I nove successori di nome Ramsete non ebbero che un grande nome. La loro sovranità fu debole e sempre insidiata. La disonestà e la corruzione vennero a costituire una nuova e inespugnabile potenza. I custodi della necropoli si allearono ai sacerdoti, i sorveglianti con gli ispettori superiori; lo stesso direttore della Tebe occidentale, il massimo funzionario preposto alla sorveglianza della necropoli, si mise d’accordo con i ladri delle tombe. E oggi, grazie alle scoperte di papiri dell’epoca di Ramsete IX, possiamo diventare testimoni di un processo contro ladri di tombe: testimoni di un processo avvenuto tremila anni fa e in virtù del quale i depredatori finora sconosciuti escono dall’anonimato.
Un giorno Peser, direttore della Tebe orientale, ebbe notizia dei vasti saccheggi di tombe che avvenivano nella zona occidentale della necropoli. Il direttore della Tebe occidentale era Pewero, individuo di dubbia fama, che non andava a genio all’altro e ne era ripagato di eguale considerazione. Peser approfittò con piacere dell’occasione che gli era offerta per screditare il collega e pari grado agli occhi del visir di tutta la provincia tebana, Chamwese. (Seguiamo qui il brillante racconto di Howard Carter, che si basa sulla splendida raccolta di documenti egiziani del Breasted, Ancient Records of Egypt).
Ma la cosa andò male per Peser, che fece lo sbaglio di denunciare il numero preciso delle tombe saccheggiate: dieci di re, quattro di sacerdotesse e moltissime di privati. Vari membri della commissione che Chamwese mandò per il controllo sulla sponda del fiume, forse anche il loro presidente, forse lo stesso visir, avevano approfittato delle ruberie (il che dimostra la previdenza di Pewero). Oggi si direbbe che avevano ricevuto una percentuale. Così, quando essi ebbero varcato il fiume risolsero la questione dal lato formale e giuridico: non indagarono se ci fosse stato realmente un saccheggio, ma stabilirono che le notizie di Peser erano completamente sbagliate, perché invece di dieci tombe di re ne era stata manomessa solo una e invece di quattro tombe di sacerdotesse solo due. Non si poté negare che quasi tutte le tombe private erano state saccheggiate, ma la commissione non vide alcun motivo per citare in giudizio un meritevole funzionario come Pewero. La denunzia fu fermata. Il giorno seguente Pewero trionfante (possiamo benissimo immaginarci il suo comportamento) riunì gli “ispettori, gli amministratori della necropoli, gli artigiani, la polizia e tutti gli Arabi della necropoli”, e li mandò sulla sponda orientale a dare l’annuncio del fatto (una manifestazione che oggi, secondo il nuovo costume linguistico, chiameremmo certamente spontanea), con la speciale raccomandazione di non trascurare di passare vicino alla casa di Peser.
Per Peser questo era troppo! A ragione prese la cosa come una provocazione, e in un comprensibile accesso di furore commise un secondo irreparabile errore. Ebbe un vivace scambio di parole con uno dei capi della folla proveniente dalla città occidentale, ed eccitatissimo dichiarò davanti a testimoni che scavalcando il visir avrebbe informato direttamente il re.
Pewero non aspettava che questo. Informò in fretta il visir dell’inaudito proposito di Peser, che sovvertiva ogni ordinamento gerarchico. Il visir riunì la corte di giustizia e costrinse l’incauto a parteciparvi come giudice, e a condannarsi cosi come reo e spergiuro.
Questa storia così “moderna”, che abbiamo riferito nei suoi particolari, esattamente documentati, senza aggiungerci nulla di testa nostra, ha una di quelle conclusioni a lieto fine che ricorrono nelle favole, ma che desideriamo spesso invano nella realtà.
Due o tre anni dopo questi avvenimenti, indici di una così profonda corruzione, fu sorpresa una banda di otto profanatori di tombe. Fustigati “con doppia frusta sulle mani e sui piedi”, essi consegnarono un protocollo, che evidentemente cadde nelle mani di un funzionario incensurabile e quindi non fu occultato. Conosciamo anche cinque dei nomi di questi ladri. Essi erano lo scalpellino Hapi, l’artigiano Iramun, il contadino Amenemheb, il portatore d’acqua Kemwese e lo schiavo negro Ehenufer. Essi dissero:
Noi aprimmo i feretri e gli involucri in cui essi erano avviluppati. Trovammo la nobile mummia di questo re... Al suo collo c’era una grande fila di amuleti e di ornamenti d’oro; la sua testa era ricoperta di una maschera d’oro. Le sue bende erano dorate e argentate all’interno e all’esterno; e adorne di pietre preziose. Strappammo l’oro che avevamo trovato sulla nobile mummia di questo dio, e gli amuleti e gli ornamenti che portava al collo e sulle bende in cui era avvolto.
Nelle stesse condizioni trovammo la moglie del re; e nello stesso modo le togliemmo tutto quanto si trovava su di lei. Riducemmo in cenere le sue bende. Rubammo la suppellettile che si trovava accanto ai corpi, e c’era vasellame d’oro, d’argento e di bronzo. Dividemmo in otto parti l’oro che avevamo trovato sulle mummie di queste due divinità, e gli amuleti, gli ornamenti e le bende.
Il tribunale li giudicò colpevoli. Le denunzie di Peser erano appoggiate da fatti, poiché, fra le tombe di cui ora si ammetteva il saccheggio, ce n’era una di quelle citate nel suo primo rapporto!
Ma pare che neppure questo procedimento giudiziario (e ce ne furono molti altri simili) riuscì ad arginare il sistematico saccheggio della “Valle”. Da altre notizie di processi sappiamo che le tombe di Amenophis III, di Sethos I e di Ramsete II furono manomesse. “ ... e sotto la successiva dinastia – dice Carter – ogni tentativo di sorveglianza delle tombe sembra trascurato”. Ed egli traccia questo fosco panorama delle imprese ladresche nella “Valle”:
La valle deve aver assistito a fatti straordinari, e quanto mai audaci furono le avventure che vi si svolsero. Bisogna immaginare i progetti macchinati per interi giorni, gli occulti convegni notturni fra le rocce, la corruzione o lo stordimento delle guardie della necropoli, e poi lo scavo rischioso nell’oscurità, il difficile cammino attraverso una piccola apertura fino alla camera funeraria, e, a un incerto bagliore, la febbrile ricerca di tesori asportabili, il ritorno alla grigia luce dell’alba, carichi di bottino. Possiamo immaginare tutto ciò, e possiamo capire nello stesso tempo come il furto fosse inevitabile. Mentre un re provvedeva per la propria mummia ad un accurato e prezioso allestimento degno del proprio rango, contribuiva egli stesso alla sua distruzione. La tentazione era troppo forte. Ricchezze che superavano il sogno più cupido erano là, pronte per chi avesse trovato i mezzi per impadronirsene; e presto o tardi il ladro delle tombe doveva raggiungere il suo scopo.
Ma un altro spettacolo doveva essere ancora più impressionante. Fin qui abbiamo dovuto parlare soltanto di ladri di tombe, di sacerdoti fedifraghi, di funzionari corruttibili, di capi corrotti, di questa immensa rete di predoni che si era organizzata attraverso tutti i gradini sociali (Petrie fu il primo a sospettarne l’esistenza quando seguì le tracce dei ladri nel sepolcro di Amenemhet). E si potrebbe supporre che al tempo della XX dinastia non esistessero più uomini giusti e pii che onorassero i re defunti.
Ma mentre i ladri strisciavano di soppiatto con la loro preda lungo sentieri notturni, piccoli gruppi di fedeli si appostavano su altri sentieri. Essi avevano dovuto imparare i metodi dei loro avversari per combatterli. Al furto si poteva opporre solo un furto ancora più rapido. E in questa guerriglia, in questa lotta preventiva di pochi sacerdoti fedeli e funzionari onesti contro ladri perfettamente organizzati, dobbiamo immaginare preparativi ancora più segreti, dobbiamo pensare cospirazioni notturne, dirette contro quelle dei predoni, e tenute in luoghi forse non molto distanti.
Dobbiamo fare appello a tutta la nostra fantasia per rievocare un sussurrio febbrile al coperto chiarore delle fiaccole, davanti al sarcofago aperto, e per vedere figure rannicchiate nel timore di un agguato. È vero che, per loro, la sorpresa non sarebbe stata pericolosa - erano nel loro diritto -; ma lo sguardo di un traditore avrebbe informato i ladri, avrebbe detto loro quale re si aveva intenzione di trafugare per sottrarlo alle loro grinfie. E dobbiamo sforzarci di rievocare il corteo dei sacerdoti che, a due a due, al massimo tre per volta, si affrettano dietro l’ultimo guardiano rimasto fedele al suo ufficio che fa loro da guida. Essi trafugano i corpi imbalsamati dei loro re defunti. Di tomba in tomba trafugano le mummie per sottrarle a mani delittuose. E appena hanno notizia di un nuovo complotto, devono ripetere le loro notturne escursioni. I re defunti, le cui mummie avrebbero dovuto riposare per tutta l’eternità, cominciano a peregrinare!
Ed ecco un’altra scena, che forse si svolgeva alla luce del giorno. La polizia chiudeva la “Valle”. Schiere di portatori e colonne di animali da tiro trasportavano uno dei giganteschi sarcofaghi dalla camera tombale divenuta malsicura al nuovo rifugio. Seguivano i soldati, e forse molti testimoni lasciarono la vita per serbare il nuovo segreto.
Ramsete III fu per tre volte tolto dalla tomba e nuovamente seppellito. Amosis, Amenophis I, Thutmosis II, e perfino Ramsete il Grande, cambiarono di sede. E infine, per mancanza di nuovi nascondigli, più re furono posti in un’unica tomba.
“Nell’anno 140, nel 3° mese della 2a stagione dell’anno, al 6° giorno, Osiris, re Usermare (Ramsete II), fu trasportato per essere nuovamente seppellito nella tomba di Osiris re Menmarc (Sethos I), per opera del capo dei sacerdoti di Amun, Pinutem”.
Ma neppure nel nuovo rifugio essi sono sicuri; Sethos I e Ramsete II vengono trasportati nella tomba della regina Inhapi. Infine più di tredici mummie regali giacciono nella tomba di Amenophis II, e le altre, di quando in quando, nelle occasioni più diverse, vengono tratte fuori dalla tomba originaria, dal primo o dal secondo nascondiglio, e trasportate per un ripido e solitario sentiero (che ancor oggi si può percorrere), fuori della “Valle dei Re”, in un sepolcro scavato nella roccia del vallone incassato di Der-el-Bahri, non lontano dal tempio gigantesco che la regina Hatshepsut, l’infelice consorte e sorella del terzo Thutmosis, aveva cominciato a costruire!
Qui le mummie riposarono in pace tremila anni. La notizia della precisa ubicazione del sepolcro andò perduta per uno di quei casi che protesse anche la tomba di Tut-ench-Amun dopo le prime e frettolose ruberie; forse una violenta tempesta la inondò e ostruì l’ingresso situato nella parte più bassa della “Valle”. Un altro caso, il viaggio del collezionista americano a Luxor, avrebbe rivelato che questa immensa tomba comune era stata scoperta – per un ennesimo caso – nel 1875 d.C.!
C.W. Ceram, Civiltà sepolte. Il romanzo dell’archeologia, traduzione di L. Borrelli, Einaudi, Torino 1956.
Compare in
Amenofi I; Carter, Howard; Faraone (storia); Valle dei Re; Antico Egitto
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