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Baha ad-Din: Ritratto del Saladino

Ritratto del Saladino

Baha ad-Din, il più attendibile biografo di Saladino, entrò al servizio del sultano d’Egitto nel 1188. Lontano dalla piaggeria cortigiana, in uno stile piano e con il conforto dell’esperienza diretta, lo storico islamico dipinge qui il Saladino come l’optimus princeps musulmano, il campione dell’Islam. L’estratto è inserito in Storici arabi delle crociate, opera che si propone di fornire il punto di vista islamico relativamente al clamoroso scontro che nel Medioevo oppose frontalmente il mondo cristiano a quello musulmano.

Fra le autentiche tradizioni canoniche ci sono queste parole del Profeta: “L’Islàm poggia su cinque fondamenti: l’attestazione che non vi è altro dio fuorché Iddio, il compimento della preghiera, il pagamento della decima legale, il digiuno del ramadàn, e il pellegrinaggio alla Santa Casa di Dio (alla Mecca)”. Ora, Saladino era di retta fede, e spesso aveva il nome di Dio sulle labbra: egli aveva attinto la sua fede dalle prove debitamente esaminate nella compagnia dei più autorevoli dottori e dei maggiori giureconsulti, acquistandone la necessaria competenza al punto da potere opportunamente interloquire quando se ne discorreva in sua presenza, sia pur non usando il linguaggio tecnico dei dottori. Ciò ebbe per conseguenza l’integrità della sua fede da ogni macchia di eterodossia, senza far trapassare la speculazione ad alcun errore teologico ed eresia; la sua fede era retta, conforme alle sane regole speculative, e approvata dai massimi dottori. L’imàm Qutb ad-din an-Nisaburi aveva compilato per lui un catechismo con tutti gli essenziali elementi dogmatici, e tanto egli lo aveva caro che lo insegnava ai suoi figliuoli bambini, perché si imprimesse nelle loro menti fin dalla fanciullezza; l’ho visto io stesso insegnarglielo, e loro ripeterlo a memoria davanti a lui.

Altre risorse

Quanto alla preghiera canonica, egli vi adempiva con grande assiduità nella forma dell’orazione in comune, tanto che un giorno disse che da anni non l’aveva compiuta che in quella forma: quando era ammalato, faceva venire il solo imàm, e si imponeva di levarsi e far la preghiera in comune con lui. Praticava assiduamente le normali orazioni extracanoniche, e se si destava di notte faceva una preghiera di due raka’àt, o se no le eseguiva prima della preghiera del mattino. Mai egli tralasciò la preghiera canonica finché fu padrone di sé: lo vidi pregare ritto in piedi nella malattia stessa di cui morì, e la omise solo nei tre giorni in cui perdette coscienza. E se l’ora della preghiera lo coglieva mentre era in viaggio, smontava da cavallo e pregava.

Quanto all’elemosina legale, egli morì senza aver presso di sé una somma tale da essere ad essa sottoposta, ché le sue elemosine extracanoniche avevano consumato ogni suo avere; con tutto quello di cui fu padrone, morì senza lasciare nel suo tesoro di oro ed argento altro che quarantasette dramme nasirite, e un solo pezzo d’oro di Tiro; né lasciò beni immobili né case né fondi né giardini né villaggi né seminati, né altro avere alcuno.

Quanto al digiuno di ramadàn, ci furono dei ramadàn che egli doveva rimettere, per causa di malattie susseguitesi in diversi tempi. Il cadi al-Fadil teneva il conto preciso di quei giorni, che Saladino aveva cominciato a rimettere a Gerusalemme l’anno in cui morì, perseverando nel digiuno per più del mese prescritto. Egli doveva ancor rimettere le omissioni di due ramadàn che le malattie e l’impegno nella guerra santa gli avevano impedito di osservare: il digiuno non si confaceva col suo temperamento, e Iddio lo ispirò a digiunare quell’anno per rimettere quelle omissioni: in assenza del Cadi, tenevo io il conto di quei giorni in cui digiunava: il medico ne lo rimproverava, ma egli non voleva sentir nulla, e diceva: “Chi sa mai cosa può accadere...”, quasi ispirato ad assolvere quel debito di coscienza; e tanto digiunò da soddisfare a quella rimanenza a suo carico.

Quanto al pellegrinaggio, aveva sempre desiderato e avuto l’intenzione di compierlo, specialmente l’anno in cui morì. Aveva allora ribadito la sua decisione in proposito, e ordinato di fare i preparativi: noi facemmo le provviste di viaggio, e non restava che mettersi in marcia, quando ne fu impedito dalla ristrettezza del tempo e mancanza dei mezzi che si addicono a un suo pari. Egli lo differì allora all’anno seguente, ma Iddio decise altrimenti; e questa è cosa a conoscenza di tutti, grandi e piccoli.

Egli amava ascoltare la recitazione del nobile Corano: faceva perciò un esame all’imàm a ciò addetto, ed esigeva che fosse dotto nelle scienze coraniche e perfetto conoscitore a memoria del Testo sacro. Di notte, quando se ne stava nel suo gabinetto, chiedeva a chi lo vegliava la recitazione di due, tre o quattro sezioni del Corano, ed egli stava a sentire; nelle udienze generali, chiedeva alla persona a ciò addetta la recitazione di una ventina e più di versetti. Passò una volta accanto a un bambino che recitava il Corano dinanzi al padre, e siccome la sua recitazione gli piacque, se lo fece avvicinare, e gli assegnò una parte del suo vitto particolare, e legò a lui e a suo padre una parte di un podere. Umile e sensibile di cuore, pronto alle lacrime, soleva commuoversi e piangere il più delle volte a sentir recitare il Corano. Era assai desideroso di ascoltare la trasmissione delle tradizioni canoniche quando le udiva da qualche maestro di alta tradizione e vasta dottrina. Se questi frequentava la sua corte, lo faceva venire e ne ascoltava l’insegnamento, facendolo anche ascoltare ai suoi figliuoli e ai mamelucchi di servizio ivi presenti, e ordinando a tutti di mettersi a sedere nell’ascoltarlo, in segno di rispetto. Se poi quel maestro non era di quelli che battono alle porte dei Sultani, ed evitano piuttosto di presentarsi alle loro udienze, andava egli da lui e ne ascoltava le lezioni: ascoltò così il hafiz al-Isfahani in Alessandria, e trasmise da lui numerose tradizioni canoniche. Queste egli amava leggerle personalmente e mi faceva venire quando era solo, faceva portare dei libri di tradizioni, e le leggeva lui stesso; e quando capitava a una tradizione contenente un edificante esempio, si inteneriva e gli venivano le lacrime agli occhi.

Venerava altamente le regole della fede, credendo nella resurrezione dei corpi, nella retribuzione dei buoni col paradiso e dei malvagi con l’inferno, assentendo a cuore aperto a tutto ciò che la Santa Legge insegna, e detestando i filosofi, gli eretici e i materialisti, e tutti quelli che avversano la Legge. Ordinò per questo a suo figlio al-Malik az-Zahir signore di Aleppo di far giustiziare un giovane a nome as-Suhrawardi, che si diceva nemico della Legge ed eretico. Quel principe suo figliuolo l’aveva fatto arrestare per quanto ne aveva udito, e ne informò il Sultano, che ordinò di ucciderlo: e così lo uccise, e lo tenne per più giorni sulla croce.

Aveva piena fiducia e confidenza in Dio, e a Lui ricorreva. Racconterò in proposito un episodio di cui son stato testimone: i Franchi – Dio li mandi in malora – eran venuti ad accamparsi a Bait Nuba, un luogo vicino a poche giornate di viaggio da Gerusalemme. Qui stava il Sultano, che aveva appostato elementi avanzati a stretto contatto col nemico, e vi aveva spedito le spie e gli informatori. Si succedettero così le notizie della ferma decisione nemica di venir su ad assediare Gerusalemme e darvi battaglia, con gran timore dei Musulmani. Saladino convocò gli emiri, e li mise al corrente della situazione critica che aveva colto i Musulmani, consultandoli sull’opportunità di restare a Gerusalemme. Quelli cominciarono a far complimenti, ma con reali intenzioni del tutto opposte, asserendo tutti che non v’era alcun interesse a che restasse lui personalmente in città, che sarebbe stato un esporre al pericolo l’Islàm intero: loro, dissero, sarebbero rimasti, e lui sarebbe uscito con una parte dell’esercito, accerchiando il nemico come era accaduto ad Acri; lui avrebbe avuto il compito di tagliare i rifornimenti al nemico e metterlo alle strette, e loro quello di difendere la città. Il Consiglio si sciolse su quella decisione, ma Saladino era fermo nell’idea di restare in città di persona, ben sapendo che se non fosse rimasto lui non sarebbe rimasto nessuno. Andatisene gli emiri a casa loro, venne uno da parte loro a comunicare che essi non sarebbero rimasti se non fosse rimasto il fratello del Saladino, al-Malik al-‘Adil, o uno dei suoi figliuoli, a comandarli e a cui loro obbedissero. Saladino capì che con ciò volevan dire che non sarebbero rimasti, e ne restò angustiato e perplesso. Quella notte, che fu la notte di un venerdì, io fui di servizio accanto a lui dal cader della sera fin presso l’alba; era d’inverno, non c’era altri in terzo con noi che Iddio; prendemmo a discutere questo e quel progetto, esaminando quanto ogni singolo progetto implicava, fino al punto che egli mi fece pietà, e cominciai a temere per la sua salute, vedendolo sopraffatto dalla disperazione. Lo pregai di distendersi sul letto, nella speranza che potesse dormire un po’, ed egli mi rispose: “Forse hai sonno tu stesso”, e si levò. Appena fui io rientrato nel mio alloggio, ed ebbi posto mano a una mia faccenda, che spuntò il mattino e risonò l’appello del muèzzin alla preghiera. Facevo quasi sempre con lui la preghiera mattutina, e perciò entrai da lui che stava facendo le sue abluzioni: “Non ho chiuso occhio”, mi disse. “Lo sapevo”, risposi. “Come lo sapevi?” “Io stesso non ho dormito, né c’era più tempo per dormire”. Facemmo la preghiera, e riprendemmo a discorrere del solito problema. “M’è venuta un’idea, – gli dissi, – che credo sarà utile, a Dio piacendo”. “E sarebbe?” “Rivolgersi a Dio altissimo, a Lui ricorrere e in Lui confidare per risolvere questa situazione angosciosa”. “E come dovremmo fare?” “Oggi, dissi, – è venerdì. Vostra Maestà faccia l’abluzione nell’andare alla preghiera pubblica del venerdì e compia come al solito la preghiera nella Moschea al-Aqsa, al luogo donde partì pel viaggio celeste il Profeta; offra qualche segreta elemosina per mano di persona di sua fiducia, e faccia poi una preghiera di due raka’àt tra il primo e il secondo appello del muèzzin, invocando nel prosternarsi Iddio altissimo – c’è in proposito una autentica tradizione del Profeta – e dica: ‘Dio mio, è venuto meno ogni mio mezzo terreno per dar vittoria alla tua fede, e non mi è rimasto che rivolgermi a Te, al tuo ausilio appoggiarmi, e nella tua bontà confidare. Tu mi basti, tu ottimo curatore!’ Iddio è troppo generoso per fare andar delusa la tua preghiera”. Saladino fece tutto secondo il mio consiglio: io pregai al solito al suo fianco, lui fece le due raka’àt tra il primo e il secondo appello, e io lo vidi prostrato, con le lacrime che gocciolavano sulla sua bianca barba e sul tappeto della preghiera, senza che io potessi udire le sue parole... Il giorno non era ancor finito, che arrivò un messaggio da ‘Izz ad-din Giurdìk, capo degli avamposti, che informava come i Franchi fossero in gran movimento. Tutto il loro esercito, montato in sella, si era quel giorno messo in marcia verso la pianura, dove si erano fermati sino al pomeriggio, rientrando poi alle loro tende. Il mattino del sabato, arrivò un secondo messaggio riferendo che avevan ripetuta quella stessa mossa, e durante il giorno giunse una spia a riferire che era sorta discordia fra loro. I Francesi ritenevano si dovesse assolutamente assediare Gerusalemme, mentre il re d’Inghilterra con i suoi non voleva mettere a repentaglio la cristianità e gettare i suoi allo sbaraglio su quel territorio montuoso e privo d’acqua, avendo il Sultano fatte inquinare tutte le fonti attorno a Gerusalemme. Essi eran quindi usciti a consiglio, essendo lor costume di non tener consiglio di guerra se non in sella ai loro cavalli. E avevan deciso di rimettersi al consiglio di dieci persone dei loro, facendole arbitre di una decisione a cui loro si sarebbero rimessi. E la mattina del lunedì arrivò il lieto annuncio che erano partiti, tornandosene dalla parte di ar-Ramla. Questo io vidi coi miei occhi, della fiducia in Dio del Saladino.

Sua giustizia

Abu Bekr il Veridico – Dio si compiaccia di lui – ha riferito che il Profeta – Dio lo benedica e lo salvi – ha detto: “Il giusto principe è l’ombra di Dio sulla terra, e la sua misericordia. Chi si condurrà lealmente con lui, in persona propria e negli altri, Dio lo metterà all’ombra del suo trono il giorno in cui non ci sarà altra ombra che quella; e chi lo tradirà, in proprio o negli altri, Iddio lo abbandonerà il giorno della resurrezione. Al giusto principe sarà contata per ogni giorno l’opera di sessanta uomini pii, ognuno devoto adoratore di Dio, e operante in pro dell’anima propria”. E Saladino fu giusto, benigno, misericordioso, pronto a dare aiuto al debole contro il forte. Ogni lunedì e giovedì sedeva a render giustizia in pubblica seduta, in presenza dei giureconsulti, dei cadi e dei dottori della Legge, e dava udienza ai contendenti, sì che aveva accesso a lui ognuno, grande e piccolo che fosse, vecchia cadente e vecchio infermo. A tale ufficio egli attendeva in viaggio e in residenza, sempre pronto a ricevere le suppliche che gli venivano presentate, e a rimuovere gli abusi che gli venivano denunziati. Ogni giorno faceva riunire le suppliche presentategli, e apriva la porta della giustizia, né mai respingeva alcun postulante per guai sofferti, e per chieder giustizia. In una seduta che teneva di notte o di giorno col suo segretario, egli faceva apporre a ogni pratica la sentenza che Dio gli dettava; né mai alcuno implorò il suo aiuto, senza che egli si fermasse, ascoltasse quel che aveva da dire, esaminasse il suo caso e ne ricevesse la supplica. Vidi io stesso il ricorso che fece a lui uno di Damasco, un certo Ibn Zuhair, contro suo nipote Taqi ad-din: ed egli mandò a chiamar questi perché si presentasse in tribunale, e, pur essendo Taqi ad-din fra le persone a lui più care e da lui più considerate, non gli usò dinanzi alla giustizia parzialità alcuna.

Ancor più importante di questo episodio, circa la sua giustizia, è una questione occorsagli con un mercante, un certo ‘Omar al-Khilati. Mi trovavo un giorno a Gerusalemme in tribunale, quando entrò da me un bel vecchio, un mercante appunto a nome ‘Omar al-Khilati, con in mano una scrittura legale che mi invitava ad aprire. Gli chiesi chi fosse il suo avversario, e rispose: “Il mio avversario è il Sultano stesso: ma questa è la sede della giustizia, e abbiamo sentito dire che tu non usi parzialità alcuna”. “E in che questione è egli tuo avversario?” “Sunqur al-Khilati, – rispose, – era un mio schiavo, e tale è rimasto fino alla morte. Egli aveva in mano forti somme, che erano tutte di mia proprietà; le lasciò alla sua morte, e il Sultano se ne è impadronito, onde io lo cito per averne la restituzione”. “O vecchio, – diss’io, – che cosa ti ha fatto attendere fino a questo punto?” “I diritti, – rispose, – non si annullano per ritardo a farli valere; e questa scrittura legale parla chiaro che egli rimase di mia proprietà fino alla morte”. Presi da lui lo scritto, ne scorsi il contenuto, e trovai che conteneva la descrizione di Sunqur al-Khilati, e che lui l’aveva comprato dal tal mercante in Argìsh, il tal giorno del tal mese del tal anno, e che era restato in suo possesso fino a che l’anno tale era scappato via. Ai testimoni di quella scrittura non risultava che egli fosse mai in alcun modo uscito dalla proprietà legale di lui. Il documento era in piena regola. Io rimasi stupito della questione, e dissi a quell’uomo: “Non si può prender atto del ricorso, se non in presenza dell’avversario; io lo informerò, e ti informerò di quel che egli ha da dire in proposito”; e l’uomo, soddisfatto, se ne andò. Quando più tardi nello stesso giorno mi trovai in presenza di Saladino, lo informai della cosa, ed egli la trovò stranissima. “Hai ben guardato lo scritto?” domandò. “L’ho guardato, dissi, - e l’ho trovato regolarmente presentato e registrato a Damasco”; qui a Damasco infatti vi era stato aggiunto un legale certificato, con la testimonianza di noti testimoni in presenza del cadi damasceno. “Benedetto Iddio, – disse Saladino, – facciamo venir qui quell’uomo, e discutiamo in tribunale con lui; agiamo nella faccenda come esige la Legge”. In seguito, trovandomi con il Sultano a quattr’occhi, gli dissi: “Quel tal contendente continua a venir da me, e non si può fare a meno di ascoltare il suo reclamo”. “Metti un mio rappresentante legale, – mi disse Saladino, – che ascolti il reclamo, poi i testimoni facciano la loro deposizione, e aspetta ad aprire lo scritto che l’uomo stesso si sia qui presentato”. Così feci; poi l’uomo si presentò, e il Sultano lo fece avvicinare finché gli sedette davanti mentre io gli stavo al fianco; poi scese dal suo sofà mettendoglisi a paro, e disse: “Se hai un reclamo da fare, formulalo”. L’uomo espose il suo reclamo nel senso già prima spiegato, e il Sultano rispose: “Quel Sunqur era uno schiavo mio, e mio rimase fino a che non lo affrancai; poi è morto, e ha lasciato quel che ha lasciato ai suoi legittimi eredi”. “Io, – disse quell’uomo, – ho una prova che attesta quanto io ho sostenuto”, e chiese si aprisse quello scritto. Lo aprii, e lo trovai come aveva detto. Il Sultano, udita la data, disse: “Io ho chi può testimoniare che questo Sunqur a quella data era di mia proprietà e in mio possesso in Egitto, e che io lo comprai con otto altre persone in una data anteriore di un anno a questa; e che è rimasto sempre di mia proprietà fino a che non l’ho affrancato”. Fece quindi venire un gruppo di eminenti emiri combattenti nella guerra santa, che attestarono la cosa, e la esposero così come egli la aveva esposta, confermando la data come egli l’aveva detta. Quell’uomo restò di stucco. Dissi allora: “Signor mio, quest’uomo ha fatto quel che ha fatto solo sperando nella benevolenza del Sultano. È qui venuto in presenza della Maestà vostra; e non starebbe bene che se ne andasse deluso nella sua speranza”. “Questo è un altro paio di maniche”, rispose Saladino, e ordinò gli fosse data una veste d’onore e un buon sussidio, di cui mi sfugge ora l’importo. Guarda un po’ in questa faccenda che mirabile umiltà e docilità alla legge, e mortificazione dell’orgoglio, e generosità là dove avrebbe potuto punire, e ne aveva tutti i poteri!

Qualche saggio della sua generosità

Il Profeta ha detto: “Quando l’uomo generoso inciampa, Iddio lo prende per la mano”, e così più tradizioni canoniche parlano della generosità. Quella del Saladino era troppo manifesta per esser qui registrata, e troppo famosa per farsene qui menzione: mi son qui limitato a un cenno complessivo. Egli insomma ebbe i dominii che ebbe, e morì senza che si ritrovasse d’argento nel suo tesoro altro che quarantasette dramme nasirite, e d’oro un sol pezzo di Tiro, di cui ignoro il peso. Egli soleva donare intere province: conquistò Amida, il figlio di Qara Arslàn gliela richiese, e lui gliela dette. Vidi io stesso tutta una serie di deputazioni raccolte dinanzi a lui in Gerusalemme, quando aveva deciso di recarsi a Damasco, e nel tesoro non c’era di che donare a queste deputazioni; e io tanto insistei per questo con lui, che vendette un villaggio di proprietà del pubblico erario, e ne distribuimmo loro il ricavato, senza che ne avanzasse una sola dramma. Donava in tempo di ristrettezze come in tempo di larghezza, e i suoi tesorieri gli tenevano nascosta qualche riserva di denaro, per timore di qualche spesa d’emergenza che sopravvenisse, ben sapendo che ove egli ne avesse saputa l’esistenza l’avrebbe spesa.

L’ho udito io dire nel corso di una conversazione: “Potrebbe esserci qualcuno che guarda al denaro come si guarda alla polvere della strada”, col che sembrava alludere a se stesso. Donava al di là di ciò che il postulante stesso sperava, né mai l’ho sentito dire “Abbiamo donato al tal dei tali”; e largiva gran doni, facendo al donato così lieto viso come chi non gli avesse dato un bel nulla; donava, e faceva onore più ancora di quanto donasse. La gente ormai lo conosceva, e ne sollecitava a ogni momento la generosità, né mai l’ho sentito dire: “V’ho già dato più volte; quanto vi debbo dare ancora?” La maggior parte delle missive in proposito erano da me redatte e scritte di mia mano. Io mi vergognavo della esorbitanza delle richieste, ma non già di lui, per quanto dovevo chiedergli per altrui, conoscendo la sua generosità e l’assenza di ogni sua rimostranza in proposito. Nessuno fu mai al suo servizio, che egli non gli rendesse superfluo il chiedere ad altri. Quanto all’enumerare i suoi doni e specificarne le sorta, è cosa che non si potrà mai aspirare ad accertarla appieno. Sentii solo il capo della sua intendenza, mentre parlavamo dei suoi donativi, dire: “Abbiam fatto il conto dei cavalli che donò nella pianura di Acri, ed erano diecimila cavalli”; e chi ha avuto diretta esperienza dei suoi doni trova piccola anche una tal misura. Tu, Signore, gli ispirasti la generosità, tu il più generoso dei generosi; siigli quindi generoso della tua misericordia e grazia, o il più misericorde dei misericordi!

Suo coraggio e fermezza

È stato tramandato dal Profeta il detto: “Iddio ama il coraggio, foss’anche nell’uccidere un serpente”. Ed egli era infatti degli uomini più coraggiosi, d’animo forte, di spirito gagliardo, di grande fermezza, intrepido a ogni prova. Lo vidi in campo contro un gran numero di Franchi, cui arrivavano di continuo rinforzi e rincalzi, e in lui si moltiplicava la forza d’animo e la resistenza tenace. Giunsero in una sola sera più di settanta bastimenti del nemico, da me contati, dalla preghiera pomeridiana del ‘asr al tramonto del sole, ed egli non ne apparve che ancor più animoso. Al principio dell’inverno, aveva dato licenza alle truppe, ed era rimasto solo con un piccolo distaccamento a fronteggiare le grandi forze nemiche: domandai del loro numero a Baliàn ibn Barzàn , uno dei loro gran re del Litorale, quando era in presenza del Sultano il giorno che si stipulò la pace, e l’interprete mi trasmise la sua risposta: “Io e il signore di Sidone (anch’esso uno dei loro re e delle teste forti tra loro), – aveva egli detto, – venimmo da Tiro a raggiungere il nostro esercito, e quando ne fummo in vista, facemmo a gara a valutarlo: lui lo valutò cinquecentomila uomini, e io seicentomila”. “E quanti ne son morti?”, domandai io; e lui di rimando: “Uccisi in battaglia, quasi centomila, e per malattie o annegati, Dio solo lo sa”; e di tutta quella moltitudine solo una piccola minoranza fece ritorno.

Ogni giorno, una e due volte, doveva assolutamente andare in perlustrazione attorno al nemico quando eravamo con esso a contatto; e nel pieno della battaglia girava tra le file, accompagnato da un solo paggio con un destriero in lassa, passando fra le truppe dall’ala destra alla sinistra, ordinando le unità e facendole avanzare e fermarsi ai luoghi opportuni. Dominava dall’alto e seguiva da vicino le mosse nemiche, facendosi leggere tra le file qualche sezione di tradizioni canoniche. La cosa nacque da una mia osservazione, che si era fatta lettura delle tradizioni in ogni nobile luogo, ma non si era mai udito che fossero state lette tra le file schierate in battaglia, “e se Sua Maestà avesse gradito che ciò si raccontasse di lui, sarebbe stato bello”; ed egli autorizzò la cosa, e fu portata lì una sezione, e c’era chi ne aveva fatto regolare studio, e gliene fu fatta lettura, mentre noi eravamo tutti in sella ora avanzando ora sostando tra i due eserciti schierati.

Mai ho visto che egli trovasse troppo numeroso e troppo potente il nemico, pur ponderando e deliberando, facendosi esporre ogni partito e su ognuno prendendo le necessarie misure, senza accesso d’ira o collera che mai lo incogliesse. Il giorno della gran battaglia nella piana d’Acri, i Musulmani furon rotti sino al centro dello schieramento, caddero tamburi e bandiere, e lui tenne fermo con un pugno d’uomini sino a che poté ritirarsi al monte con tutti i suoi, riportandoli alla battaglia e svergognandoli al punto che tornarono a combattere: finché Iddio diede ai Musulmani la vittoria sul nemico in quella giornata, con quasi settemila uccisi tra fanti e cavalieri. E non cessò dal fronteggiare il nemico che era in forze soverchianti, fino a che gli apparve chiara la stanchezza dei Musulmani; e allora venne alla pace, su domanda da parte del nemico. Esso era ancor più stanco e provato da perdite ancor maggiori di noi, ma loro aspettavano rinforzi che noi non aspettavamo, ed era così nostro interesse il far la pace, come risultò chiaro quando il destino ebbe mostrato ciò che aveva in serbo. Nelle frequenti malattie, nelle circostanze più terribili, egli rimase fermo in campo: si vedevano da entrambe le parti i fuochi dei due campi, noi sentivamo il rumore delle loro campane, loro il nostro appello alla preghiera, sino a che tutto si risolse nel modo migliore e più agevole.

Suo zelo nella guerra santa

Ha detto Iddio altissimo: “E i combattenti per la nostra causa, noi li guideremo per le nostre vie; e Iddio è con coloro che nobilmente agiscono”; e abbondano nei testi sacri i passi relativi alla guerra santa. Il Saladino era in essa quanto mai assiduo e zelante; e se uno giurasse che egli, una volta uscito alla guerra santa, non spese un dinàr e una dramma se non per essa e per elargizioni, direbbe il vero e pronuncerebbe verace giuramento. La guerra santa, e la relativa passione, avevan fortissima presa sul suo cuore e su tutte le membra del suo corpo, tanto che egli non parlava d’altro argomento che questo, non badava che all’apparecchio di questa guerra, non si occupava che di chi questa combatteva, non aveva simpatia che per chi di essa parlava e ad essa esortava; e per amor della guerra santa sulla via di Dio lasciò la famiglia ed i figli, la patria e la casa e tutto il suo paese, e di tutto il mondo si accontentò di abitare all’ombra della sua tenda, ove soffiavano a dritta e a manca i venti, tanto che una notte di gran vento, nella piana d’Acri, gli crollò addosso la tenda, e se non si fosse trovato nella torretta l’avrebbe ucciso; ma tutto ciò non faceva che accrescergli zelo e costanza e passione, e se uno voleva ingraziarselo non aveva che da eccitarlo alla guerra santa, e raccontarne qualche episodio. Più libri su tale argomento furono per lui composti, e io son tra quelli che ne compilarono uno a suo uso, con tutte le norme relative, e tutti i versetti coranici rivelati in proposito, e tutte le tradizioni canoniche che ne trattano, con l’illustrazione dei termini oscuri; ed egli spesso lo leggeva, finché non lo prese da lui suo figlio al-Malik al-Afdal.

Voglio raccontar di lui quanto da lui direttamente udii a tal proposito. Nel dhu l-qa’da del 584 (gennaio 1189) aveva preso Kawkab, e congedate le truppe, mentre quelle egiziane comandate da suo fratello al-Malik al-‘Adil si accingevano a far ritorno in Egitto. Il Saladino si accompagnò a lui per prenderne commiato e fruire della preghiera della Festa in Gerusalemme, e noi andammo con lui. Fatta la preghiera a Gerusalemme, gli venne in mente di andare fino ad Ascalona, e lì congedarsi da loro e tornare per la via del litorale, ispezionandone i territori fino ad Acri e provvedendo alle loro necessità. Gli fu consigliato di non farlo, poiché, scioltosi l’esercito, saremmo rimasti in piccolo numero, mentre i Franchi erano tutti concentrati a Tiro, e sarebbe stato un esporsi a grave pericolo. Ma egli non vi badò, si congedò dal fratello e dall’esercito ad Ascalona, e poi cominciammo, al suo seguito, ad andare per il litorale diretti ad Acri. Il tempo era di crudo inverno, il mare violentemente agitato, “con onde come montagne”, come dice Iddio nel Corano. Da poco io avevo visto il mare, e questo mi fece grande impressione, al punto che mi parve che se uno m’avesse detto di fare un sol miglio per mare e mi avrebbero fatto signore del mondo intero, non avrei accettato; e mi parve stolto il consiglio di chi si mette in mare per guadagnar denaro, e giusto quello di chi non accetta come valida la testimonianza di uno che viaggia per mare. Tutti questi pensieri mi vennero per la gran paura che mi fece la vista del mare sconvolto in tempesta. Or stando io così il Saladino mi si rivolse e disse: “Voglio dirti una cosa”. “Senz’altro”. “Ho in animo, quando Iddio mi conceda la conquista del resto del Litorale, di far la divisione dei miei territori, far testamento e dettare le mie volontà, e poi mettermi per questo mare sino alle sue terre lontane, e inseguire i Franchi sin là, sì da non lasciare sulla faccia della terra chi non creda in Dio, o morire”. Questo suo discorso mi fece grande impressione, così contrario com’era ai pensieri che erano nati in me; dissi perciò: “Non c’è sulla terra persona più coraggiosa di Vostra Maestà, né più saldamente intesa a dar vittoria alla religione di Dio”. “Perché questo?” “Quanto al coraggio, – ripresi, perché questo mare spaventoso non fa alcuna paura a Vostra Maestà; e quanto all’aiuto alla religione di Dio, perché la Maestà vostra, non contenta di estirpare i nemici di Dio da un luogo determinato della terra, vuol purificarne la terra tutta quanta”; e gli chiesi licenza di raccontargli quel che mi era passato per la mente. Avuta licenza, glielo raccontai e aggiunsi: “Questo è un ottimo proposito: però Vostra Maestà dovrebbe spedire per mare le sue truppe, ma lui stesso, baluardo e difesa dell’Islàm, non dovrebbe arrischiar la sua vita” ed egli: “Ora ti porrò un quesito: qual è la più nobile morte?” “La morte sulla via di Dio”, risposi. “Ebbene, il massimo che può qui capitarmi, è di morire della più nobile delle morti!”

Considerate che pura intenzione, che anima coraggiosa ed ardita! Dio mio, tu sai che egli spese ogni sua energia nel dar vittoria alla tua fede, e combatté la guerra santa per speranza della tua misericordia: siigli misericorde, o il più pietoso fra i misericordi!

Sua pazienza e sforzo per guadagnarsi merito presso Dio

Dice Iddio altissimo: “... e poi lottarono per la causa di Dio, e pazientarono, e il tuo Signore è perdonatore e clemente” . Io lo vidi nella piana di Acri, colto da una malattia quanto mai penosa per una quantità di pustole spuntategli tra la vita e le ginocchia, in modo che non poteva mettersi a sedere ma stava giacente sul fianco quando era nella sua tenda, e gli era impossibile farsi servire il cibo non potendo sedersi, onde ordinava che venisse diviso tra i presenti. Con tutto ciò, se ne stava nella tenda da campo in prossimità del nemico, aveva disposto le sue truppe in ala destra sinistra e centro, in schieramento di battaglia, ed era a cavallo dalla prima mattina alla preghiera del mezzogiorno, e dal primo meriggio al tramonto, ispezionando i battaglioni e resistendo al dolore che gli dava la pulsazione di quegli ascessi. A me che me ne stupivo, diceva: “Quando monto a cavallo, mi cessa il dolore finché non smonto”; un vero effetto di Provvidenza divina!

Si ammalò che eravamo a Kharruba, e aveva dovuto abbandonare Tell el-Hagial per quella sua malattia. Ciò saputo, i Franchi uscirono per infliggere qualche colpo ai Musulmani. Fu quello l’episodio del fiume: il nemico fece un primo giorno di marcia fino ai pozzi sotto il Tell. Saladino ordinò di far arretrare i bagagli dalla parte di Nazaret, e siccome ‘Imàd ad-din signore di Singiàr era anche lui malato gli permise di ritirarsi coi bagagli, rimanendo lui fermo al suo posto. Il secondo giorno, il nemico mosse ad affrontarci, ed egli, pur sofferente com’era, ordinò l’esercito per la battaglia: pose all’ala destra al-Malik al-‘Adil, alla sinistra Taqi ad-din, e i suoi figli al-Malik az-Zahir e al-Malik al-Afdal al centro. Egli stesso si pose dietro al nemico per attaccarlo. Appena sceso dal Tell, gli fu condotto un Franco catturato dell’esercito nemico; ed egli, offertogli di abbracciare l’Islàm, ordinò al suo rifiuto di tagliargli la testa, ciò che fu fatto in sua presenza. Il nemico si mise in marcia, e ogni volta che avanzava cercando raggiungere la sorgente del fiume, lui eseguiva un movimento avvolgente alle loro spalle per tagliarli dai loro attendamenti. Andava per un po’ avanti, e poi smontava da cavallo a riposarsi, facendosi ombra con un fazzoletto sul capo dal gran battere del sole, ma senza farsi rizzare una tenda perché il nemico non vedesse in ciò un segno di debolezza. Così continuò finché il nemico raggiunse la sorgente del fiume, e lui si fermò di fronte a loro su una collina dominante sino al calar della notte. Ordinò allora alle vittoriose sue truppe di passare la notte con le armi in pugno, e lui con noi del seguito si ritirò al sommo del colle, dove gli fu eretta una piccola tenda; e trascorremmo lì l’intera notte, io e il medico a curarlo e distrarlo, e lui ora dormiva ora si svegliava, sino allo spuntar del mattino. Suonata allora la tromba, montò a cavallo e dispose le truppe sì da accerchiare il nemico. Questo si ritirò sulle sue tende dalla parte occidentale lungo il fiume, fortemente premuto dai Musulmani per tutta quella giornata. Fu in quel giorno che, per farsi merito presso Dio, mandò innanzi i suoi figli al-Malik al-Afdal, al-Malik az-Zahir e al-Malik az-Zafir, con tutti gli altri presenti, e andò via via inviando al combattimento chi era con lui sino a che non gli rimase altri daccanto che io e il medico, l’ispettore dell’esercito e i paggi con le bandiere e gli orifiammi e null’altro, ma in modo che chi li vedeva di lontano poteva pensare che sotto quegli stendardi ci fosse gran nerbo di truppe. Il nemico continuò la sua marcia subendo gravi perdite: ogni caduto lo seppellivano, e ogni ferito lo trasportavano, sicché non si sapesse quanti erano i morti e i feriti. Marciarono sotto i nostri occhi, in condizioni sempre più precarie, e si arrestarono presso il ponte: fermatisi lì, i nostri disperarono di poterli attaccare efficacemente, perché i Franchi si erano concentrati fermandosi sì da poter fare grande difesa. Saladino restò al suo posto, e l’esercito in sella di fronte al nemico fino al cader del giorno: poi ordinò loro di passare quella notte come la precedente, e noi tornammo al posto della notte avanti e vi pernottammo allo stesso modo fino al mattino. In quel giorno, i nostri tornarono a incalzare il nemico come il giorno innanzi, e il nemico si rimise in marcia molestato da continue scaramucce finché si avvicinò alle sue tende, donde uscì loro incontro un rinforzo che li aiutò a rientrare al loro campo. Guardate a che estremo di pazienza e sforzo meritorio arrivò quell’uomo! Signore, tu gli ispirasti pazienza e sforzo, e in essi lo aiutasti: non lo privare della sua ricompensa, o il più misericorde dei misericordiosi!

Lo vidi quando gli giunse la notizia della morte di un suo figliuolo giovanetto, a nome Isma’il: egli lesse la lettera, e non ne fece parola con nessuno, tanto che risapemmo la cosa da altri, né ne trasparì in lui altro segno se non che, al leggere la notizia, gli si empirono gli occhi di lacrime. Lo vidi una notte a Safad da lui assediata, quando disse: “Stanotte non dormiremo, sinché non siano montate cinque catapulte”. Ordinò per ogni catapulta una squadra che doveva provvedere a montarla, e passammo tutta la notte in servizio presso di lui, nel più piacevole trattenimento ed agio, mentre si susseguivano i rapporti sullo stato di montaggio delle catapulte, finché giunse il mattino che il lavoro era finito, e non restavano a montare che i “porci”: ed era stata una delle notti più lunghe, fredde e piovose. Lo vidi quando gli giunse la notizia della morte di (suo nipote) Taqi ad-din, mentre fronteggiavamo i Franchi con un distaccamento leggero sotto Ramla: il nemico era a Yazùr, a distanza di non più d’una galoppata. Egli fece venire al-Malik al-‘Adil, ‘Alam ad-din Sulaimàn ibn Giandar, Sabiq ad-din ibn ad-Daya e ‘Izz ad-din ibn al-Muqaddam, e ordinò che tutti gli altri fossero allontanati da presso la tenda alla distanza di un trar d’arco; poi cavò fuori la lettera, la lesse, e pianse forte tanto da far piangere anche i presenti che pur ne ignoravano il motivo. Disse infine, con la voce soffocata dalle lacrime: “È morto Taqi ad-din”, e tornò forte a piangere, e piansero tutti. Io alfine mi ripresi e dissi: “Dio ci perdoni per questo nostro stato: considerate dove siete, e in che impresa impegnati; perciò lasciate questo, e passate ad altro”. E il Sultano rispose “Sì, Dio ci perdoni”, e ripeté più volte la frase, aggiungendo: “Nessuno sappia di ciò!” Chiese dell’acqua di rose, se ne lavò gli occhi, e fece venire il cibo e la gente, e nessuno seppe nulla dell’accaduto finché il nemico non fece ritorno a Giaffa, e noi a Natrùn, dove stavano i nostri bagagli.

Egli era fortemente affezionato e attaccato ai suoi figli bambini, eppure sopportava di separarsene, e si rassegnava ad averli da sé lontani, contento dei disagi di una vita infame mentre avrebbe potuto benissimo farne una diversa, per acquistarsi merito presso Dio e dedicarsi alla guerra santa contro i nemici di Dio. Dio mio, egli lasciò tutto questo per desiderio che tu fossi contento di lui, e Tu sii di lui contento, e abbine misericordia!

Saggi della sua umanità e indulgenza

Iddio ha detto: “... e coloro tra gli uomini che perdonano, e Iddio ama chi bene agisce” . Ed egli era indulgente verso chi mancava, e non facile all’ira. Ero di servizio presso di lui a Marg ‘Uyùn, prima che i Franchi attaccassero Acri – che Dio ne faciliti la riconquista! – Era suo costume cavalcare al tempo a ciò opportuno, e poi smontare e far servire il cibo, che consumava coi suoi uomini, ritirandosi poi a dormire nella sua tenda particolare. Ridestatosi dal sonno, faceva la preghiera e si appartava, essendo io lì di servizio, a leggere qualcosa di tradizioni canoniche o di diritto: lesse tra l’altro con me un Compendio di Sulaim ar-Razi, comprendente le quattro sezioni del diritto. Un giorno smontò secondo il suo solito, e gli fu servito il cibo; poi voleva alzarsi, ma gli fu detto che era ormai vicino il tempo della preghiera. Tornò quindi a sedersi e disse: “Facciamo la preghiera, e poi andiamo a dormire”, e sedé a conversare straccamente. Tutti si erano ritirati, fuor del personale di servizio, quando si fece avanti un Mamelucco anziano e tenuto da lui in gran conto, e gli presentò la supplica di un combattente della guerra santa. “Ora sono stanco, – disse il Sultano, – rimandala a un po’ più tardi”; ma quegli non ottemperò all’invito, e sporse innanzi la supplica fin presso l’augusto volto del Sovrano, aprendola in modo che potesse leggerla. Saladino lesse il nome scritto in cima, lo riconobbe, e disse: “Un uomo meritevole”. “Allora, – fece l’altro, – Vostra Maestà vi apponga il suo placet”. “Ma non c’è ora qui il calamaio”, rispose Saladino, giacché egli sedeva alla porta del padiglione, di modo che nessuno poteva entrarvi, mentre il calamaio si trovava a capo della tenda, che era molto grande. Ma l’interlocutore osservò: “Eccolo là il calamaio, a capo della tenda!”, ciò che altro non significava che invitarlo a tirar fuori il calamaio stesso. Il Sultano si voltò, vide il calamaio, e disse: “Per Allàh, è vero”, poi si puntellò sulla sinistra, allungò la destra, prese il calamaio, firmò... Dissi allora: “Iddio dice del suo Profeta: ‘tu sei invero un magnanimo’, e mi pare che Vostra Maestà condivida con lui tale qualità”. Al che Saladino rispose: “Non ci è costato nulla: abbiamo esaudito il suo desiderio, e ne abbiamo avuto il compenso”. Se un fatto simile fosse occorso a un semplice privato, avrebbe perduto le staffe; e chi mai sarebbe stato capace di rispondere a un suo subordinato a quel modo? Questo è un non plus ultra di benignità e indulgenza, “e Iddio non fa andar perduto il premio di chi fa del bene”.

Talvolta il cuscino su cui sedeva finiva pestato sotto i piedi, quando gli si accalcavano intorno a presentargli le suppliche, senza che egli punto se ne risentisse. Una volta la mia mula, mentre cavalcavo di servizio presso di lui, si spaventò dei cammelli, e gli pestò la coscia sì da fargli male, ma egli si limitò a sorridere. Un giorno di pioggia e vento, entrai da lui a Gerusalemme; c’era un gran fango, e la mula gliene schizzò addosso tanto da rovinargli tutto quel che aveva indosso; egli sorrise, e quando volli ritirarmi per quell’incidente non me lo permise.

Udiva talora dai postulanti e reclamanti il linguaggio più sconveniente, cui rispondeva con lieta cera e benevolenza. Ecco in proposito un aneddoto senza pari: il fratello del re dei Franchi si era diretto a Giaffa, mentre il nostro esercito aveva ripiegato su Natrùn, località distante da Giaffa due giornate di marcia forzata, e tre di ordinaria. Saladino, distaccate truppe in avanscoperta, si era diretto a Cesarea per affrontarvi un rinforzo del nemico, cui sperava di infliggere uno scacco. I Franchi di Giaffa, dove era il re d’Inghilterra con una schiera dei suoi, vennero a risaperlo, e il re spedì la maggior parte dei suoi per mare a Cesarea, per timore di qualche danno che avesse a incogliere al corpo di rincalzo, e restò lui con poca gente, sapendo che Saladino e l’esercito erano lontani. Giunto a Cesarea, Saladino vide che il rinforzo era già arrivato a quella città e vi si era afforzato a difesa. Visto che non poteva infliggere loro alcun danno, partì la sera stessa e marciò tutta la notte arrivando a Giaffa al mattino. Il re d’Inghilterra con diciassette cavalieri e un trecento fanti era accampato fuor della città in una sua tenda, e fu attaccato di primo mattino dai nostri. Quel maledetto, che era animoso e prode e accorto in cose di guerra, montò a cavallo e si piantò davanti ai nostri senza entrare in città. L’esercito musulmano li circondò d’ogni parte fuorché da quella della città, e si schierò in ordine di battaglia. Il Sultano dette ordine alle truppe di caricare, approfittando dell’occasione propizia; quand’ecco un emiro curdo a rispondergli in termini apertamente irrispettosi, recriminando per un poco lauto appannaggio ricevuto. Il Sultano girò la briglia del suo cavallo in atto di sdegno, vedendo che in quella giornata non avrebbero combinato un bel nulla; li lasciò e se ne tornò indietro, ordinando di disfare la sua tenda che era stata drizzata. L’esercito ruppe il contatto col nemico, nella certezza che quel giorno il Sultano avrebbe fatto uccidere e crocifiggere parecchia gente; suo figlio stesso al-Malik az-Zahir mi raccontò che quel giorno aveva temuto di suo padre al punto da non osare di comparirgli dinanzi, benché avesse quel giorno caricato e si fosse spinto innanzi finché Saladino non lo aveva fermato. Il Sultano andò sino a Yazùr, a una piccola giornata di marcia; là, gli fu rizzata una piccola tenda dove egli smontò, mentre l’esercito si accampò sotto piccoli ripari come si suol fare in simili casi. Tutti gli emiri tremavano di paura, certi di toccar rimproveri ed essere incorsi nell’ira del Sultano; e, diceva al-Malik az-Zahir, non mi sentii di presentarmi a lui per la paura finché non mandò lui a chiamarmi: entrai, che aveva ricevuto da Damasco una quantità di frutta, e ordinò: “Mandate a chiamare gli emiri, che vengano a mangiare qualcosa”. La mia paura si dileguò, mandai a cercare gli emiri che si presentarono impauriti, e videro in lui un lieto viso e un’affabilità tale da calmarli e tranquillizzarli; lo lasciarono, accingendosi alla partenza, come se nulla fosse accaduto. Guarda che umanità, così difficile di questi tempi, e di cui non si è mai udita la simile, dei re del passato!

Sua assidua pratica della virtù

Il Profeta ha detto: “Sono stato inviato per realizzar pienamente le più nobili qualità dell’anima”, e quando qualcuno gli stringeva la mano non gliela lasciava sinché l’altro non lasciasse andare la sua. E il Sultano era di gran nobiltà di condotta, di viso benevolo, di gran modestia, di grande affabilità con gli ospiti. Non permetteva che l’ospite si partisse da lui senza aver mangiato alla sua tavola, né che gli chiedesse cosa alcuna senza soddisfare alla sua domanda. Faceva onore a chiunque gli si presentasse, fosse stato anche un infedele: giunse a visitarlo il principe signore di Antiochia, presentandosi d’improvviso alla porta della sua tenda, dopo conclusa la pace nello shawwàl del 588 (novembre 1192), mentre Saladino tornava da Gerusalemme a Damasco. Egli gli si fece d’un tratto incontro durante il viaggio, e gli presentò una richiesta; e il Sultano gli fece dono di al-‘Umq, un territorio che aveva preso da lui l’anno della conquista del litorale, nel 584 (1188-89). Lo vidi del pari quando entrò da lui a Nazaret il signore di Sidone, ed egli lo riverì e onorò, e divise con lui il suo pasto, profferendogli anche di abbracciare l’Islàm, descrivendogliene i pregi ed esortandolo a convertirsi. Onorava parimenti i capi religiosi , i dottori e gli uomini virtuosi e ragguardevoli, e raccomandava a noi di non lasciar passare presso gli attendamenti nessun noto capo religioso senza presentarlo a lui e farlo fruire della sua benevolenza. Nel 584 passò presso di noi un uomo, gran dottore e mistico, di una famiglia d’alto affare; suo padre era signore di Tabrìz, ma lui si era staccato dalla professione paterna, e dedicato alla scienza e alla pratica religiosa. Aveva intrapreso il pellegrinaggio ed era giunto in visita a Gerusalemme, dove, viste le opere pie del Sultano, gli era venuto in mente di fargli visita ed era giunto al nostro campo, entrando da me all’improvviso nella tenda. Io lo ricevetti, gli detti il benvenuto e gli chiesi il motivo della sua venuta: ed egli me ne mise al corrente, dicendo che aveva desiderato di far visita al Sultano per le belle e lodevoli sue opere da lui contemplate. Io ne informai il Sultano la sera stessa della visita di quell’uomo, ed egli se lo fece venire, ascoltò da lui qualche tradizione canonica, e lo esortò al bene. Poi ci ritirammo, e colui passò la notte presso di me nella tenda; fatta la preghiera del mattino, prese ad accomiatarsi da me, ma a me parve brutto che partisse senza aver preso congedo dal Sultano. Egli però non volle saperne: “Ho ottenuto quel che desideravo di lui, – disse, – né avevo altro scopo che di vederlo e fargli visita”, e così senz’altro si partì. Qualche giorno dopo, il Sultano mi chiese di lui, e io gli dissi del suo comportamento. Saladino si mostrò contrariato che non l’avessi informato della sua partenza, e disse: “Come, un uomo simile viene a battere alla nostra porta, e se ne va senza aver ricevuto un nostro benefizio?” Tanto disapprovò la mia condotta, che non potei esimermi dallo scrivere una lettera a Muhyi ad-din cadi di Damasco, incaricandolo di far ricerca di quell’uomo, e fargli avere un biglietto che gli accludevo, con cui lo informavo che il Sultano si era doluto della sua dipartita senza rivederlo, e lo consigliavo di tornare, come poteva esigere l’amicizia che era tra noi. Tutt’a un tratto, me lo vidi davanti di ritorno: lo condussi dal Sultano, e questi gli fece lieta accoglienza e lo trattenne alcuni giorni; dopo di che, gli donò una bella veste d’onore, una cavalcatura adatta, e una quantità di vestiti da portare ai suoi familiari, discepoli e vicini, nonché una somma di denaro per il viaggio. Così si partì da lui, quanto mai riconoscente, e innalzando sincere preghiere a Dio per una lunga sua vita.

Una volta, gli fu presentato un prigioniero franco, cui egli incuteva tale una paura che i segni dello sgomento e dell’agitazione gli trasparivan sul volto. L’interprete gli domandò: “Di che temi?”, e Dio gli ispirò la risposta: “Temevo prima di vedere codesto viso, ma dopo averlo veduto ed essere stato in suo cospetto son sicuro di non vederne che bene”; e Saladino si commosse, lo graziò e lasciò libero.

Cavalcavo un giorno di servizio con lui di fronte ai Franchi, quando giunse una scolta con una donna tutta stracciata e in pianti, che si batteva di continuo il petto. “Costei, – disse la scolta, – è uscita dai Franchi e ha chiesto di esser condotta dinanzi al Sultano – così l’abbiamo portata”. Il Sultano ordinò all’interprete di domandarle di che si trattava; ed essa disse che i razziatori musulmani erano entrati il giorno innanzi nella sua tenda, e le avevano rubato la figliuola: “Ho passato tutta la notte di ieri chiedendo aiuto fino al mattino, e i nostri capi mi han detto: ‘Il re dei Musulmani è misericordioso, noi ti faremo uscire da lui, e tu potrai da lui richiedere la tua figliuola’; così mi hanno fatta uscire, e io da te solo spero riavere la mia bambina”. Saladino ne fu mosso a pietà, e gli vennero le lacrime agli occhi. Mosso dalla sua generosità, ordinò che qualcuno la conducesse al mercato del campo, per domandare chi avesse comprato la piccola, rifondergli il prezzo, e riportarla. La faccenda di quella donna era nota fin dal mattino: non passò un’ora che quel cavaliere tornò con la piccola sulle spalle. Appena la madre la scorse, si buttò a terra rotolando il viso nella polvere, mentre tutti piangevano all’unisono con lei; ella levava lo sguardo al cielo, senza che potessimo intendere ciò che diceva. Le fu riconsegnata la figliuola, e fu ricondotta al loro campo.

Saladino non amava infierire sui suoi domestici, anche se si fossero resi colpevoli di gravissimo abuso: due borse d’oro egiziano furono sottratte dal suo tesoro, e sostituite con due di monete di rame, ed egli non inflisse ai tesorieri altro castigo che la rimozione da quell’ufficio.

Gli fu condotto dinanzi il principe Arnàt, signore di al-Karak , col re dei Franchi del litorale, ambedue da lui catturati alla battaglia di Hittìn nel 583 (1187), la famosa battaglia di cui parleremo per esteso a suo luogo. Questo maledetto Arnàt era un infedele prepotente e violento: in tempo di tregua tra loro e i Musulmani, era passata presso di lui una carovana d’Egitto, ed egli, assalitala a tradimento, l’aveva catturata, vessandone e torturandone gli uomini, e cacciandoli in sotterranei e strette prigioni. Ricordatogli l’affar della tregua, aveva detto per tutta risposta: “Dite al vostro Maometto che vi salvi”. Quando ciò fu riportato al Saladino, fece voto che ove Dio glielo avesse dato in suo potere, lo avrebbe ucciso di sua mano. E quando Dio glielo mise in mano in quella giornata, ribadì la sua decisione di ucciderlo per adempiere al suo voto. Lo fece dunque venire col re, e lagnandosi il re per la sete gli fece presentare una coppa di sorbetto. Il re ne bevve, e la porse ad Arnàt; ma il Sultano disse all’interprete: “Di’ al re: sei tu che gli hai dato da bere; io per me, né gli do a bere della mia bevanda, né da mangiare del mio cibo! », intendendo con ciò che chi avesse mangiato del suo cibo, l’onore esigeva che egli non gli facesse alcun male. Dopo di che, troncò il capo ad Arnàt di sua mano, adempiendo il suo voto. E alla presa di Acri liberò tutti i prigionieri, oltre quattromila, dalla loro stretta cattività, e diede a ognuno un sussidio che lo facesse giungere al suo paese ed ai suoi. Tanto ho udito per bocca di varie persone, giacché non mi trovai presente a quel fatto.

Era il Saladino di piacevole compagnia, di carattere amabile e arguto, buon conoscitore delle genealogie e battaglie degli Arabi, delle loro storie, delle genealogie dei loro cavalli, delle meraviglie e curiosità della terra; tanto che chi fruiva della sua società veniva a impararne cose che non udiva da nessun altro. Metteva ad agio i suoi compagni e li rinfrancava, domandando a uno notizie della sua salute, e di come si curasse, di come mangiasse e bevesse, e di tutti i fatti suoi. La conversazione del suo circolo era quanto mai onesta, tanto che di ognuno non vi si parlava che in bene; egli non amava udire di nessuno che bene, e aveva una lingua castigatissima, tanto che non l’ho mai visto godere a sparlar di nessuno; anche nello scrivere, non vergò mai riga offensiva per un Musulmano. Fu fedele osservatore di ogni suo impegno. Ogni volta che gli era presentato un orfanello, invocava la misericordia di Dio su’ suoi genitori defunti, lo confortava, e provvedeva del pane paterno . Se nella famiglia dell’orfano c’era un anziano di fiducia, lo affidava a lui, e se no gli conservava una quantità sufficiente del trattamento del genitore, e lo affidava a chi ne curava l’educazione. Ogni volta che vedeva un vecchio, si impietosiva e gli donava. E queste nobili qualità mantenne per tutta la vita, fino a che Dio non lo trasferì alla sede della Sua misericordia e al luogo della Sua grazia.

Tutti questi sono semplici saggi delle alte e nobili qualità dell’animo suo, a cui mi sono limitato per non allungare e tediare, e in cui non ho registrato se non cose viste coi miei occhi o apprese da persona di fiducia, e da me accertate. Questa è solo una parte di quanto personalmente ho conosciuto al tempo del mio servizio con lui, e poca cosa in confronto di ciò che ha conosciuto altri in più lunga sua compagnia e più antico servizio. Ma tanto può bastare al lettore intelligente, per dimostrargli la purezza di quel nobile carattere.

Storici arabi delle crociate, a cura di F. Gabrieli, Einaudi, Torino 1957.

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