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Emblema del filosofo che si prende cura dell’anima attraverso il logos e il dialogo, Socrate fu accusato di corrompere le menti dei giovani ateniesi e morì per non tradire la sua missione di educatore e le leggi della città. La sua vicenda umana e la sua lezione, tracciate in queste pagine da Werner Jaeger, furono votate alla rigenerazione morale della polis, dilaniata da una crisi sociale, prima che politica, riconducibile in ultima istanza al dissolvimento dei tradizionali modelli educativi.
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| Lisippo: Busto di Socrate |
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È segnato ormai da tutta la nostra precedente trattazione il quadro entro cui verrà a collocarsi, in quel che segue, la figura di Socrate: egli rappresenta il centro di questa storia della formazione dell’uomo greco, giacché egli è la più grande personalità di educatore apparsa nella storia del mondo occidentale. Chi cerca la sua grandezza nel dominio della teoria e del pensiero sistematico, sarà tratto o a fargli troppo credito a spese di Platone, o a dubitare in maniera radicale della sua importanza.
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Ha ragione Aristotele a considerare la filosofia che Platone proclama per bocca del suo Socrate, come opera essenzialmente di Platone, nella sua struttura teoretica.
Però Socrate è ben di più di quel tanto di “spunti” filosofici che rimane, quando dalla rappresentazione platonica di Socrate si sia sottratta la teoria delle idee e il resto del contenuto dogmatico. Il suo significato è da cercare in un’altra dimensione. Non legato, come continuatore, ad alcuna tradizione scientifica, non deducibile da alcuno dei sistemi della storia della filosofia, Socrate è, nel più semplice senso, l’uomo dei suo tempo.
L’aria in cui è avvolto e che respira è la schietta aria della storia. Il piano da cui egli s’innalza ad una fisionomia spirituale autonoma è quello della classe media ateniese, di quel ceppo di cittadini, intimamente immutabile, coscienzioso e pio, al cui robusto sentire avevano potuto fare appello i “capi del popolo”, gli aristocratici Solone e Eschilo. Ora è giunto per questa classe il momento di parlare da sé, per bocca di uno dei suoi, il figlio dello scalpellino e della levatrice, del demo di Alopece. Solone ed Eschilo, nel passato, erano venuti al momento giusto, per accogliere, far proprio e rielaborare il meglio di idee rivoluzionarie venute dal di fuori, e le avevano così intimamente assimilate, che esse poterono, anziché essere elemento dissolvente del carattere ateniese, aiutare lo sviluppo delle sue energie più vigorose. Non è dissimile la situazione spirituale nel momento in cui Socrate appare. L’Atene di Pericle, signora di grande impero, è come inondata, in questo momento, da influenze di ogni sorta e origine ed è perciò, in pericolo, non ostante la sua splendida prova in ogni dominio dell’arte e dell’azione, di sentirsi sfuggir di sotto l’antico solido terreno, nel momento in cui tutti i valori tradizionali, dati in preda a un’attivissima innata loquacità, vanno dileguando con moto rapidissimo. A questo punto viene avanti Socrate, il Solone del mondo morale. Giacché il pericolo era lì, nel mutarsi del senso morale; di lì si venivano minando le fondamenta dello stato e della società. Così, per la seconda volta nella storia greca, lo spirito attico riuscì ad eccitare le tendenze centripete dell’anima greca contro le forze centrifughe, col porre di fronte al cosmo fisico in cui si armonizzano le forze di natura – ed era stata questa la creazione dello spirito di ricerca ionico – un saldo ordine di valori umani. E come Solone aveva scoperto la legge naturale della vita in comune, sociale e politica, così ora Socrate s’inoltra nell’intimo dell’anima a scoprire il cosmo morale.
La sua giovinezza coincise col periodo della rapida ascesa dopo la grande vittoria sui Persiani, dalla quale uscirono, all’esterno, l’impero di Pericle, all’interno, l’affermazione piena della democrazia. Le parole di Pericle nell’epitaffio per i caduti in guerra, secondo le quali in Atene un autentico merito o talento personale non si trovavano mai sbarrata la via a venire in luce per il pubblico bene, trovano conferma nella sorte di Socrate. In sé, né per famiglia o classe sociale, né per doti esteriori egli non pareva destinato a radunarsi intorno i figli dell’aristocrazia avviantisi a una carriera politica, o a far parte del fior fiore dei kalokagathoi ateniesi. Le prime notizie che di lui si abbiano ce lo presentano sulla trentina, nella cerchia di Archelao, scolaro di Anassagora, in compagnia del quale, nell’isola di Samo, lo trovò il poeta tragico Ione di Chio, come questi raccontava in un suo diario di viaggio. Ione, pratico di vita ateniese, amico di Sofocle e di Cimone, riferisce anche che Archelao era tra i familiari di Cimone. È probabile che proprio Archelao abbia introdotto il giovane Socrate nella casa principesca del vincitore dei Persiani, capo del partito nobiliare filospartano. Ma, se le sue opinioni politiche siano state in qualche modo determinate dal contatto con questo ambiente, non possiam dire. Nel pieno dell’età, egli fu testimone dell’apogeo della potenza ateniese e vide l’età classica della poesia e dell’arte ateniese nel suo splendore. Si trovò anche a frequentare la casa di Pericle e Aspasia, e uomini politici assai discussi come Alcibiade e Crizia furono tra i suoi scolari.
Lo stato ateniese, in quel periodo di tensione massima di forze, volte a consolidare l’egemonia sulla Grecia da poco raggiunta, esigeva grandi sacrifici dai suoi cittadini. Ed anche Socrate si trovò più volte a servire la patria sul campo, e vi si distinse. Questo lato della sua vita, la sua esemplare, condotta di soldato, fu messa in molto rilievo nel suo processo allo scopo di equilibrare l’evidente deficienza dal lato politico. Ché Socrate, grande amico del popolo, era però notoriamente un democratico assai mediocre e non aveva il minimo gusto per tutta quell’attività che i cittadini ateniesi spendevano con molto zelo nell’assemblea popolare o come giudici nei tribunali. L’unico suo intervento politico, fu, come buleuta e pritano in carica, in quell’assemblea popolare, nella quale furono condannati a morte in blocco, senza istruttoria, gli strateghi vincitori della battaglia delle Arginuse, per non aver salvato i naufraghi dei vascelli ateniesi, a causa dello stato del mare. Socrate fu l’unico dei pritani ad opporsi a che la proposta, illegale, fosse messa in votazione Se anche più tardi questo poté valergli come un merito patriottico, non si può negare che in complesso egli fu contrario al principio del prevalere di una maggioranza, a sua volta dominata dai parlatori abili, e che il suo ideale fu, invece, il governo in mano agli uomini più saggi e più intendenti di affari. È ovvio supporre che questo modo di vedere si sia formato in lui per la sempre crescente degenerazione della democrazia durante la guerra del Peloponneso. Per chi come lui era venuto su nello spirito della vittoria sui Persiani, e aveva visto compiersi l’ascesa della patria, il contrasto era troppo stridente per non dar luogo a dubbi e a critiche di ogni sorta. Si capisce anche come queste opinioni procurassero a Socrate la simpatia di parecchi giovani concittadini di tendenza oligarchica, la cui amicizia doveva essergli rimproverata più tardi, in occasione del processo. La massa, non si rendeva conto della differenza sostanziale tra l’atteggiamento indipendente di Socrate e quello di ambiziosi cospiratori come Alcibiade e Crizia e non vedeva che quell’atteggiamento nasceva da un tessuto spirituale che trascendeva di molto la pura politica. Comunque è bene capir chiaramente che, nell’Atene di quel tempo, anche chi si teneva lontano dal travaglio politico attuale, esercitava, proprio con questa astensione, un’attività politica e che i problemi dello stato pesavano in maniera decisiva, senza eccezione, su ogni uomo, nell’azione come nel pensiero.
Socrate crebbe in quel tempo in cui si videro per la prima volta in Atene filosofi e studi filosofici. Anche se non avessimo notizia dei suoi rapporti con Archelao, dovremmo supporre che egli, il contemporaneo di Euripide e di Pericle, fosse venuto presto in contatto con la filosofia della natura di Anassagora e di Diogene di Apollonia. Non c’è ragione di dubitare sulla notizia che Socrate dà nel Fedone sulla propria storia intellettuale. Essa ha valore storico almeno in questo: che parla di un attivo interesse di gioventù per le dottrine dei fisici. E, se è vero che Socrate, nell’Apologia platonica si dichiara risolutamente incompetente in questo campo, egli aveva pur letto, come ogni Ateniese colto, il libro di Anassagora che, come è detto proprio in quel luogo, si poteva comprare per una dramma dai venditori ambulanti, nell’orchestra del teatro. Così pure Senofonte riferisce che Socrate, anche in seguito in casa sua coi suoi giovani amici, soleva percorrere le opere dei “saggi antichi” cioè dei poeti e dei filosofi per estrarre da essi qualche passo notevole. Sicché non è forse poi così lontana dal vero come si suol pensare generalmente, la rappresentazione aristofanesca che gli fa esporre dottrine fisiche di Diogene sull’aria come elemento primo e sul vortice cosmogonico. Ma fino a che punto egli si curò di far sue questo dottrine?
Secondo l’esposizione del Fedone egli si era messo alla lettura di Anassagora con una grande aspettativa. Qualcuno glielo aveva dato facendogli intravvedere che avrebbe trovato lì quello che andava cercando. Il che significa che anche precedentemente egli aveva guardato scetticamente le spiegazioni che della natura davano i fisici. Ma anche Anassagora lo deluse sebbene il principio dell’opera gli avesse destato qualche speranza. Là si parlava, dapprima, della Mente come principio informatore dell’universo, mentre in seguito Anassagora non faceva alcun uso di questo metodo di spiegazione, ma riconduceva tutto, come gli altri fisici, a cause materiali. Socrate invece si era aspettato una spiegazione dei fenomeni e del loro modo di prodursi fondata sul principio che “così era meglio”, giacché gli sembrava caratteristica nel procedere della natura la ricerca del benefico e dell’adatto allo scopo. Nel racconto del Fedone Socrate giunge, attraverso questa critica della filosofia della natura, alla teoria delle idee, la quale però, secondo la convincente affermazione di Aristotele, non può essere attribuita, storicamente, a Socrate. Ma, senza dubbio, Platone poté sentirsi in diritto di fare esporre al suo Socrate la teoria delle idee come cause finali, proprio in quanto questa teoria era sorta in lui per diritta via dalla ricerca socratica del Buono in tutte le cose.
Anche la natura, dunque, volle affrontare Socrate, con questa sua domanda, “che cosa è buono”. E ciò mostra il discorso che gli è attribuito nei Memorabili di Senofonte riguardo alla struttura del cosmo e alla sua conformità ad un fine. In questo discorso egli va in traccia del Buono e di tendenze finalistiche nella natura, allo scopo di mostrare l’esistenza nel mondo di un principio intelligente e costruttore. A quel che sembra, tutta l’esposizione, cui egli si dilunga, della struttura tecnicamente perfetta degli organi nel corpo umano, deriva da un libro di filosofia naturale di Diogene di Apollonia. Non c’è davvero ragione, per questa mancanza di originalità, di dubitare del valore di testimonianza storica di questo discorso, nel suo complesso, giacché lo stesso Socrate, con ogni probabilità, non teneva affatto ad essere originale nelle particolari considerazioni che veniva usando nel suo argomentare, e comunque, se derivazioni vi sono, si tratta sempre di elementi mirabilmente confacenti al modo di trattazione socratico. Nel libro di Diogene egli trovava, conforme all’esigenza che egli afferma nel Fedone, l’unico principio di Anassagora applicato al molteplice delle azioni naturali. Il discorso, però, non fa di Socrate un filosofo naturalista, ma si limita a mostrare qual era il suo punto di vista nell’accostarsi alla cosmologia. Punto di vista che era stato sempre naturale e ovvio per l’uomo greco, questo di ricercare anche nel cosmo, e di dedurlo da esso, il principio dell’ordine umano, come più volte già abbiamo constatato prima di riscontrarlo di nuovo in Socrate. Così questa critica socratica dei filosofi naturalisti non fa altro che mostrare, indirettamente, che l’attenzione di Socrate, fin da principio, fu rivolta al problema etico e religioso, senza che ci sia stato nella sua vita di pensiero un periodo propriamente naturalistico. La filosofia della natura non dava alcuna risposta all’interrogativo che egli portava in sé, dal quale, per lui, tutto dipendeva. E per questo egli poteva metterla da parte. Questa infallibile sicurezza con la quale, fin da principio, egli si mise in cammino è il segno della sua grandezza.
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Werner Jaeger, Paiadeia, traduzione di A. Setti, La Nuova Italia, Firenze 1978. Per gentile concessione di RCS Libri, Divisione Università e Professioni.
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Socrate; Educazione
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