|
Tema centrale del pensiero di Platone, il problema dello stato si intreccia nella Repubblica con la ricerca di un modello educativo capace di formare cittadini che agiscano secondo giustizia: solo una nuova forma di paideia, fortemente critica nei confronti della tradizione, ma nel contempo saldamente radicata in essa, può forgiare i custodi di una polis bene ordinata, governata secondo ragione.
 |
 |
[La] descrizione di come si forma lo stato [si] distingue [in] due fasi di sviluppo, quella della società originaria, semplice e risultante solo dai mestieri e professioni più necessarie, che Platone chiama lo “Stato sano” e quella della “città gonfia e malata” che si forma necessariamente col progredire del benessere e del lusso. In quest’ultima non ci sono soltanto contadini, muratori, fornai, sarti e calzolai, ma esiste anche una quantità di gente che producono tutte le superfluità della vita. La conseguenza inevitabile di questa morbosa ripienezza dello stato – che invece è più sano in condizioni ristrette – è l’impulso all’ampliamento territoriale, vale a dire quel procedimento per cui uno stato taglia via un pezzo di uno stato vicino e se lo annette. Ecco scoperta l’origine della guerra, che nasce sempre da cause economiche. Qui Platone prende la guerra come una realtà di fatto; il gran problema se essa sia buona o cattiva, egli lo riserva espressamente a un’altra trattazione. Contrapponendosi al principio democratico, valido in tutti gli stati greci, del dovere di ogni cittadino di servire la patria in armi, e in base al suo principio che ognuno debba fare solo il proprio mestiere, Platone afferma la necessità di una classe di soldati professionali, i “custodi”. Con ciò egli anticipa l’idea degli eserciti professionali di età ellenistica, anche se la strategia del suo tempo aveva già fatto passi decisivi in questo senso con l’istituzione, proprio allora molto criticata, del mercenariato. Platone preferisce di levare dalla cittadinanza stessa una apposita classe di guerrieri. Nel definire, poi, questi guerrieri come “custodi” è insita una limitazione del loro scopo alla difesa. Il quadro che Platone ritrae è un singolare miscuglio; in parte è descrizione, impregnata di giudizio morale, del processo naturale della realtà, nel quale l’apparizione della guerra è sintomo di turbamento di un ordine originario, in parte è costruzione ideale, che, da questa classe di guerrieri, impossibile ad eliminarsi, si sforza di trarre il meglio possibile. Dei due motivi è il secondo che prende subito il sopravvento; e noi ci troviamo subito a far con Platone la parte di artisti, che abbiano il compito di scegliere le nature più adatte e di educarle bene fino a formare con mano maestra il tipo del “custode” coraggioso e intelligente.
 |
|
Altre risorse |
|
 |
|
|
|
|
L’importanza di una scelta rigorosa, perché l’educazione riesca a buon fine, è rilevata qui, come sempre in Platone, con la massima energia. Nel caso dei guerrieri essa non sembra comportare un procedimento particolare o specialmente complicato. Evidentemente, in essa, si tratta soprattutto, per l’educatore di possedere il colpo d’occhio: e Platone dà di questa qualità uno splendido esempio nel suo ritratto della natura di un vero “custode”. Per quel che è dell’attitudine fisica, il guerriero deve essere acuto nelle percezioni sensibili, agile a raggiungere l’oggetto della sua percezione, forte nel combattere per esso, una volta afferratolo. Per combattere è necessario il coraggio, che ha bisogno di un sostrato fisico in quell’elemento fortemente emotivo, che è proprio anche di cavalli e cani di razza. È notevole che un paragone del genere ritorni anche quando si tratta della scelta spirituale di guerrieri e anche a proposito dell’educazione femminile. Si sente qui il senso sicuro dell’aristocratico per il valore della buona razza, il piacere che egli prende di cani e cavalli, compagni fedeli nella caccia e nello sport. L’anima del guerriero, se vuol essere davvero buon custode dei suoi, deve, come quella del buon cane, riunire in sé due qualità in apparenza contrarie: mansuetudine per i suoi e pugnacità contro gli stranieri. E in questa qualità Platone addita scherzosamente un tratto filosofico, giacché tanto i cani che i guerrieri giudicano di ciò che è loro proprio o straniero secondo un solo criterio: secondo, cioè, che lo conoscano o no.
Trattato questo argomento della scelta, Platone, passa all’educazione dei guerrieri. Questo tema gli si amplia sotto mano in una estesa trattazione che va a finire poi in una serie ancora più lunga di discussioni sull’educazione femminile e sulla formazione dei governanti nello Stato ideale.
Per dar ragione del suo trattenersi così a lungo e a fondo sull’educazione dei guerrieri, Platone rileva che ciò servirà a chiarire il tema fondamentale, cioè la posizione di giustizia e ingiustizia nello stato; e il suo giovane interlocutore acconsente espressamente a questa osservazione. Noi, però, anche non dubitando dell’utilità di questa trattazione, abbiamo l’impressione, e tanto più quanto più ci si addentra nei particolari dell’educazione dei guerrieri, di perdere completamente di vista questo cosiddetto tema fondamentale della giustizia. Certo, in un’opera come la Repubblica, che ha la forma di un dialogo di grande complessità, c’è molto che è occasionato del modo di composizione, e per tale si deve accettare, anche se mette a dura prova la nostra abitudine all’ordine sistematico; ma, con tutto ciò, la triplice indagine sull’educazione dei guerrieri, sull’educazione femminile e su quella dei governanti, fa un tale effetto di valere in sé e per sé, e d’altra parte, la risposta alla questione della giustizia e della felicità del giusto, vien data così frettolosamente e di passaggio, che a questo punto noi siamo costretti a pensare che questa apparente rottura di equilibrio fra i due temi connessi e intrecciati risponda a un’intenzione precisa dell’artista. Insomma, la ricerca sulla giustizia è la principale solo in quanto tutta l’opera si svolge da essa e in quanto la questione della giustizia mira, come a punto decisivo, al problema della norma. Ma il nucleo vero e il centro dell’opera intera è da ravvisare, e proprio per la prevalenza esterna ed interna che Platone gli ha dato, nel problema della paideia: giacché questo è connesso indissolubilmente con la conoscenza delle norme e diventa perciò necessariamente il problema principale in uno stato che tende essenzialmente all’attuazione della norma suprema.
L’educazione dei guerrieri secondo un sistema fissato per legge dallo stato è una novità rivoluzionaria di conseguenze imprevedibili. Ad essa in sostanza si riallaccia lo stato moderno con la sua pretesa – propria di stati di ogni tipo, specialmente dall’età dell’illuminismo e assolutismo in poi – di regolare legalmente l’educazione dei cittadini. Anche in Grecia, è vero, e nella democrazia ateniese, lo spirito che informava la costituzione politica si rifletteva fortemente in campo educativo, ma educazione di stato, a mezzo di funzionari, non ci fu, per testimonianza di Aristotele, in nessun luogo tranne che a Sparta. E se Aristotele si richiama a questo esempio, si può esser certi che tanto lui quanto Platone ebbero dinanzi agli occhi il modello spartano nel formulare la loro esigenza di un’educazione di stato. Come poi una tale educazione pubblica debba essere organizzata e attraverso quali precisi istituti, è questione che Platone non tratta nella Repubblica e che affronterà più tardi da vicino nelle Leggi. Ora il suo interesse è volto esclusivamente al contenuto della cultura, a stabilire di essa le linee fondamentali; giacché la discussione di queste basta a condurre al problema che più gli sta a cuore, di come si possa conoscere la norma suprema. Di fronte al duplice compito dell’educazione, formazione del corpo e dell’anima, Platone giudica conforme a natura la soluzione dell’antica paideia greca, con la sua partizione in ginnastica e musica; e pertanto la mantiene come fondamento. Questo fatto deve essere valutato alla luce di quel che Platone altrove dice sul danno prodotto da ogni innovazione in un sistema educativo che si sia una volta accettato. In tal modo non ci sfuggirà l’elemento conservatore delle idee educative platoniche, quel suo attaccamento a ciò che è passato al vaglio dell’esperienza, non ostante la critica radicale a cui egli sottopone nei particolari il contenuto dell’educazione antica. È comprensibile che il più delle volte si metta in maggiore rilievo dai critici l’elemento negativo; ché, senza dubbio, in questo specialmente si rivela la novità di Platone, in quanto filosofo. Ma quella che in lui è, psicologicamente, l’attrattiva maggiore – ed è anche cosa di decisiva importanza nella storia della cultura – consiste proprio nell’intimo fecondo dissidio tra il radicalismo concettuale e il rispetto conservatore per una tradizione di cui egli scorgeva l’unità e il significato spirituale. Perciò, prima di prestare orecchio alla sua critica, si deve riconoscere ben chiaramente che Platone costruì la sua nuova concezione filosofica della cultura sulla base dell’antica paideia greca, per quanto rielaborata.
Questo suo atteggiamento, che fu tenuto a modello dalla filosofia più tarda, è di notevole conseguenza storica. In primo luogo esso assicurò la continuità e l’unità organica, nel rispetto formale come del contenuto, dello svolgimento culturale greco ed evitò il taglio netto con la tradizione nel momento in cui essa era più minacciata dal razionalismo filosofico, passato ormai dallo studio della natura, alla ricostruzione concettuale della cultura.
In secondo luogo l’ammirazione per l’antica paideia, cioè per l’eredità vivente della nazione greca, conferisce al nuovo pensiero filosofico di Platone, la sua precisa impronta storica. Questo pensiero, infatti, si attua in un continuo contatto critico con la poesia e con la musica, le forze dominanti, fino a quel momento, dello spirito greco. E non è, questo elemento critico, qualcosa di secondario filosoficamente, come pensano spesso i critici moderni, ma è per Platone parte essenziale e di primo piano.
Werner Jaeger, Paideia, traduzione di A. Setti, La Nuova Italia, Firenze 1978. Per gentile concessione di RCS Libri, Divisione Università e Professioni.
Compare in
Platone; Pedagogia; Etica
|