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Cipolla: La misurazione del tempo

La misurazione del tempo

Tra la fine del Duecento e gli inizi del Trecento, in seguito al progresso nella lavorazione dei metalli, fa la sua comparsa l’orologio meccanico, che si diffonde rapidamente in Europa. Il brano qui proposto, tratto dall’opera Le macchine del tempo. L’orologio e la società (1300-1700) dello studioso di storia economica Carlo Maria Cipolla, ne compendia l’evoluzione. Lungi dall’essere precisi, ma meccanicamente complessi e in grado di soddisfare la sete di meraviglia con automi, calendari mobili e astrolabi, i grandi orologi pubblici diventano orgoglio e vanto delle città. Tra le elaborate costruzioni medievali, la più ragguardevole fu certamente l’orologio astronomico di Giovanni de’ Dondi, progettato per il castello dei Visconti a Pavia e purtroppo oggi distrutto.

Era quella l’età in cui le città stavano espandendosi rapidamente e la nuova civiltà urbana si stava affermando con un vigore senza precedenti. Era l’epoca che vide la diffusione delle Università e delle cattedrali gotiche; l’epoca in cui fra’ Giordano da Pisa tuonava nei suoi sermoni che “oggi giorno si scopre una nuova arte”. Fu appunto tra la fine del Duecento e i primi del Trecento che comparvero anche le prime artiglierie e non a caso l’orologio meccanico e il cannone comparvero quasi contemporaneamente. Entrambi furono il frutto di un notevole sviluppo nella capacità di lavorare i metalli e, come vedremo più avanti, molti dei primi orologiai furono anche fabbricanti di bombarde.

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Subito dopo la sua prima comparsa l’orologio si diffuse rapidamente per tutta Europa e presto quei primi orologi furono muniti di meccanismi per suonare le ore. A Milano, nel 1309, nella chiesa di Sant’Eustorgio fu installato un orologio in ferro; la cattedrale di Beauvais ebbe probabilmente un orologio munito di campane prima del 1324; nel 1335, secondo un cronista italiano, la chiesa di San Gottardo a Milano aveva “un orologio meraviglioso, con un grande battaglio che percuote una campana ventiquattro volte in corrispondenza delle ventiquattr’ore del giorno e della notte e così alla prima ora della notte dà un tocco, alla seconda due tocchi... e in tal modo si distingue un’ora dall’altra, ciò che è della più grande utilità per la gente di ogni condizione (quod est summe necessarium pro omni statu hominum)”. Il monastero di Cluny nel 1340 aveva un orologio e nel 1359 la cattedrale di Chartes ne aveva due. A Padova nel 1344 venne installato un orologio pubblico che “giorno e notte marca le ore automaticamente (sponte sua)”. Gli orologi pubblici che suonavano le ore fecero la loro comparsa a Genova nel 1353, a Bologna nel 1356 e a Ferrara nel 1362. Nel 1370 Carlo V di Francia installò in una delle torri del palazzo reale un orologio che suonava le ore, e ne fu talmente soddisfatto che fece sistemare orologi simili nel castello di Vincennes e all’Hotel Saint Paul. Temendo che il loro suono potesse non essere udito da tutti in città, ordinò che tutte le chiese di Parigi suonassero le campane “par pointz à manière d’orologe” quando gli orologi reali battevano le ore. In questo modo tutti potevano conoscere l’ora “luise le soleil ou non”.

A quei tempi un orologio, specie un grande orologio pubblico, costava un patrimonio. Costava costruirlo, e il suo costo d’esercizio, che in genere comprendeva il salario di un “governatore” costituiva un problema per le finanze locali. La decisione di costruire un orologio era spesso il risultato di lunghi e accesi dibattiti cittadini. Ma in genere le varie comunità si dimostrarono avide e orgogliose di possedere un orologio pubblico. [...]

Così, nonostante il costo relativamente elevato, una combinazione di orgoglio cittadino, di utilitarismo e di interesse per i marchingegni meccanici favorì la diffusione dell’orologio. La crescente domanda di orologi stimolò a sua volta il progresso tecnologico, e alla fine del Trecento si fabbricavano orologi che battevano le ore e i quarti. Questo fatto però non deve trarci in inganno circa la precisione di quelle prime macchine. Come è stato giustamente osservato, i primi orologi meccanici “realizzarono una strana combinazione di splendore immaginativo e di insufficiente tecnica costruttiva”. Lungo tutto il corso dei secoli quattordicesimo e quindicesimo, la maggior parte degli orologi (se e quando funzionavano) accumulavano ogni giorno notevoli ritardi o anticipi. Le esigenze di precisione erano limitate, tanto è vero che ci si accontentava della sola lancetta per le ore. Comunque l’imprecisione degli orologi era tale da parere spesso eccessiva anche per i bassi standards del tempo. Nel 1389 la città di Rouen assegnò un salario alla moglie di un orologiaio perché si preoccupasse di regolare di continuo l’orologio pubblico. Nel 1387, re Giovanni d’Aragona decise di assumere due uomini che suonassero le campane dell’orologio del suo castello di Perpignano dato che l’orologio stesso non riusciva a farle suonare al momento giusto. Il popolo di Parigi alludeva all’orologio del palazzo reale col verso: “l’horloge du palais, elle vas comme il lui plait” [l’orologio del palazzo funziona a modo suo]. Non c’è dubbio che almeno sino al Cinquecento anche gli orologi migliori indicassero il tempo solo in maniera approssimativa e dovessero essere regolati di continuo. Ancora nel 1641 il Consiglio Cittadino di Digione, trovando che nessuno degli orologi pubblici andava d’accordo con gli altri, diede l’ordine di regolarli “suivant le cours du soleil” [secondo il corso del sole], cioè facendo riferimento alle meridiane.

Il fatto più peculiare della storia dei primi tempi dell’orologeria è che mentre non si fecero sensibili progressi in fatto di precisione, si costruirono però orologi dai movimenti più strani e complicati. La cosa non deve stupire: era più facile aggiungere ruote a ruote che migliorare il sistema di regolazione dello scappamento. D’altra parte gli automati e le indicazioni astronomiche godevano di grande popolarità. Sotto questo aspetto, uno degli esemplari più notevoli fu l’orologio costruito verso il 1350 nella cattedrale di Strasburgo. Di mole enorme, comprendeva un calendario mobile ed un astrolabio che mostrava i movimenti del sole, della luna e dei pianeti. La parte superiore era ornata dalla statua della Vergine di fronte alla quale, a mezzogiorno, si mettevano a ruotare i Re Magi mentre un carillon seguiva un motivo musicale. Sulla cima del tutto stava un gallo che, al termine della processione dei Magi, apriva il becco, buttava fuori la lingua, sbatteva le ali ed emetteva un sinistro chicchirichì. A Bologna, verso la metà del Quattrocento, sulla facciata del Palazzo Comunale Mastro Giovanni Evangelista da Piacenza e Mastro Bartolomeo di Gnudolo costruirono un orologio imponente in cui a certe ore un angelo suonava la tromba e Santi e Magi piroettavano intorno alla Vergine e al Bambino. La cosa più notevole, tuttavia, era la parte astronomica dell’orologio. Costruito sotto la supervisione di quel grande umanista che fu il cardinal Bessarione, pare che il settore astronomico dell’orologio raffigurasse “un globo di fuoco centrale intorno a cui ruotavano armoniosamente il sole, la luna, la terra, i pianeti e i cieli”. Tale disposizione di elementi si basava sulle teorie cosmologiche dei discepoli di Pitagora ed era in aperto contrasto con le concezioni tolemaiche allora prevalenti. [...]

Il capolavoro del Medioevo [...] fu l’orologio astronomico costruito verso il 1350 da Giovanni de’ Dondi, probabilmente con l’aiuto del fratello Jacopo. Si trattava di uno strumento di misura del tempo che però non indicava le ore, ma mostrava i moti celesti del sole, della luna e di cinque pianeti e forniva un calendario completo e perpetuo. Philippe de Maizières, che vide e ammirò l’orologio, lo descrisse nei seguenti termini: “Vi è oggi in Italia un uomo eccezionalmente versato nella filosofia, nella medicina e nell’astronomia, che per consenso universale è riconosciuto come la più grande autorità nel campo di queste tre scienze. Il suo nome è Giovanni de’ Dondi ed abita nella città di Padova. Per via del suo immenso sapere in fatto di astronomia, il suo cognome è di solito trascurato ed egli viene chiamato mastro Giovanni degli orologi. Attualmente si trova col conte di Virtù. [...] Mastro Giovanni ha prodotto opere famose nelle tre scienze, opere che sono tenute in grande considerazione dai più valenti studiosi d’Italia, di Germania e d’Ungheria. Fra le altre cose, egli ha costruito una macchina, chiamata da alcuni sfera o orologio dei movimenti celesti, che indica tutti i movimenti dei segni dello zodiaco e i pianeti con le loro orbite ed epicicli, ed ogni pianeta viene mostrato separatamente col suo movimento di modo che in ogni momento del giorno e della notte si può vedere sotto qual segno e con quale inclinazione appaiono in cielo i pianeti e le stelle maggiori. La sfera è costruita in modo così ingegnoso che nonostante vi siano tanti ingranaggi da non poterli contare senza smontare l’orologio, tutto funziona grazie a un solo peso. Il prodigio è tale che molti grandi astronomi giungono da luoghi remoti per ammirare la sua opera... Per arrivare a produrre la sfera così come la sua mente ingegnosa l’aveva concepita, mastro Giovanni la forgiò con le proprie mani, senza l’aiuto di alcuno, e per sedici anni non fece altro”. Una volta costruito, il capolavoro fu collocato nella biblioteca del castello dei Visconti in Pavia, ma dopo la morte di Giovanni nessuno seppe come prendersene cura. Oggi il capolavoro di mastro Giovanni non esiste più. L’orologio fu distrutto forse ai primi del Cinquecento durante l’assedio di Pavia; tuttavia ne conosciamo bene l’aspetto, la struttura e il meccanismo grazie a un’accurata descrizione fatta dallo stesso mastro Giovanni e che è pervenuta sino a noi: la descrizione è così accurata che è stato possibile riprodurre il pezzo del maestro.

Carlo M. Cipolla, Le macchine del tempo. L’orologio e la società (1300-1700), Il Mulino, Bologna 1981.

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