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La presenza di acido borico nella zona delle Colline Metallifere in Toscana fu scoperta verso la fine del XVIII secolo. Nel secondo decennio dell’Ottocento il francese François-Jacques de Larderel avviò lo sfruttamento industriale della risorsa, che venne utilizzata anche per la produzione di energia elettrica a partire dal 1904. Dei campi geotermici toscani tratta il brano della Guida Rossa del Touring Club Italiano dedicato alla regione.
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I campi geotermici localizzati nella fascia tirrenica della Toscana centro-meridionale sono l’esito di processi geodinamici di tipo compressivo e distensivo succedutesi negli ultimi 30 milioni di anni. Il primo pozzo geotermico, profondo pochi metri, fu perforato nel campo di Larderello nel 1832, ma solamente nel 1926 i pozzi raggiunsero il serbatoio carbonatico. Da allora sono stati esplorati centinaia di pozzi molti dei quali tuttora attivi. Uno dei più grossi sondaggi, detto “soffionissimo”, esplose il 27 marzo 1931 e costituì un fenomeno talmente grandioso da far ritenere che non fosse possibile imbrigliarlo.
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Altre risorse |
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La presenza di manifestazioni geotermiche era già nota agli Etruschi e ai Romani; tracce di acido borico sono state rinvenute negli smalti usati per la decorazione di ceramiche etrusche, mentre dal Medioevo è documentato l’utilizzo dei minerali deposti da soffioni e lagoni per la coloritura dei tessuti e la preparazione di medicinali. Nel 1777 il chimico tedesco Franz Höfer, direttore delle spezierie granducali, scoprì nelle acque fangose dei lagoni la presenza di acido borico, di cui si iniziò a studiare la possibilità di utilizzo nell’industria (saldatura, invetriatura delle ceramiche) e in farmacia.
Nel 1818 la ditta Larderel, fondata da François-Jacques de Larderel, impiantò presso Montecèrboli una fabbrica per lo sfruttamento su vasta scala delle acque boriche. Nello stesso periodo de Larderel iniziò la perforazione dei primi pozzi per aumentare la produzione di acqua e vapore, e poco dopo ebbe l’idea geniale di utilizzare lo stesso vapore naturale per riscaldare le caldaie in cui avveniva la concentrazione della soluzione borica. Il vapore veniva captato per mezzo di un duomo in muratura, chiamato “lagone coperto”, costruito sopra le manifestazioni naturali e quindi convogliato alle caldaie di concentrazione. In riconoscimento della sua opera, nel 1846 il granduca Leopoldo II imponeva allo stabilimento il nome di Larderello.
Nel 1904 il conte Ginori sperimentò l’utilizzo delle forze endogene per la produzione di energia elettrica; l’anno successivo entrò in funzione il primo impianto di produzione. A partire dagli anni ’80 del Novecento è stato avviato dall’Enel un programma di rinnovamento delle centrali su una vasta area che arriva sino alle pendici dell’Amiata, mentre Larderello si è andato qualificando come primario centro di ricerca sugli utilizzi, non esclusivamente elettrici, dell’energia geotermica.
Guida d’Italia. Toscana, Touring Club Italiano, Milano 1997.
Compare in
Energia geotermica; Geotermia
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