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Hobsbawm: Sport e nazionalismo

Sport e nazionalismo

Nel periodo tra le due guerre, grazie ai mezzi di comunicazione di massa – stampa, cinema e radio – lo sport divenne il terreno sul quale potevano essere sublimate le tensioni tra i gruppi e le nazioni, che si affrontavano in scontri simbolici sui campi di calcio o di rugby. Le competizioni sportive internazionali, dai Giochi olimpici al Tour de France, diventarono così l’occasione per diffondere sentimenti nazionali anche tra individui scarsamente interessati alla vita politica: il semplice tifoso, identificandosi con gli atleti che rappresentavano il suo paese, diventava egli stesso un simbolo della propria nazione.

In questo periodo l’identificazione nazionale acquisì nuovi mezzi di espressione nell’ambito di società moderne, urbanizzate e tecnologizzate. E in proposito vanno ricordati due punti cruciali. Primo, che non ha bisogno di grandi chiose: nascita e sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa quali stampa, cinema e radio. Grazie all’impiego di tali mezzi, le ideologie popolari potevano essere standardizzate, omogeneizzate, trasformate e anche, s’intende, utilizzate a fini dichiaratamente propagandistici da parte di interessi privati o dello Stato. (Il primo ministero preposto esplicitamente alla “propaganda” e alla “istruzione del popolo”, ossia il Reichsministerium für Volksaufklärung und Propaganda, fu istituito in Germania nel 1933 dal nuovo governo di Adolf Hitler.) Tuttavia, la propaganda vera e propria si rivelò meno efficace della capacità dei mezzi di comunicazione di massa di creare quelli che, di fatto, erano dei veri e propri simboli nazionali nell’ambito della vita di ciascun individuo, annullando così la separazione fra sfera privata e locale, in cui era confinata l’esistenza della maggior parte dei cittadini, e sfera pubblica e nazionale. La trasformazione della famiglia reale britannica in un’immagine tanto domestica quanto pubblica dell’identificazione nazionale sarebbe stata impossibile in assenza dei moderni media, e la sua espressione rituale fu intenzionalmente concepita per la radio, salvo posteriori adattamenti televisivi, nel 1932, con la trasmissione natalizia “regale”.

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Il fossato che separava pubblico e privato fu anche colmato dallo sport. Tra le due guerre, lo sport come spettacolo di massa fu trasformato e trasferito in un’interminabile serie di contesti gladiatori tra persone e squadre che simboleggiavano Stati-nazione, cosa oggi entrata a far parte della vita quotidiana a livello planetario. Sino ad allora, infatti, avvenimenti sportivi come i Giochi olimpici o gli incontri di calcio internazionali avevano interessato principalmente un pubblico da classe media – benché i Giochi olimpici avessero cominciato a svolgersi in una certa atmosfera da competizione internazionale già prima del 1914 –; mentre le competizioni sportive internazionali venivano ora organizzate nell’intento di integrare le diverse componenti nazionali degli Stati multinazionali. In questo modo diventavano un simbolo dell’unità nazionale, e, in quanto confronto amichevole tra le nazionalità che componevano questi Stati, rafforzavano il senso della comune appartenenza grazie all’istituzionalizzazione di contesti “regolati” che costituivano un’ottima valvola di sfogo delle tensioni tra i gruppi, che appunto si stemperavano in pseudoscontri di tipo simbolico. Risulta piuttosto difficile non cogliere un aspetto di defusione rituale nei primi incontri di calcio internazionali organizzati nel continente europeo e, in particolare, in quelli tra Austria e Ungheria. E si sarebbe proprio tentati di considerare l’estensione degli incontri internazionali di rugby dall’Inghilterra e la Scozia a Galles e Irlanda, verificatasi negli anni 1880, come una reazione all’intensificarsi dei sentimenti nazionali nella Gran Bretagna di allora.

Nel periodo tra le due guerre, in ogni caso, lo sport diventò, come riconobbe prontamente George Orwell, espressione della lotta nazionale, e gli atleti che rappresentavano la nazione o lo Stato diventarono l’espressione per eccellenza delle loro comunità frutto d’immaginazione. Fu questo il periodo in cui il Tour de France fu dominato dalla competizione tra squadre di diverse nazioni; quello in cui la Mitropa [Mitteleuropa: Europa centrale] Cup mise a diretto confronto le migliori squadre dell’Europa centrale; quello in cui la Coppa del mondo fu introdotta in campo calcistico; quello in cui, come emblematicamente dimostrato nel 1936, i Giochi olimpici diventarono occasione di autoaffermazione nazionale. E ciò che rese lo sport più efficace di qualsiasi altra cosa, almeno nell’ambito dei maschi, in quanto mezzo per inculcare sentimenti nazionali, fu la facilità con la quale, grazie a esso, gli individui anche meno interessati alla vita pubblica e politica potevano identificarsi con una nazione simboleggiata da giovani che eccellevano in qualcosa che, in pratica, tutti gli uomini avrebbero desiderato saper fare, in un momento o l’altro della loro vita. Una comunità di milioni di individui, frutto dell’immaginazione, sembra più reale sotto forma di undici persone con nome e cognome. E l’individuo, anche quello che si limita a fare il tifo, diventa un simbolo della propria nazione. Chi scrive ricorda ancora il nervosismo col quale si ascoltava la radiocronaca del primo incontro internazionale di calcio tra Austria e Inghilterra, disputatosi a Vienna nel 1929, nella casa di certi suoi amici che gli avevano promesso di rifarsi su di lui qualora l’Inghilterra avesse battuto l’Austria, cosa che, tra l’altro, sembrava piuttosto prevedibile. In quanto unico ragazzo inglese presente ero diventato l’Inghilterra, così come loro erano l’Austria. (Fortuna che la partita si concluse con un pareggio!) In questo modo il ragazzo dodicenne estendeva il suo concetto di fedeltà alla squadra e fedeltà alla nazione.

Eric J. Hobsbawm, Nazioni e nazionalismo, traduzione di P. Arlorio, Einaudi, Torino 1991. Per concessione di Cambridge University Press.

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