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Braudel: Ulivo, vite, grano: triade mediterranea

Ulivo, vite e grano: triade mediterranea

L’unicità del Mediterraneo come spazio culturale è il tema del saggio che Fernand Braudel, in collaborazione con altri studiosi, ha scritto volendo disegnare la mappa di un crocevia di terra e acqua, uomini e storia, tradizioni e rivoluzioni. Come dice lo stesso grande storico francese, il Mediterraneo è “mille cose insieme. Non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare, ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà, ma una serie di civiltà accatastate le une sulle altre”. Nelle straordinarie pagine di questo libro si incontrano descrizioni geologiche e naturalistiche, analisi storico-politiche, riflessioni sul costume e sull’evoluzione delle strutture profonde di una società. Qui, ad esempio, Braudel racconta come l’equilibrio di vita, nell’area mediterranea, sia stato raggiunto attraverso il culto di una triade di “divinità alimentari”: l’ulivo, la vite e il grano.

Ogni vita raggiunge un equilibrio, deve raggiungerlo. O scomparire: ma non è questo il caso della vita mediterranea, vivace e inamovibile. Forse è troppo presto (non abbiamo ancora messo in campo, infatti, le risorse del mare) per redigere un bilancio complessivo della zona mediterranea. Dalla sua vita agricola e pastorale, però, e dalle diverse tipologie delle sue regioni, emergono alcune constatazioni, che peraltro non hanno nulla di straordinario o di particolarmente sorprendente.

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Siamo in presenza di una vita difficile, spesso precaria, il cui equilibrio in definitiva si compie regolarmente a danno dell’uomo, condannandolo senza remissione alla sobrietà. Per qualche ora o qualche giorno di bagordi, il limite dello stretto necessario si impone per anni e per intere esistenze. Lo storico e il turista non devono lasciarsi troppo impressionare dai trionfi urbani, dalle meravigliose città antiche del Mediterraneo. Le città sono degli accumulatori di ricchezze, e per ciò stesso costituiscono delle eccezioni, dei casi privilegiati. Bisogna considerare, inoltre, che prima della rivoluzione industriale l’80-90 per cento degli uomini vivevano ancora in campagna.

Si può dire, semplificando, che il Mediterraneo realizza il proprio equilibrio vitale a partire dalla triade ulivo-vite-grano. “Troppo osso,” dice scherzosamente Pierre Gourou, “e non abbastanza carne.” Solo il crescente allevamento dei maiali, in territorio cristiano, a partire dal Quattrocento, e il generalizzarsi della conservazione della carne, la “carne salata”, rappresentano importanti palliativi per uno almeno dei Mediterranei, ma non per l’altro, che si priva volontariamente sia della carne di maiale sia del vino. Le responsabilità alimentari dell’Islam non sono state poche. Si pensi, inoltre, che la cucina musulmana concede poco spazio ai frutti di mare.

Delle tre colture fondamentali, l’olio e il vino (che si esportano al di fuori del Mediterraneo) hanno costituito un successo pressoché ininterrotto. Soltanto il grano pone un problema, ma che problema! E al di là del grano viene il pane, un genere di consumo indispensabile. Di quale farina sarà fatto? E di che colore sarà? Quanto pesa, visto che si vende dappertutto allo stesso prezzo, ma il suo peso varia? Grano e pane sono l’eterno tormento del Mediterraneo, i personaggi decisivi della sua storia, costante preoccupazione dei grandi di questa parte del mondo. Come si annuncia il raccolto? Questa domanda insistente ricorre in tutte le corrispondenze, comprese quelle diplomatiche, lungo tutto l’arco dell’anno. Se l’annata è cattiva, le campagne ne soffriranno come e anche più delle città, e i poveri, naturalmente, molto più dei ricchi, che hanno tutti il loro granaio personale dove i sacchi ricolmi si accumulano. Fino al Cinquecento, a Genova come a Venezia, le grandi casate fanno macinare il proprio grano, impastano la propria farina e cuociono il proprio pane. Anche le grandi città accumulano scorte, e in caso di penuria o di carestia locali i loro mercanti, sostenuti dai governi urbani, armano navi e visitano mercati, facendo arrivare grano dal mar Nero, dall’Egitto, dalla Tessaglia, dalla Sicilia, dall’Albania, dalle Puglie, dalla Sardegna, dalla Languedoc e persino dall’Aragona o dall’Andalusia… Sono le regioni privilegiate, o alternativamente, a seconda dell’andamento dei raccolti, quelle scarsamente popolate, a far circolare attraverso il mare circa un milione di quintali di grano all’anno, soddisfacendo le esigenze di Venezia, Napoli, Roma, Firenze o Genova, acquirenti abituali del “grano di mare”.

Il risultato è scontato: la città sopravvive alla penuria e anche alla carestia. È la gente di campagna che, nelle cattive annate, soccombe alla carenza di pane. Scheletrici, ridotti all’elemosina, i campagnoli si precipitano invano verso le città, vanno a morire a Venezia, sotto i ponti o sulle banchine, le “fondamente”, dei canali. Le carestie ricorrenti, inoltre, fanno da battistrada alle malattie, dalla malaria alla peste, che nel Mediterraneo è il flagello di Dio.

È questa la trama della vita mediterranea. Certo, i festini e i bagordi che nel Cinquecento le persone perbene giudicano scandalosi e che le città prudentemente proibiscono, del resto invano (come a Venezia), esistono, nei loro eccessi, effettivamente, ma riguardano un numero molto ristretto di individui. L’insieme della gente del Mediterraneo li ignora. Anche i banchetti contadini, quei famosi pranzi festivi che in tutte le campagne del mondo fanno periodicamente dimenticare la mediocrità quotidiana, non sono assolutamente paragonabili, quando si svolgono in Olanda o in Germania, a quelli che hanno luogo, per esempio, in Italia. È una verità senza appello, che si può verificare lungo tutta l’autentica storia del Mediterraneo, una storia, ripetiamolo, all’insegna della sobrietà, cioè del razionamento volontario. Epicuro (341-270 a.C.), che predicava che il fine dell’uomo è il piacere, chiedeva a un amico: “Mandami un vaso di formaggio, affinché io possa far baldoria quando lo desidero.”

Quando, dopo secoli e secoli, Bandello (1485-1561) scrisse le sue Novelle, se un povero tra i poveri, per esempio un emigrante bergamasco, fa un pasto eccezionale, si accontenterà di mangiare una cervellata di Bologna. Se poi si sposa, vuol dire che ha scelto, come afferma con cattiveria il narratore, una di quelle ragazze che dietro il Duomo di Milano fanno l’amore per una monetina.

Guardate ancora oggi, a Napoli o a Palermo, gli operai che durante l’ora di pausa mangiano all’ombra di un albero o di un muretto: si accontentano del “companatico”, un condimento di cipolle o di pomodori sul pane innaffiato di olio, e lo accompagnano con un bicchiere di vino. Qui la trinità mediterranea si dà appuntamento al gran completo: l’olio d’oliva, il pane di frumento e il vino dei vicini vigneti. Tutto questo, ma non molto di più.

Stando così le cose, la precocissima e duratura ricchezza e gli antichissimi lussi del Mediterraneo non si propongono come un paradosso? Come e perché tali lussi si affiancano a tanti disagi, per non dire a tanta miseria? Le frustrazioni degli uni non bastano da sole a giustificare lo splendore degli altri. Il destino del Mediterraneo non si può spiegare unicamente con il lavoro accanito, da ricominciare ogni volta da capo, di popoli che si accontentano relativamente di poco.

È anche un dono della storia, di cui il Mediterraneo ha fruito per molto tempo e che gli è stato alla fine sottratto: un fenomeno che da anni gli storici si sforzano di spiegare.

Fernand Braudel, Il Mediterraneo, traduzione di E. De Angeli, Bompiani, Milano 1987.

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