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Tutti ricordiamo i 're' dell’Iliade o dell’Odissea: personaggi autorevoli, certo, ma in niente somiglianti ai monarchi che abbiamo incontrato nelle pagine dei libri di storia, un Luigi XIV, un Pietro il Grande, una Elisabetta I. In realtà, i re della Grecia antica, come illustra lo storico Gustave Glotz (1862-1935) in questo brano tratto da La città greca, anche quando avevano carattere vitalizio ed ereditario erano soltanto 'magistrati dai poteri più o meno limitati'. Forse anche questo è tra i motivi che consentirono la nascita e il fiorire di quella grande 'invenzione' greca che fu la democrazia.
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Il re, che incarnava nella sua persona la potenza della Città, aveva per nemici personali i piccoli re delle tribù e delle fràtrie, i quali disponevano di tutta la forza dei ghene. L’esito della lotta non poteva essere dubbio. Già nell’Odissea si osserva una regalità ben diversa da qual era ai bei tempi dell’Iliade. Alcinoo, re dei Feaci, circondato da altri dodici re, si chiama umilmente il decimoterzo; ammettiamo pure che sia il primo, primus inter pares: in ogni caso, non fa nulla senza consultare gli altri. È sufficiente che Odísseo sia lontano da Itaca e che suo figlio sia minorenne perché tutti i capi del vicinato aspirino a prendere il suo posto sposando sua moglie. Verso la fine dell’ottavo secolo è finita: la monarchia omerica non è più.
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Sole eccezioni i Battidi di Cirene e i Ciniradi di Cipro, ai quali si possono aggiungere, volendo, gli Alévadi di Larissa e gli Scópadi di Crannone. Ma gli uni si trovano ben lontani al di là dei mari, nelle vicinanze dell’Egitto o a contatto con i Fenici; e gli altri non portavano il titolo di re, nonostante la loro potenza e l’esempio della dinastia macedone. La concezione ellenica risulta chiara da questo fatto: a Panticapeo, nel Ponto Eusino, i capi scelti nella famiglia degli Archeanattidi, poi in quella degli Spartocidi, erano re degli Sciti e arconti dei Greci.
Se in altre città sopravvivono taluni re di carattere vitalizio ed ereditario, essi non sono più che magistrati dai poteri più o meno limitati. A Sparta, gli Agiadi e gli Euripontidi, generali e sommi sacerdoti, sono sotto il controllo dei veri capi del governo, gli éfori. Tra i Dori l’esempio è tutt’altro che unico: il re d’Argo conservò le sue funzioni militari sino alla metà del secolo V; a Corinto, la dinastia dei Bacchiadi continuò sino alla sua caduta definitiva (657) a scegliere tra i suoi membri tanto un re dal titolo onorifico e vitalizio quanto il prítano, capo annuale del governo. Anche nella Ionia, i Basilidi, discendenti di Àndroclo, non cessarono di fornire un re a Èfeso; ma questo re, pur essendo rivestito della porpora e insignito dello scettro, non era più che un personaggio sacerdotale. Altri Basilidi, a Chio, a Èritre, a Scepsi e probabilmente a Clazómene, perdettero la dignità regia, ma rimasero a capo dell’aristocrazia dominante. Lo stesso accadde ai Nelidi a Mileto e ai Pentilidi a Mitilene.
Più frequentemente, la regalità, ridotta allo stato di magistratura, cessò di essere vitalizia e fu tolta alla famiglia che ne era stata originariamente investita; divenne annua e accessibile a tutte le famiglie della classe dominante. E, in pari tempo, fu confinata nelle sole funzioni di cui le idee religiose vietassero di privarla: le funzioni sacre. L’esempio più famoso è quello di Atene, dove il re non fu più che uno dei novantanove arconti, quello incaricato delle relazioni con gli dèi, e non ebbe più nemmeno l’onore di dare il proprio nome all’anno. Tale rex sacrificulus si ritrovava in un gran numero di isole e di città ioniche: a Sifno, a Nasso, a Io, a Chio, a Mileto, donde la sua carica fu trasportata nella colonia milesia d’Olbia. Anche a Mègara, il re è un semplice magistrato dalle attribuzioni religiose; ma, nella città dorica, è epònimo, dà cioè il suo nome all’anno, come nelle città del suo territorio e nelle sue colnie. Per effetto di circostanze sconosciute, il re di Samotracia è insignito dell’eponimato ed esercita funzioni politiche.
Questa persistenza di un titolo che gradualmente si svuota di ogni contenuto effettivo è uno degli aspetti che meglio caratterizzano lo scrupolo sentito dagli antichi nel toccare le istituzioni del passato. Persino i regoli locali vennero conservati come magistrati. In alcuni luoghi, si riconobbero sino alla fine 're' simili a quelli che al tempo di Esiodo amministravano la giustizia nei villaggi della Beozia. Atene conservò i suoi 'phylobasiléys', o 're delle tribù', i quali si recavano al Pritanèo ad associarsi al re della città per mettere il popolo al riparo della vendetta divina, giudicando le accuse di omicidio intentate agli oggetti inanimati e agli animali. In Èlide, i 'basiléys' delle 'pátrai' o fràtrie formavano un tribunale presieduto dal più alto magistrato del luogo. Ma soprattutto in Asia Minore sopravvissero “re” di questo genere. Insieme con il prítano, giudicavano, a Mitilene, delle contese di proprietà fondiaria; a Neso, delle accuse d’ingiurie ai magistrati e di diserzione. A Cuma, sedevano sotto la presidenza dell’“esimnete” e la loro gestione era soggetta al controllo del Consiglio. A Chio, dopo una rivoluzione democratica avvenuta nel 600 circa, i 're' venivano nominati in una legge insieme con il 'demarco'; ma in una città dove c’erano a un tempo un re ridotto al rango di rex sacrorum e un prítano è verosimile che il demarco sia stato sostituito temporaneamente dal partito vittorioso a uno o all’altro di quei magistrati oligarchici.
L’indebolimento e la rovina della regalità primitiva andarono a tutto profitto di coloro che, consapevolmente o no, avevano sempre mirato a essa. I capi delle maggiori famiglie divennero i signori della Città e tali rimasero per secoli. Il periodo arcaico della storia greca è tutt’intero caratterizzato da un regime semi-patriarcale e semi-feudale, in cui l’interesse comune rappresenta un compromesso instabile tra alcuni personaggi avvezzi a comandare ciascuno a casa propria.
Essi avevano per sé la nobiltà del sangue; facevan risalire la loro origine a qualche dio. Il valore che attribuivano alla nobiltà dei natali è testimoniato dalla persistenza dei ghene da tempo ramificati in famiglie ristrette e dalla cura con cui i grandi conservavano la loro genealogia e la storia tradizionale della loro famiglia. Si era fieri di chiamarsi Alcmeonidi ad Atene o Eumolpidi a Elèusi come in Asia Minore lo si era di derivare da stirpi regali. Verso il 500, Ecatèo di Mileto faceva sfoggio del suo albero genealogico e risaliva sino alla decimasesta generazione, ossia, calcolando tre generazioni per secolo, sino alla seconda metà del decimoprimo secolo, alla fondazione della città. Poco tempo dopo, un’iscrizione funebre di un nobile di Chio si accontenta di enumerare quattordici generazioni, il che riporta le origini della sua famiglia all’inizio del secolo decimo. Di un passato altrettanto remoto si vantavano i Filaidi ad Atene: uno dei loro, Ippoclíde, arconte nel 556/55, si proclamava il dodicesimo discendente dell’eroe Aiace. I re di Sparta non risalivano a un’età più lontana, perché l’Agiade Polidoro e l’Euripontide Teopompo, regnanti verso il 720, appartenevano, si diceva, il primo alla settima, il secondo alla quinta generazione della loro dinastia.
Le stesse vicissitudini economiche non valevano a togliere alla nobiltà il suo prestigio naturale e il diritto al rispetto. Di fatto, simile decadenza era cosa rara: bastava appartenere a un ghenos illustre per avere la propria parte di redditi o di terre in una proprietà considerevole e per godere delle ricchezze acquistate con la punta della lancia da molte generazioni. In tutte le parti della Grecia si formò una classe di nobili. Erano designati con termini generali, come 'i buoni' (agazoi), 'i migliori' (áristoi, béltistoi), 'i belli e buoni' (kalòi kagazòi), 'le persone di buona razza' (eughenéis, ghennàioi), 'le persone di qualità' (esthlòi, chrestói), 'i gentiluomini' (gnórimoi, epieikéis). Talvolta si precisava: essi erano gli uomini 'bene nati', gli eupatrídai; i 'signori della terra', i gheomóroi; i 'cavalieri', gli ippéis.
Questo era il titolo a cui tenevano di più. Proprietario e guerriero, il nobile si dava all’allevamento del cavallo, che gli assicurava la superiorità in battaglia. Mentre la vile fanteria non era armata che del giavellotto corto o persino della fionda, esso affrontava il nemico con la pesante armatura in bronzo, la testa interamente coperta dall’elmo a visiera, il resto del corpo protetto dalla corazza a lamine metalliche e dagli schinieri, lo scudo nella sinistra, la lunga lancia nella destra, la spada a due tagli nel fodero. Combatteva a piedi; ma, sino alla metà del secolo VII, si faceva portare sul campo di battaglia sul carro guidato da un auriga (il parabátes con l’eníochos); poi, rinunciava al carro e rimontava a cavallo, seguito da uno scudiero parimenti a cavallo (l’ippobátes con l’ippostróphos). In ogni caso, il cavallo da guerra, attaccato al carro o montato, era segno distintivo della nobiltà. Aristotele mostra a più riprese il legame che esisteva originariamente tra l’oligarchia e la cavalleria:
'Il primo governo succeduto in Grecia a quello monarchico era composto di guerrieri e, agli inizi, di cavalieri, perché questi costituivano il nerbo dell’esercito e assicuravano il successo. Infatti, la fanteria senza ordine chiuso è inefficace; e, poiché negli antichi tempi l’esperienza tattica faceva difetto alle fanterie, tutta la forza dell’esercito stava nella cavalleria... L’allevamento dei cavalli non può essere fatto che dai ricchi. Perciò, negli antichi tempi, le città la cui forza militare stava nella cavalleria erano sempre rette a oligarchia... Nei paesi adatti al cavalcare, si trovano tutte le condizioni favorevoli per un’oligarchia forte, perché la salvezza degli abitanti dipende da questa forza e l’allevamento dei cavalli è possibile soltanto ai proprietari di grandi beni'.
V’era, dunque, in un grandissimo numero di città greche una classe dominante di cavalieri. Tali gli Ippoboti, gli allevatori di cavalli, a Calcide; gli Ippeis, a Eretria, nella Tessaglia, a Colofone, a Magnesia al Meandro, in altre città asiatiche. E lo stesso avvenne nell’Attica sino all’epoca in cui al di sopra degli altri eupátridi emersero i proprietari che godevano di un raccolto superiore a cinquecento misure, i Pentacosiomedimmi.
Ma, nel secolo VII, avvenne una rivoluzione economica, che ebbe profonde ripercussioni sulle condizioni politiche e sociali di tutta la Grecia. La scoperta e la colonizzazione di un nuovo mondo provocarono, per effetto di un immenso sviluppo dell’industria e del commercio, la sostituzione del regime monetario all’economia naturale. I grandi proprietari, avvezzi a prelevare la parte del leone sul bottino fatto nelle razzie e scorrerie di pirati, erano in condizione di fare lo stesso in altri campi. Possedevano campi e foreste, vigneti e uliveti, miniere e cave; costruirono navi e importarono dall’estero di che riempire i loro tesori. Non avevano nemmeno da mutar residenza per stabilirsi in città: vi abitavano da sempre, perché l’agora era il centro del governo al pari che degli affari. Così in molte città l’aristocrazia mutò fisionomia. I cavalieri di Calcide che facevano coltivare i maggesi della pianura erano gli stessi che sfruttavano belle miniere di rame, possedevano opifici metallurgici, fondavano colonie nella Tracia e in Occidente, dettavano legge nella fiorente corporazione degli armatori (gli aeináutai). Gli allevatori che accaparravano i terreni da pascolo in tutta la Megaride trasformavano la lana dei loro montoni in exomídes o tuniche, che vendevano alla gente del popolo o andavano a cercare il grano e il pesce del Ponto Eusino nei mercati della Propontide. Un Lesbio di alta condizione, Carasso, fratello della poetessa Saffo, trasportava carichi di vino in Egitto e ne spendeva il ricavato con la più bella etèra di Naucrati, Ròdopi. L’ateniese Solone, la cui famiglia si ricollegava alla dinastia regale dei Medontidi, riassestava con proficui viaggi commerciali un patrimonio dissestato. Non era più soltanto la ricchezza fondiaria a fare la potenza dei nobili, ma il denaro.
I nobili, tuttavia, non erano i soli a metter le mani sulla massa di beni mobili, di metalli preziosi, che circolava ormai da un capo all’altro del Mediterraneo. In tutte le città, i 'demiurghi', artigiani e commercianti, poterono averne anch’essi una parte e costituirono al di sopra dei teti una classe intermedia. Essi non possedevano né terre né cavalli, ma avevano i mezzi di armarsi da oplíti ed erano qualche volta, grazie al numero, in grado di mettere in pericolo i cavalieri. Alcuni, anzi, diedero prova di sufficiente abilità, intelligenza ed energia per superare gli altri e farsi notare per lo splendore di un’improvvisa opulenza. La vecchia nobiltà disprezzava tali arricchiti, e il poeta Teognide ne parla con asprezza. Nondimeno, molti nobili, i cui mezzi non erano più adeguati alla loro condizione sociale, non sdegnavano di averli per suoceri o per generi: alleanza dell’orgoglio bisognoso con la vanità doviziosa. Si costituì così un’aristocrazia ibrida, in cui la razza e la terra conservavano il loro prestigio, ma in cui la scala dei valori sociali era determinata dalla ricchezza, qualunque ne fosse l’origine. 'Il denaro fa l’uomo'; 'Il denaro mescola le stirpi': dicevano gemendo gli zelatori del passato; ma le loro proteste erano vane. Il lusso era un titolo di potenza politica. Per aver diritto alle magistrature, bisognava esser disposti a celebrare magnifici sacrifici nella cerimonia d’insediamento in carica, a offrire al popolo banchetti e feste, ad adornare la città di templi e di statue. E, quindi, era bene sfoggiare sull’agora tuniche bianche come la neve e mantelli di porpora, ornare la chioma di gioielli od onorare i propri morti immolando sulla loro tomba intere ecatombi, versando libagioni da enormi giare. 'Ah! non senza ragione – diceva Teognide – gli uomini ti onorano, o Pluto'. Di fatto, il regime aristocratico tendeva a convertirsi al plutocratico. Le persone delle classi superiori aggiungevano ormai ai nomi che avevano procurato loro la nobiltà del sangue quelli nuovi di ricchi (plousioi, éuporoi, tas ousías o ta chrémata éxontes) o di grassi (pachéis).
Nelle innumerevoli città dove si costituì tale regime, esso aveva come caratteristica costante di concentrare il potere nelle mani di pochi, gli olígoi: tanto che i Greci lo chiamavano, generalmente, oligarchia, e non aristocrazia, nome riservato più specialmente al governo dei 'migliori', ossia dell’antica nobiltà o, secondo il vocabolario dei futuri filosofi, all’élite morale e intellettuale. Ma la composizione della classe dirigente era infinitamente varia, a seconda delle sue origini. Vi furono paesi che non parteciparono in alcun modo all’espansione coloniale e commerciale, che si ripiegarono su se stessi e rimasero fedeli ai prischi costumi rurali, e nei quali continuarono a dominare i grandi proprietari. Tali la Tessaglia e l’Èlide. Si può citare, per contro, un’isola dove l’esiguità del suolo e un’irrimediabile sterilità aveva impedito la formazione di un’aristocrazia fondiaria e che una bella posizione sul mare spinse ad un tratto in prima linea: Egina, la quale conobbe solo un’oligarchia di mercanti. Per lo più si produsse un equilibrio approssimativo tra la proprietà terriera e quella nobiliare, e la ricchezza, servando da comune misura, apparve allora come il carattere più rilevante dell’oligarchia. Abbiamo già visto esempi di tale regime a Calcide, a Mègara, a Lesbo, ad Atene. Il più notevole è, forse, quello offertoci da Mileto. Da un lato, i proprietari terrieri, quelli che trovavano 'le corna di Amaltea' nei loro campi e li facevano lavorare dai loro servi, dai Gergiti; dall’altro, gli industriali che comandavano alla turba dei lavoratori manuali, alla cheiromácha, e gli aeináutai che dirigevano la colonizzazione e il commercio: tutti insieme costituivano la ploutís, che deteneva i pubblici poteri e aveva alla sua testa la dinastia dei Nelidi.
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Gustave Glotz, La città greca, traduzione di P. Serini, Einaudi, Torino 1954.
Compare in
Basileus; Clistene; Oligarchia; Grecia antica
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