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Carvajal: Sul Rio delle Amazzoni

Sul Rio delle Amazzoni

A pochi decenni dalla sua scoperta, il continente americano è diventato terreno di conquista. Francisco de Carvajal, sacerdote spagnolo al seguito degli uomini del capitano Orellana e del governatore Gonzalo Pizarro (fratello di Francisco), compila la cronaca della spedizione che, attraversate le Ande, raggiunse il bacino del Rio delle Amazzoni (da La scoperta del Rio delle Amazzoni, 1542).

Dopo che il capitano Orellana arrivò presso il governatore Gonzalo Pizarro, questi andò in avanscoperta alla ricerca della cannella e, non trovando né terre fertili, né alcunché di vantaggioso per poter rendere servizio a Sua Maestà, decise di proseguire.

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Il capitano Orellana, alla retroguardia col resto della gente, raggiunse il governatore in un villaggio di poche capanne chiamato Guema, situato a centotrenta leghe da Quito. Qui si ricongiunsero.

Il governatore avrebbe voluto inviare un'avanguardia per esplorare il fiume, ma incontrò opinioni contrarie, poiché non era cosa di poco conto navigare su un fiume e abbandonare le ultime capanne che si trovavano alle spalle delle città di Pasto e Popáian, da cui partivano molte strade. Il governatore insistette nel voler seguire il fiume, lungo il quale marciammo venti leghe, trovando infine alcuni villaggi non molto grandi. Qui Gonzalo Pizarro decise di far costruire un'imbarcazione per passare all'altra riva alla ricerca di cibo, poiché il fiume era già largo mezza lega.

Sebbene il capitano Orellana non fosse d'accordo sulla costruzione di questa imbarcazione, e voleva che si tornasse indietro verso quelle capanne, seguendo le strade che conducevano a quel villaggio, Gonzalo Pizarro determinò di mettere in opera la costruzione della nave.

Allora il capitano Orellana ispezionò tutto l'accampamento per procurarsi il ferro per i chiodi e assegnò a ciascuno la quantità di legname da portare. In tal modo, con la cooperazione di tutti, fu costruito il brigantino sul quale il governatore fece caricare alcune cose e gli indiani ammalati.

Proseguimmo discendendo il fiume per altre cinquanta leghe dopo di che, terminata la zona abitata, ci trovammo con l'impellente necessità di cibo. Per questo motivo tutti i compagni erano di malumore e progettavano di tornare indietro e di non proseguire oltre, poiché si sapeva dell'esistenza di immensi territori deserti.

Vedendo quel che stava succedendo, e che si trovavano in un bisogno estremo poiché avevano perso tutto ciò che avevano, al capitano Orellana sembrò un disonore tornare indietro, dopo aver subito tanti danni. Sicché andò dal governatore e gli comunicò che aveva deciso di lasciare lì le poche cose che gli erano rimaste e di proseguire lungo il fiume: se la sorte lo avesse favorito facendogli trovare nelle vicinanze villaggi e cibo per ristorarsi, lo avrebbe informato. Se invece avesse tardato, non si sarebbe dovuto contare su di lui. Nel frattempo il governatore avrebbe fatto meglio a tornare indietro dove c'era cibo aspettandolo lì tre o quattro giorni, o il tempo che riteneva opportuno: se non fosse arrivato, non avrebbe dovuto più sentirsi obbligato nei suoi confronti.

Il governatore gli rispose di fare come meglio credeva. Allora il capitano Orellana prese con sé cinquantasette uomini con i quali s'imbarcò sulla nave e su alcune canoe sottratte agli indiani e cominciò a discendere il fiume, col proposito di ritornare indietro se avesse trovato cibo. Ma, contrariamente a tutte le nostre aspettative, ciò non accadde poiché non lo trovammo per duecento leghe, né lo avremmo trovato; sicché soffrimmo una fame insopportabile, come più avanti si dirà. Continuammo a navigare, supplicando Dio Nostro Signore di guidarci benevolmente in questa spedizione in modo che potessimo tornare dai nostri compagni.

Il secondo giorno dopo che eravamo partiti e ci eravamo separati dai nostri compagni, fummo sul punto di perdere la vita in mezzo al fiume, poiché la nave urtò contro un tronco ed un asse andò a fondo. Se non fossimo stati vicino alla riva, il nostro viaggio sarebbe terminato lì. A ciò fu posto rimedio tirando la nave in secco e riparandola con un pezzo di legno.

Riprendemmo il nostro viaggio in gran fretta ed essendo la corrente molto forte, percorremmo circa venti leghe, mentre il fiume continuava a crescere e a gonfiarsi a causa di molti altri fiumi che affluivano da destra, verso sud. Navigammo tre giorni senza incontrare terre abitate.

Vedendo che ci eravamo allontanati molto dal luogo in cui erano rimasti i nostri compagni e che erano finiti i pochi viveri accumulati per un viaggio così incerto come quello in cui ci ritrovavamo, il capitano e i suoi uomini dovettero prendere in considerazione la difficoltà del ritorno e la mancanza di cibo, poiché, quando eravamo partiti dal campo, pensando di ritornare subito, avevamo portato con noi poche provviste. Comunque, fiduciosi che i luoghi abitati non potevano essere molto lontano, si decise di proseguire oltre: questa scelta non fu facile per nessuno di noi.

Ma trascorsero i giorni e non si trovò cibo né si vide traccia alcuna di luoghi abitati. Allora, su richiesta del capitano, io dissi una messa, come si fa in mare, raccomandando a Dio Nostro Signore le nostre persone e le nostre vite e supplicando la Divina Maestà, sebbene fossi indegno, di salvarci da così evidenti disagi e dal disastro che ormai si stava profilando. Infatti, anche se avessimo voluto risalire il fiume a forza di remi, era impossibile a causa delle forti correnti. Tentare di far ritorno per terra era ugualmente una follia; sicché ci trovavamo in grave pericolo di morte, tanto eravamo minacciati dalla fame. Mentre così si discuteva su quanto era opportuno fare nella nostra situazione, fra i due mali scegliemmo quello che al capitano e a tutti noi sembrava il minore e che era proseguire giù per il fiume per morire o vedere che cosa c'era, fiduciosi che Dio Nostro Signore, nella sua misericordia, conservasse le nostre vite fino a trovare un rimedio.

Intanto, in mancanza di altro cibo, ridotti agli estremi, fummo costretti a mangiare cuoio, cinture e suole di scarpe, cotti insieme a certe erbe. Eravamo così deboli da non reggerci in piedi; alcuni carponi, altri con bastoni si addentravano nella foresta alla ricerca di radici commestibili. Alcuni compagni mangiarono erbe sconosciute e furono sul punto di morire, resi folli. Ma poiché la volontà di Dio era che dovessimo continuare il nostro viaggio, nessuno morì.

Tra tutti questi stenti, alcuni uomini avevano perso ogni fiducia; il capitano li incoraggiava dicendo di farsi forza e di confidare in Dio Nostro Signore che ci aveva spinto lungo quel fiume e quindi ci avrebbe guidato a buon porto. In tale modo esortava i compagni affinché resistessero a quelle sofferenze.

Il giorno di anno nuovo del 1542 ad alcuni uomini sembrò di udire tamburi indiani. Ma poiché, né quel giorno né quello dopo si avvistò alcuna terra abitata, fu evidente che si era trattato di immaginazione: perciò sia quelli che erano malati sia quelli che erano sani si persero d'animo, certi di non potersi più salvare.

E poiché Dio Nostro Signore, Padre di Misericordia e di ogni conforto, soccorre e protegge chi lo invoca in caso di bisogno, un lunedì sera, l'8 gennaio, mentre mangiavamo alcune radici selvatiche, si udirono chiaramente tamburi di indiani molto lontani dal punto in cui ci trovavamo. Il capitano li udì per primo e lo disse ai compagni; tutti ascoltarono e, sicuri delle loro orecchie, fu tanta la gioia che provarono da dimenticare le fatiche passate, poiché si era in terra abitata ove non sarebbero più morti di fame.

Il capitano dispose allora che per un quarto di guardia vegliassimo con molta attenzione giacché gli indiani, avendoci sentito arrivare, potevano venire di notte ad assalire la nave, come sono soliti fare. Sicché, quella notte, fu una veglia continua ed anche il capitano rimase insonne. Quella notte sembrò più lunga di altre poiché, stufi di mangiare solo radici, desideravamo ardentemente che si facesse giorno.

Non era ancora l'alba quando il capitano ordinò di preparare la polvere da sparo, gli archibugi e le balestre e di tenersi pronti con le armi. Sebbene, a dire il vero, nessuno dei compagni si curasse molto di fare il proprio dovere, il capitano faceva sempre il suo e, così pure, quello degli altri.

Sicché di buon mattino, dopo aver preparato e organizzato tutto, riprendemmo il cammino alla ricerca del villaggio. In capo a due leghe, navigando giù per il fiume, vedemmo quattro canoe piene di indiani risalire a monte esplorando la zona. Non appena ci videro, voltarono rapidamente le prue dando l'allarme, sicché, in meno di un quarto d'ora, udimmo nei villaggi molti tamburi: facevano risuonare la terra, poiché si sentono da molto lontano e sono così ben accordati da avere i loro bassi, tenore e soprano.

Subito il capitano ordinò agli uomini addetti di remare con gran celerità, per poter arrivare al primo villaggio prima che gli indiani si radunassero. Sicché procedemmo rapidamente e raggiungemmo il villaggio dove tutti gli indiani ci aspettavano per difendere le loro case. Il capitano ordinò di scendere a terra con grande disciplina e di comportarci tutti per uno ed uno per tutti; nessuno doveva venir meno al proprio dovere e tutti dovevano eseguire bene il compito che gli era stato affidato.

Tutti ripresero talmente animo alla vista del villaggio che dimenticarono le sofferenze passate e gli indiani abbandonarono il villaggio, lasciandovi le provviste di cibo che vi si trovavano, cosa di non poco sollievo e aiuto per noi. Prima che i compagni si mettessero a mangiare, sebbene ne avessero estrema necessità, il capitano ordinò di ispezionare il villaggio, capanna per capanna, per evitare che gli indiani ci piombassero addosso e ci arrecassero danno mentre raccoglievamo il cibo e ci riposavamo. Così fu fatto.

Qui i compagni cominciarono a rivalersi di quanto avevano passato, poiché non facevano altro che mangiare ciò che gli indiani avevano cucinato e bere le loro bevande, con tanta voracità come se temessero di non saziarsi abbastanza. Pur mangiando come uomini che ne avevano estremo bisogno, non dimenticavano però di badare a quanto era necessario per difendere le loro persone: stavano tutti all'erta, scudi in spalla e spade sotto le ascelle, controllando che gli indiani non ci attaccassero.

Ci concedemmo, dunque, questo riposo, che così si deve chiamare, considerando i disagi che avevamo sopportato, fino alle due del pomeriggio; quand'ecco gli indiani, con aria stupefatta, cominciarono ad avvicinarsi dal fiume, per vedere che cosa stava succedendo.

Il capitano, a questa vista, salì su un promontorio del fiume e prese a parlare nella loro lingua, poiché in qualche modo li capiva. Disse che non dovevano avere timore, che si avvicinassero e che voleva semplicemente parlare con loro. Due indiani si avvicinarono al capitano che li lusingò e tranquillizzò regalando loro alcune cosucce. Poi li invitò a far venire il loro capo perché desiderava parlare anche con lui; non aveva nulla da temere e nessuno gli avrebbe fatto del male. Allora gli indiani presero ciò che venne dato loro e andarono a riferire tutto al loro signore che, poco dopo, si presentò agghindato dove si trovavano il capitano e i suoi compagni e fu accolto benevolmente con abbracci. Il cacicco si mostrò molto soddisfatto per la buona accoglienza che gli venne fatta.

Orellana gli fece regalare vestiti e altre cose che egli gradì molto e ne rimase così contento che si offrì di procurare al capitano tutto ciò di cui avesse avuto bisogno. Il capitano gli chiese soltanto di rifornirli di viveri. Allora il cacicco ordinò ai suoi indiani di andare a prendere del cibo e quelli rapidamente portarono carni, pernici, tacchini, diverse qualità di pesci, in grande quantità. Il capitano ringraziò il cacicco e lo salutò, invitandolo a convocare tutti i signori di quella terra, che erano tredici, per parlare con loro e spiegare il motivo della sua venuta. [...]

Il giorno appresso, al crepuscolo, il cacicco tornò accompagnato da tre o quattro signori; gli altri non avevano potuto venire in quanto vivevano lontano, ma sarebbero arrivati l'indomani. Il capitano li accolse bene come aveva fatto col primo cacicco e a lungo parlò loro; quindi, per conto di Sua Maestà ed in suo nome, prese possesso di quella terra. Allo stesso modo si comportò con tutti gli altri che arrivarono poi in questa provincia, ed erano tredici, e prese possesso di tutti in nome di Sua Maestà.

Quando il capitano vide che tutta la popolazione e i cacicchi di quella terra venivano pacificamente da lui, in conseguenza della buona accoglienza, ed erano contenti di presentarsi con intenzioni pacifiche, prese possesso di loro e di quella terra in nome di Sua Maestà.

Francisco de Carvajal, La scoperta del Rio delle Amazzoni.

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