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Conte, navigatore e matematico, Louis-Antoine de Bougainville salpò nel 1766, al comando della fregata Boudeuse, per un viaggio di esplorazione nell'oceano Pacifico: in tre anni la sua spedizione avrebbe toccato numerose isole di quegli arcipelaghi inesplorati. In questo brano del suo Viaggio intorno al mondo (1771) descrive Tahiti e i suoi abitanti: un'isola che per la dolcezza del clima e del paesaggio e per la bellezza, il carattere e i costumi degli uomini e le donne che la abitano venne chiamata Nuova Citera, dall'isola natale di Afrodite, dea dell'amore e della bellezza.
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L'isola che in un primo tempo battezzammo Nuova Citera viene detta dai locali Tahiti. La latitudine rilevata dal nostro campo, di 17°35’3', è stata ottenuta considerando varie altezze meridiane del sole osservate a terra con il quadrante. La longitudine, pari a 150°40’17' a ovest di Parigi, è stata individuata in base a undici osservazioni lunari eseguite con il metodo degli angoli orari. Volendo fissare quest'ultima coordinata, Veron aveva effettuato molti altri rilevamenti a terra per ben quattro giorni e quattro notti, ma, poiché il quaderno in cui erano stati annotati gli fu sottratto, non dispone più che degli ultimi, compiuti poco prima di partire. La media che si ricava da essi gli pare piuttosto precisa, benché i dati estremi presentino un divario tra i 7 e gli 8 gradi. La perdita delle ancore e i diversi contrattempi di cui già ho diffusamente parlato, fecero sì che lasciassimo quell'approdo più in fretta di quanto avevamo stabilito e ci impedirono di perlustrarne le coste. Nulla sappiamo della parte meridionale; la zona tra la punta di sud-est e quella di nord-ovest che abbiamo rapidamente esplorato parrebbe estendersi da 15 a 20 leghe, e le estremità più importanti sembrano situate tra nord-ovest e ovest-nord-ovest.
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Tra la punta di sud-est e un altro massiccio promontorio che si protende verso nord a 7-8 leghe da quella, si trova un'insenatura profonda 3 o 4 leghe aperta a nord-est. Le sue rive digradano pian piano sino in fondo alla baia, dove hanno un'altezza modesta e sembrano costituire la parte più bella dell'isola nonché quella abitata. Questa baia parrebbe offrire molti punti in cui gettare agevolmente l'ancora; nel nostro caso la sorte non si rivelò propizia. Addentrandoci nel passaggio attraverso il quale uscì L'Etoile, La Giraudais mi ha garantito di aver notato che tra le due isole più settentrionali c'era un ancoraggio assai sicuro per una trentina di imbarcazioni, e da 23 a circa 12 braccia d'acqua, con un fondo di sabbia grigia e melmosa, e che la nave poteva muovere intorno all'ancora per lo spazio d'una lega in acque costantemente placide. La costa è per il resto alta; una scogliera a fior d'acqua, che forma qua e là dei piccoli isolotti dove di notte i nativi alimentano fuochi per la pesca e la sicurezza della loro navigazione, sembra cingerla tutt'attorno. In alcuni punti si aprono varchi che permettono di superare la rocciosa barriera, tuttavia il fondo appare infido. Lo scandaglio non ne ritrae che sabbia grigia, al di sotto della quale giacciono grandi ammassi di corallo duro e acuminato, in grado di recidere una gomena nel corso di una notte, come ci insegnò la nostra infausta esperienza.
Oltre la punta settentrionale di questa insenatura, non vi sono altre baie né promontori di qualche significato lungo la costa. La punta più occidentale termina in una terra bassa, a nord-ovest della quale, distante più o meno una lega, si scorge un'isola alquanto piana che si estende 2 o 3 leghe a nord-ovest.
Le montagne che coprono tutto l'interno di Tahiti sono singolarmente elevate a confronto della superficie dell'isola. Esse, però, non formano un paesaggio cupo e selvaggio, anzi vi aggiungono fascino creando scenari sempre mutevoli e rivelando prosperi terreni, dove, nell'incantevole intrico inimitabile per l'arte umana, abbondano i prodotti della natura. Qui hanno origine molti piccoli fiumi, che rendono il luogo fertile e offrono agiatezza alla popolazione così come nutrimento ai campi. Il tratto pianeggiante dalle spiagge fino ai monti è completamente coperto dagli alberi da frutta, sotto i quali, come ho riferito in precedenza, i tahitiani costruiscono le loro dimore, disseminate senza ordine apparente cosicché non si osservano villaggi veri e propri. Sembra di essere nei Campi Elisi. Le comunicazioni sono ovunque facilitate dai sentieri pubblici, tracciati ingegnosamente e assai ben curati.
L'isola produce principalmente noci di cocco, banane, frutti dell'albero del pane, igname, curassol, zucca indiana e parecchie altre radici commestibili, tanta frutta tipica del luogo, abbondante canna da zucchero che cresce spontanea, una specie di anile selvatico e ancora piante, che però non so descrivere meglio, da cui si ricavano tinture rosse e gialle stupende. Commerson ha osservato che, nell'insieme, a Tahiti la vegetazione è quella delle Indie. Aoturu, nel periodo in cui era in nostra compagnia, ha individuato e nominato molti frutti e ortaggi comuni anche da noi, nonché numerose specie vegetali che gli appassionati coltivano in serra. Il legname che si presta alla lavorazione cresce sui monti, ma gli isolani lo utilizzano raramente, servendosene solo per costruire le piroghe più grandi, fatte in legno di cedro. Abbiamo inoltre notato che possiedono delle picche fabbricate con un legno nero, duro e pesante, simile al ferro. Le piroghe ordinarie vengono realizzate con il legno dell'albero del pane, che pur non spezzandosi risulta tanto tenero e gommoso da sbriciolarsi con gran frequenza sotto gli attrezzi.
Nonostante, poi, su quest'isola vi siano tantissime grandi montagne, il numero di alberi e di piante di cui esse sono fittamente coperte pare suggerire che non vi si trovi alcuna miniera. È indubbio, comunque, che i nativi non conoscono i metalli. Indicano come auri tutti quelli che abbiamo loro mostrato e ricorrevano allo stesso nome per domandarci del ferro. Ma per quale ragione sembrano conoscere il ferro? Più avanti dirò ciò che penso al riguardo. Qui ho visto soltanto un tipo di oggetti di grande valore: le bellissime perle. I signori locali usano adornare con esse le orecchie delle mogli e dei figlioletti, ma mentre noi eravamo sull'isola le hanno tenute nascoste. Usano i gusci delle ostriche perlifere per farne una sorta di nacchere, uno degli strumenti con cui accompagnano le loro danze.
Maiali, cani di una razza minuscola ma graziosa e una miriade di topi sono gli unici quadrupedi che abbiamo notato. Gli abitanti allevano galline identiche alle nostre. E ancora abbiamo visto splendide tortore verdi, grossi piccioni dalle belle piume azzurro chiaro e dalle carni squisite, e piccoli pappagalli molto particolari per le loro penne colorate di azzurro commisto a rosso. Gli indigeni nutrono i maiali e il pollame esclusivamente di banane. Con noi hanno barattato, tenendo conto di quanto abbiamo consumato durante la permanenza a terra e di quanto è stato caricato sulle due navi, oltre 800 capi di pollame e circa 150.000 maiali. E ne avremmo potuti avere ben di più se negli ultimi giorni non avessimo dovuto affrontare problemi e fatiche, dato che gli indigeni ce ne offrivano sempre in maggior numero.
Sull'isola non abbiamo patito di un caldo eccessivo. Mentre eravamo lì il termometro di Réaumur ha segnato al massimo 22°, scendendo talvolta fino a 18°. In realtà, il sole si trovava ormai otto o nove gradi dall'altro lato dell'equatore. Comunque l'isola di Tahiti gode di un pregio notevolissimo, poiché non è infestata da quegli insopportabili sciami di insetti che sono il flagello dei luoghi situati fra i tropici; né mai vi abbiamo incontrato animali velenosi. Il clima, poi, è tanto mite che nessuno di noi vi si è ammalato, nonostante i pesanti lavori effettuati e nonostante l'equipaggio fosse sempre in acqua e al sole e dormisse all'aperto sulla nuda terra. Coloro che allo sbarco erano affetti da scorbuto, e che da tempo trascorrevano notti inquiete, hanno ripreso le forze mostrando miglioramenti così rapidi che alcuni sono infine risaliti a bordo perfettamente guariti. D'altro canto, cosa potrebbe meglio dimostrare la salubrità dell'aria e la bontà del tipo di vita adottato dagli isolani se non il benessere e la forza degli stessi, che abitano case aperte a tutti i venti riposando sulla terra ricoperta solo di un po' di foglie, la serena vecchiaia a cui giungono senza malanni, lo stato perfetto di tutti i loro sensi e la particolare bellezza dei denti, che ancora esibiscono alla più tarda età?
La loro dieta è costituita soprattutto da vegetali e pesce: di rado consumano carne, i bambini e le ragazze non ne mangiano mai e sicuramente ciò è di grande aiuto per proteggersi da gran parte delle nostre malattie. Lo stesso si può osservare delle loro bevande: essi conoscono soltanto l'acqua e l'odore del vino e dell'acquavite bastava a disgustarli; del pari provavano ripugnanza per il tabacco, le spezie e, in genere, per tutto ciò che ha aroma forte.
Tahiti è popolata da due etnie ben diverse, che però parlano la stessa lingua, seguono gli stessi costumi e pare si mescolino senza distinzioni. Alla prima, che è la più numerosa, appartengono uomini di statura molto elevata: non è raro, infatti, incontrarne di oltre 180 centimetri. Non ho mai conosciuto uomini più ben fatti né meglio proporzionati: difficilmente altrove si troverebbero modelli altrettanto adatti volendo dipingere Ercole e Marte. I loro lineamenti appaiono identici a quelli degli europei; se portassero abiti e vivessero meno all'aria aperta e al sole, avrebbero la pelle bianca come la nostra. I loro capelli sono comunemente neri. La seconda razza presenta statura media e capelli crespi e duri come crine; per colorito e lineamenti ricordano da vicino i mulatti. Il tahitiano che si è unito alla nostra spedizione appartiene alla seconda etnia, benché sia figlio del capo di una comunità; in lui, però, la mancanza di bellezza è compensata dall'intelligenza.
Gli uomini di entrambe le razze si lasciano crescere la barba nella parte inferiore del viso, ma rasano i baffi e la parte superiore delle gote. Usano avere anche le unghie lunghissime, accorciando solo quella del dito medio della mano destra. Alcuni si tagliano i capelli cortissimi, altri li lasciano crescere per poi tenerli raccolti alla sommità del capo. È abitudine comune ungere sia i capelli sia la barba con olio di cocco. Ho visto un solo uomo deforme, così ridotto, pare, a causa di una caduta. Il nostro ufficiale medico mi ha riferito di aver notato parecchi segni di vaiolo; per parte mia, avevo preso ogni precauzione per non diffondere tra loro la sifilide, ritenendo impossibile che ne fossero già affetti.
È normale incontrare molti tahitiani nudi, coperti solo di una cintura che nasconde le parti intime. Tuttavia, i più eminenti usano avvolgere intorno al corpo un ampio pezzo di stoffa, che lasciano ricadere fino alle ginocchia. È questo anche l'unico abito femminile e le donne sono tanto abili a drappeggiare un indumento così semplice da renderlo quasi vezzoso. Le indigene si espongono al sole soltanto vestite e con un piccolo cappello di canne intrecciate, abbellito con fiori, che protegge il loro viso dai suoi raggi, perciò hanno la pelle molto più chiara degli uomini. I loro lineamenti sono assai delicati, ma soprattutto notevole appare la bellezza dei corpi, che presentano una linea perfetta nonostante quindici anni di supplizio.
Quanto al resto, mentre le donne europee colorano le loro gote di rosso, le tahitiane si tingono le reni e le natiche di celeste: si tratta di una decorazione che è al contempo un segno di distinzione. Anche gli uomini adottano lo stesso costume. Ignoro come possano ottenere quei fregi indelebili; suppongo pungano la pelle e vi iniettino qualche succo vegetale, come ho avuto modo di vedere presso alcune tribù indigene del Canada. Bisogna pensare che ornamenti di tal genere hanno caratterizzato i popoli meno progrediti in ogni periodo della storia. Quando Cesare sbarcò per la prima volta in Inghilterra, notò quanto questa usanza fosse diffusa: omnes vero Britamni se vitro inficiunt, quod cœruleum efficit colorem. Il dotto e acuto autore delle ricerche filosofiche sugli americani ritiene che l'affermato costume derivi dalla necessità, avvertita in posti selvaggi, di proteggersi dalla puntura degli insetti che vi si moltiplicano in maniera incredibile. A Tahiti , però, simile necessità non esiste, perché, come si è detto, non vi sono quei fastidiosi nugoli di insetti. L'uso di dipingersi, dunque, rappresenta qui piuttosto una moda, come a Parigi.
Un'altra usanza seguita a Tahiti da uomini e donne è quella di forarsi le orecchie per decorarle con perle oppure con fiori di varia specie. Gli amabili abitanti del luogo risultano ancor più gradevoli grazie alla loro accurata pulizia. I tahitiani fanno frequentissimi bagni, e non prendono mai cibo o bevanda senza lavarsi, prima e dopo ogni pasto.
Ci è parso che la popolazione abbia un carattere tranquillo e umano. La vita locale sembra non conoscere guerre civili né conflitti personali, anche se l'isola è divisa in piccoli territori, governati ognuno da un proprio capo. È probabile che fra i tahitiani viga una grande lealtà del tutto priva di incrinature. Le loro case rimangono aperte giorno e notte, che essi siano presenti o meno. Chiunque può cogliere i frutti di qualsiasi albero si trovi a portata, o servirsi entrando in casa d'altri. Per quanto riguarda le cose indispensabili alla sopravvivenza, sembra che non esista alcun diritto di proprietà e che tutto appartenga a tutti. Nei nostri confronti, gli isolani si mostravano lesti di mano, ma così timorosi da fuggire al minimo cenno di pericolo. Abbiamo, peraltro, constatato che i capi disapprovavano furti del genere e, addirittura, ci incoraggiavano a uccidere chi se ne rendeva colpevole. Ma Ereti non era poi tanto severo come ci consigliava di essere. Quando gli denunciavamo un ladro, egli si buttava a rincorrerlo personalmente: il colpevole fuggiva e, se Ereti lo acciuffava, cosa che capitava quasi sempre dato che era un corridore instancabile, gli infliggeva come massima pena qualche bastonata e l'obbligo di restituire il maltolto. In effetti, avevo idea che neppure conoscessero punizioni più gravi, perché, quando vedevano mettere ai ferri qualcuno dei nostri, parevano rattristarsi profondamente; tuttavia, ho scoperto più tardi, e con sicurezza, che essi usano appendere i ladri agli alberi come si fa da noi nell'esercito.
Con gli abitanti delle isole vicine vivono in uno stato di guerra semipermanente. Le piroghe più grandi, a cui si è accennato, servono loro per gli sbarchi nonché per i combattimenti marittimi. Sono armati di arco, fionda e di una specie di picca di un legno assai duro e in guerra non risparmiano crudeltà. Aoturu ci ha raccontato che eliminano gli uomini e i bambini di sesso maschile catturati in battaglia, strappano la pelle del mento ornata di barba e se ne adornano poi come di un trofeo. Solo le donne e le ragazze vengono risparmiate, e i vincitori non disdegnano di accoglierle nei loro giacigli: lo stesso Aoturu è figlio di un capo tahitiano e di una prigioniera dell'isola di Oopoa, vicina e non di rado avversaria di Tahiti. Ritengo che simili incroci siano all'origine della differenza di aspetto fisico che abbiamo osservato nella gente del luogo. Come essi medichino le loro ferite resta un mistero: i nostri chirurghi ne hanno ammirato le cicatrici.
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Louis-Antoine de Bougainville, Viaggio intorno al mondo.
Compare in
Polinesia Francese; Bougainville, Louis-Antoine de; Tahiti; Isole della Società
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