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Caillié: Timbuctu

Timbuctu

Le impressioni dell’esploratore francese René-Auguste Caillié all’arrivo, nel 1828, a Timbuctu. Da queste pagine di Viaggio a Timbuctu (1830) traspare la delusione rispetto alle aspettative generate dai racconti fantastici e dalle leggende su questa mitica capitale nell’Africa sub-sahariana.

Arrivammo infine, per nostra fortuna, a Timbuctu, nel momento in cui il sole toccava l’orizzonte. Vedevo dunque questa capitale del Sudan che era stato lo scopo di tutti i miei desideri. Entrando in questa città misteriosa, oggetto di tante ricerche da parte delle nazioni civili d’Europa, fui preso da un sentimento inesprimibile di soddisfazione; non avevo mai provato una sensazione di felicità così infinita. Ma era opportuno reprimere ogni slancio: fu solo a Dio che affidai i miei trasporti. Con quale ardore gli resi grazie per il felice successo che aveva coronato la mia impresa! Quale atto di ringraziamento mi toccava rendergli per la luminosa protezione che mi aveva accordato, in mezzo ai tanti ostacoli e pericoli che mi erano sembrati insormontabili! Ma non appena mi fui ripreso dall’entusiasmo, trovai che lo spettacolo che mi si presentava non rispondeva certo alle mie aspettative. Mi ero fatto della grandezza e della ricchezza di questa città tutta un’altra idea: a prima vista essa è soltanto un ammasso di case in terra, mal costruite. In tutte le direzioni non si vedono che immense pianure di sabbia mobile, di un bianco tendente al giallo ed estremamente aride. Il cielo, all’orizzonte è di un rosso chiaro; la tristezza sembra regnare su una natura dominata da un assoluto silenzio, in cui non si sente neppure il canto di un uccello. Eppure vi è una strana imponenza in una città così grande che si erge nel mezzo del deserto e che induce ad ammirare lo sforzo sostenuto da coloro che l’hanno creata.

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A proposito di Timbuctu posso supporre che in tempi precedenti il fiume passasse vicino alla città e che se ne sia ora allontanato di otto miglia e cinque miglia da Cabra, nella stessa direzione.

Presi alloggio presso Sidi-Abdallahi; debbo ammettere che mi accolse paternamente. Era già, indirettamente, a conoscenza dei pretesi avvenimenti che mi avevano portato a fare questo viaggio attraverso il Sudan: mi fece chiamare per cenare con lui. Ci servirono un ottimo cuscus di miglio con carne di montone. Eravamo sei intorno al piatto: mangiai con le mani, il più decentemente possibile. Sidi-Abdallahi non mi rivolse alcuna domanda, al contrario di quanto solitamente e indiscretamente avevano l’abitudine di fare i suoi compatrioti. Mi sembrò dolce, tranquillo e riservato: era un uomo di circa quaranta o quarantadue anni, alto cinque piedi, grosso e segnato dal vaiolo; il suo aspetto era dignitoso, il contegno grave e a tratti imponente. Parlava poco e pacatamente. L’unica cosa che gli si poteva rimproverare era il suo fanatismo religioso.

Dopo aver lasciato il mio ospite, andai a riposarmi su una stuoia che egli mi aveva fatto preparare per terra nel mio nuovo alloggio. A Timbuctu le notti sono molto più calde del giorno, per cui, non riuscendo a rimanere nella stanza che mi era stata preparata, andai nel cortile, dove mi fu egualmente impossibile dormire. Il caldo era opprimente, nemmeno un soffio veniva a rinfrescare l’aria: durante tutto il viaggio non mi ero ancora trovato così male e così a disagio.

Il 21 aprile, di mattina, dopo essermi recato a salutare il mio ospite, che mi accolse con affetto, andai in giro per conoscere la città. Non era così grande né così affollata come mi aspettavo. Il commercio è meno ricco di quanto non mi fosse stato detto: non vidi, come a Djenné, grande affluenza di stranieri provenienti da tutte le parti del Sudan. Non incontrai a Timbuctu che cammelli che venivano da Cabra, carichi di merci arrivate con le imbarcazioni; alcuni abitanti conversavano seduti a terra sulle stuoie, e molti mori, coricati dinanzi alle porte, dormivano all’ombra delle loro case. Non una voce, si respirava dappertutto una grande tristezza. Ero sorpreso della poca attività, direi anzi inerzia, che regnava nella città: solo qualche mercante di noci di cola gridava le sue mercanzie come a Djenné.

Verso le quattro del pomeriggio, quando il caldo si attenuò, vidi molti negozianti neri, tutti ben vestiti, montare i loro bei cavalli riccamente bardati, per fare un giro nella città: la prudenza suggerì loro di non allontanarsi molto dall’abitato per il timore di incontrare i touarik che li avrebbero aggrediti. Dato il caldo insopportabile, il mercato si teneva verso le tre del pomeriggio; vi si vedevano pochi stranieri, tuttavia i mori della tribù di Zaouât, che vivono al confine con Timbuctu, ci vengono spesso, ma questo mercato a paragone di quello di Djenné è quasi deserto.

A Timbuctu infatti si trovano soltanto le merci che arrivano con le imbarcazioni e quelle che giungono dall’Europa, come conterie, ambra, corallo, zolfo, carta e diversi altri oggetti. Vidi tre negozi ricavati in piccole stanze, molto ben forniti di stoffe di fabbricazione europea: i mercanti tengono in evidenza, alle loro porte, dei pezzi di sale che però non espongono al mercato. Tutti coloro che occupano un posto di vendita sulla piazza si riparano dagli ardenti raggi del sole entro piccole capanne costruite con pochi paletti ricoperti di stuoie.

Il mio ospite Sidi-Abdallahi mi invitò cortesemente a visitare uno dei suoi magazzini nel quale erano conservate le merci che giungevano dall’Europa: vidi molte doppiette francesi della ditta Saint-Etienne e altre provenienti da altre fabbriche. Generalmente i nostri fucili, essendo molto apprezzati, vengono venduti ad un prezzo più alto di quello delle altre nazioni. Vidi anche delle belle zanne di elefante: il mio ospite mi disse che andava a prenderle a Djenné, ma che ne comprava pure a Timbuctu, dove vengono portate dai touarik o sourgou, o ancora dai kissour e dai diriman che abitano sulle rive del fiume. Essi non cacciano gli elefanti con le armi da fuoco, ma tendono loro delle trappole: ho il rammarico di non aver mai assistito ad una loro cattura.

Il 22 aprile Sidi-Mbark, al quale avevo regalato un pezzo di stoffa per ingraziarmelo, mi disse che entro due giorni sarebbe partita per Tafilet una carovana, e che mi tenessi quindi pronto per accompagnarlo nel gran deserto. Questa proposta mi contrariò molto perché non avevo alcuna intenzione di lasciare Timbuctu così presto: ma non perdetti la speranza di poter soggiornarvi un po’ più a lungo. Così in serata andai dal mio ospite al quale riferii la proposta di Mbark, aggiungendo che ero molto stanco per aver affrontato un così lungo cammino e per avere attraversato a piedi tutto il Sudan, che desideravo dunque riposarmi almeno per quindici giorni a Timbuctu e che solo allora sarei stato disposto a profittare della prima carovana in partenza. Non avevo quasi finito di esporre quanto desideravo che egli mi interruppe dicendomi in modo estremamente gentile: 'Puoi restare qui tutto il tempo che vuoi, ne sarei contento e non ti mancherà nulla'. Lo ringraziai sinceramente, consapevole di quanto fosse generosa la sua ospitalità.

Poco dopo mi usò una nuova cortesia alla quale fui molto sensibile. Egli mi aveva dapprima assegnato una camera in cui avrei abitato da solo. Il mandingo che durante il viaggio mi aveva trattato tanto male, appena arrivato prese alloggio con la moglie nella mia stessa stanza; avrei forse dovuto pazientare solo qualche giorno, ma la loro presenza mi disturbava al punto da non poter continuare il mio diario, se non scrivendo di nascosto. Espressi il desiderio di rimanere solo a Sidi-Abdallahi che intanto rimproverò il nero per essersi installato nel mio alloggio e quindi mi ospitò in un’altra casa, vicina al mercato, posta di fronte a quella in cui aveva abitato il maggiore Laing: non c’era che attraversare la strada per andare dall’una all’altra.

Spesso, seduto davanti alla porta della mia casa, pensavo con tristezza alla sorte dello sfortunato viaggiatore che, dopo aver affrontato tanti pericoli e soprattutto tante privazioni, al momento di tornare esultante in patria era stato vigliaccamente assassinato. Riflettevo su tutto ciò e non potevo non lasciarmi prendere da un senso di paura al pensiero che, se fossi stato scoperto, avrei subito una sorte mille volte più orribile della perdita della vita: la schiavitù! Mi ripromisi allora con decisione di agire con tanta prudenza da non poter destare il minimo sospetto.

Nel nuovo alloggio mi trovai molto meglio; il mio ospite mi aveva fatto mettere una stuoia in una stanza della quale mi diede la chiave. Gli schiavi che abitavano in questa casa avevano avuto ordine di servirmi, così che due volte al giorno mi portavano dalla casa di Sidi-Abdallahi del cuscus e del riso molto ben condito con carne di bue o di montone.

La città di Timbuctu è abitata da neri del Kissour che costituiscono la popolazione più numerosa. I molti mori che si sono stabiliti in questa città per esercitarvi il commercio sono paragonabili a quegli europei che vanno in colonia nella speranza di farvi fortuna, sicuri di ritornare poi nel loro paese per vivervi tranquillamente. Essi esercitano una notevole influenza sugli indigeni, anche se il re o governatore è pur sempre un nero. Il principe si chiama Osman; molto rispettato dai suoi sudditi, vive in maniera molto semplice, senza quasi distinguersi dagli altri; le sue abitudini sono simili a quelle dei mori del Marocco e la sua casa non è più lussuosa di quella degli altri commercianti. Egli stesso è del resto un mercante e i suoi figli sono in rapporti commerciali con Djenné; è molto ricco perché i suoi avi gli hanno lasciato una fortuna considerevole. Ha quattro mogli e moltissimi schiavi ed è un maomettano molto zelante, che si reca spesso alla moschea. Il suo potere è ereditario: gli succederà il figlio primogenito.

Egli non percepisce alcun tributo dal popolo né dai mercanti stranieri, tuttavia riceve dei regali. Non si occupa nemmeno di amministrazione: è come un padre di famiglia che governa i suoi figli in modo giusto e buono seguendo le dolci e semplici regole degli antichi patriarchi, così che non ha nulla da temere dai suoi sudditi, pronti, in caso di guerra, a servirlo in massa. Generalmente queste popolazioni mi sono sembrate molto socievoli: non litigano quasi mai e allorquando nasce una disputa, le parti si recano dal capo che riunisce il consiglio degli anziani, composto sempre da neri. I mori da parte loro riconoscono un proprio delegato, e non sono giudicabili dalle autorità del paese. Pregai il mio ospite di condurmi dal re, ed egli si rese disponibile con la sua abituale cortesia.

Il principe ci ricevette in mezzo al suo cortile: era seduto su un ricco cuscino posto sopra una bella stuoia, e noi sedemmo a poca distanza da lui. Il mio ospite gli disse che ero venuto a presentargli i miei omaggi, e gli raccontò le mie avventure. Io non riuscivo a capire la loro conversazione perché parlavano la lingua dei kissour. Il re poi mi rivolse la parola in arabo, facendomi qualche domanda sui cristiani e sui modi in cui mi avevano trattato. Dopo la visita, piuttosto breve, andammo via senza avere avuto il piacere di vedere, come avrei desiderato, l’interno della casa. Il principe mi era sembrato molto affabile: di media statura, dimostrava circa cinquant’anni; aveva i capelli bianchi e crespi e la barba grigia, era di bell’aspetto, con la pelle scura il naso aquilino, le labbra sottili, gli occhi grandi; i suoi vestiti, come quelli dei mori, erano confezionati con stoffa europea; portava un berretto rosso con intorno una mussolina a forma di turbante; le sue scarpe, in marocchino, simili alle nostre pantofole, erano fabbricate nel paese.

I molti mori che, come ho già detto, risiedono a Timbuctu, abitano le più belle case della città. Si arricchiscono subito con il commercio: ricevono in deposito merci da Adrar e da Tafilet, e inoltre da Taiuat, Ardamas, Tripoli, Tunisi, Algeri; dall’Europa arriva loro molto tabacco e diverse mercanzie che spediscono, per mezzo di imbarcazioni, a Djenné e in altri paesi. Timbuctu può essere considerato il principale emporio di questa parte dell’Africa. È il luogo di raccolta di tutto il sale proveniente dalle miniere di Toudeyni che arriva con le carovane a dorso di cammello.

I mori provenienti dal Marocco e quelli degli altri paesi che si recano nel Sudan, si fermano da sei a otto mesi a Timbuctu per condurre i loro commerci e attendere un nuovo carico per i loro cammelli.

I pani di sale vengono legati insieme con delle corde confezionate con un’erba che cresce nei dintorni di Tandaye e che si raccoglie quando è secca; dapprima la si bagna, poi la si sotterra per ripararla dal sole e dal vento dell’est che la asciugherebbero troppo rapidamente, e quando è ben umidificata la si estrae e se ne fanno delle trecce che i mori impiegano per diversi usi. Spesso i cammelli fanno cadere a terra il loro carico, e per cui quando i pani di sale arrivano in città sono in parte rotti; la loro vendita non darebbe profitti se i mercanti non prendessero la precauzione di farli riparare dagli schiavi che li ricompongono e li imballano di nuovo con delle corde più resistenti fatte con pelle di bue; essi tracciano sui pacchi dei segni neri: righe, losanghe, ecc. Gli schiavi fanno con piacere questo lavoro perché, nel risistemare il sale, ne sottraggono una piccola quantità per il loro consumo personale.

Generalmente gli uomini di questa condizione vivono meglio a Timbuctu che in altri paesi: sono ben vestiti, ben nutriti, vengono raramente picchiati e hanno l’obbligo di frequentare le cerimonie religiose, ciò che fanno naturalmente, ma soprattutto non sono considerati meno importanti di una mercanzia. Vengono trasferiti a Tripoli, in Marocco, e in altre parti della costa, dove però non si trovano così bene come a Timbuctu, città che infatti lasciano mal volentieri non sapendo a quale sorte andranno incontro. Vidi molti schiavi che, pur non conoscendosi, al momento di lasciare Timbuctu si scambiavano saluti veramente commoventi: sentirsi accomunati nella loro triste condizione li portava a provare quei sentimenti di simpatia e di interesse reciproco per cui si scambiavano ogni sorta di raccomandazioni. Ma i mori che avevano l’incarico di guidarli affrettavano la partenza, troncando quelle affettuose espansioni che servivano a suscitare pietà per la loro sorte.

Mentre un giorno mi trovavo nella moschea un moro di una certa età si avvicinò a me con atteggiamento contegnoso e, senza dire una parola, mise nella tasca della mia coussabe una manciata di cauri, moneta in corso nel paese; poi si allontanò così rapidamente che non mi diede nemmeno il tempo di ringraziarlo, lasciandomi molto sorpreso della delicatezza usata nel farmi l’elemosina.

La città di Timbuctu, che si stende a forma di triangolo, ha un perimetro di circa tre miglia; le sue case sono grandi, ma non molto alte, limitate al solo pianterreno; alcune hanno una piccola stanza al di sopra della porta d’ingresso. Sono costruite in mattoni di forma rotonda, modellati a mano e seccati al sole. Le strade sono pulite e larghe abbastanza perché possano passarvi tre cavalieri affiancati; le mura sono alte quasi quanto quelle di Djenné. Sia nella città che nei dintorni però vi sono case in paglia di forma pressoché circolare, simili a quelle dei pastori fulani: servono da abitazione per i poveri che vendono merci per conto dei loro padroni. Timbuctu conta ben sette moschee, di cui due molto grandi, su ognuna delle quali si erge una torre in mattoni con una scala interna per salirvi.

Questa città misteriosa, da secoli oggetto di interesse da parte di molti studiosi, con la sua gente di cui si è sempre fantasticato, con la sua cultura, i suoi commerci che si estendono a tutto il Sudan, sorge su una immensa pianura di sabbia bianca e mobile, in cui non crescono che fragili e striminziti arboscelli, come la Mimosa ferruginea, che raggiunge appena un’altezza di tre o quattro piedi. La città non è recintata e vi si può accedere da ogni parte; tutto intorno si notano delle Balanites aegyptiaca e al centro cresce una palma dum. Gli abitanti, al massimo dieci o dodicimila compresi i mori, sono tutti commercianti; spesso, al seguito di carovane, vi giungono molti arabi che vi soggiornano ed accrescono per brevi periodi la popolazione.

René-Auguste Caillié, Viaggio a Timbuctu, traduzione di E. Turri, Cierre Edizioni, Verona 1993.

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