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Una battuta di caccia grossa in Sudan nel racconto di Romolo Gessi (da Sette anni nel Sudan egiziano, pubblicato postumo nel 1891), esploratore e militare (1828-1881) che trascorse quasi tutta la vita in Africa: fu ufficiale nell'esercito del Sudan agli ordini del generale Charles George Gordon e divenne governatore della provincia di Bahr al-Ghazal, il 'fiume delle gazzelle'; nel 1867 risalì il Nilo, individuando nel lago Alberto una delle sue sorgenti.
Avevo ordinata la colazione nella foresta e benchè anche là il caldo fosse eccessivo, pure si stava meglio sotto i grandi tamarindi che non sotto la tenda del Saphia.
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A mezzogiorno, date agli uomini due ore di riposo, mentre dividevo con Anson la frugale colazione, udimmo all'improvviso un chiasso, un fruscio, come di una folla di grosse scimmie, che saltino da un ramo all'altro. Non vi avevo prestato molta attenzione, quando Anson, scuotendomi, fa cenno colla mano ad un punto del bosco. – Un leone dalla splendida criniera, seguìto da una leonessa, distanti non più d'una sessantina di passi, andavano quietamente allontanandosi da noi, ma quando si seppero scorti, presero il trotto, poi fuggirono proprio come gatti.
La tentazione era invero troppo forte, e mi metto ad inseguirli; Anson vuole assolutamente venir meco, ed io acconsento di mala voglia, dopo essermi fatto pregare non poco. Tolto meco un soldato, con una carabina di riserva, ci inoltrammo con tutte le possibili cautele. – Il terreno era umido e i leoni avevano continuata la loro strada per un sentiero che portava le impronte delle loro zampe. – Da venti minuti circa li andavamo così seguendo, quando scorgiamo il sentiero perdersi bruscamente nelle erbe e nelle macchie, e stavamo appunto pensando alla strada da prescegliere, quando, a pochi passi, udiamo un rumore. – Pensavo di trovarmi già di faccia ai leoni; avevamo invece svegliato un bufalo maschio che, sorpreso, s'appostò d'un salto a quindici passi da noi. Pochi arbusti ci separavano dall'animale, ed eravamo quindi allo scoperto. – Anson vuol tirare, ma glielo impedisco: la sua carabina di calibro troppo piccolo, e la sua poca abilità nel tirare, son sufficienti motivi per ciò. – Il bufalo sta così dieci minuti guardandoci negli occhi, ma il gioco voleva esser finito presto; lo prendo di mira con tutta calma, il colpo parte e il bufalo cade fulminato. – Il proiettile esplodente gli era penetrato nel cervello, che per effetto dello scoppio s'era liquefatto e in parte sortiva dagli orecchi.
Appena partito il colpo, il soldato scorse ad un'ottantina di passi, leone e leonessa allontanarsi di corsa. I bufali sono così frequenti, che ogni qualvolta si va a caccia, il loro incontro è quasi certo. Da che ne uccisi quattro, ho per il bufalo una decisa avversione e più d'una volta abbandonai i sentieri segnati delle loro impronte. – Davanti all'uomo tutti gli animali fuggono, meno il bufalo e il rinoceronte; ambedue hanno gli stessi istinti e se il vento apporta alle loro nari l'odore dell'uomo, gli si fanno incontro. – Contro il bufalo v'è questo di buono, che quando vuol assalire, si ferma giusto a quindici passi di distanza, abbassa dolcemente la testa, poi si slancia al galoppo; occorre saper cogliere l'istante in cui sta a capo basso, se no è troppo tardi.
L'indigeno, quando è inseguito dal bufalo, si getta bocconi a terra, fingendosi morto; il bufalo lo raggiunge, lo va fiutando per dieci minuti, poi, vistolo immobile, se ne va; questo potei vedere io stesso nel Bahr-el-Ghazal. Un gregge di bufali aveva scorto cinque indigeni che s'erano tosto buttati a terra; i bufali fiutatili ben bene, se n'andarono. – È degno di rimarco e m'ha sorpreso assai di vedere come i tetal, gli arjel e le gazzelle si lascino avvicinare a poco più di trenta passi dai negri, mentre, quando vedono un europeo a duecento passi, fuggono a precipizio. È l'odor della polvere o il color differente che incute loro tanta paura?
Il 12 luglio parto con Haggi per la caccia e uccidiamo tre buoi selvatici. Mando a bordo per un fornello, per il burro, il sale, il pane e due piatti, mentre intanto estinguiamo la sete col latte d'una mucca, che doveva avere probabilmente poco lungi il suo piccino. – Scoppia all'improvviso un temporale e cade una pioggia così grossa che le goccie sembravan palle cadenti dal cielo, e in pochi minuti, malgrado gli alberi sotto i quali ci eravamo ricoverati, siamo inzuppati come se ci avessero buttati nel fiume. Cessato il diluvio, mi diressi al Saphia seguìto dai soldati sopraccarichi di pezzi di bue. – Ma nel ritorno sbagliammo la strada, – dopo avere perdute quattro buone ore in giri e rigiri, ci trovammo finalmente a bordo alle sette della sera stanchi e sfiniti. – Eravamo partiti alle cinque del mattino. – Anson non era ancora di ritorno; mandai subito soldati coll'ordine di internarsi per venti minuti e tirare colpi di fucile che gli potessero servire di guida a ritrovare la strada. Finalmente un lontano colpo risponde a quello dei soldati e poco dopo lo vedo arrivare tutto contento d'aver uccisa un'antilope; ma quando i soldati mi porsero la pelle della vittima, mi accorsi ch'era invece quella d'un giovane bue. – A mezzanotte sono assalito da forti dolori di capo e il mattino avevo una febbre da non saper più cosa mi facessi. – Presi l'indomani una dose di chinino, ma il mio stomaco che pure era a quell'epoca di ferro, non lo seppe digerire e la febbre continuò ostinata per quattro giorni consecutivi, nel qual tempo non ebbi più coscienza di me stesso. Questo solo mi ricordo, che il quinto giorno mi sveglio tanto debole come se fossi stato a letto da parecchi mesi. Continuai nondimeno la cura del chinino, prendendone 18 grani al giorno. Il giorno 18 comincio a migliorare, ma sempre senza forze. – Anson mi aveva curato come meglio aveva potuto, ma era in grande apprensione per me, temendo non avessi a soccombere; il capitano del piroscafo gli aveva perfino tenuto parola del modo di seppellirmi.
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Romolo Gessi, Sette anni nel Sudan egiziano.
Compare in
Sudan; Africa; Sudan (regione); Savana; Bufalo
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