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La vita in un villaggio di contadini a Kyūshū, la più meridionale delle isole maggiori dell’arcipelago giapponese: l’organizzazione sociale del buraku, le abitazioni, i lavori nelle risaie e le altre pratiche agricole… Da L’Asie (1946) del geografo francese Pierre Gourou.
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Suye è un villaggio come tanti altri della prefettura di Kumamoto, nell’isola di Kyūshū. Esso conta, nel 1936, 1663 abitanti distribuiti su una superficie di 16,5 kmq. La densità della popolazione, che ammonta a 100 abitanti per kmq, può sembrare modesta nell’ambito del Giappone meridionale. Il fatto è che Suye, che si estende sia in pianura che in montagna, comprende molti terreni non coltivati; solo 380 ha sono messi a coltura, si ha cioè un ettaro coltivato ogni 4,3 abitanti; inoltre, questa cifra relativa alla densità non è esatta, poiché la superficie coltivata comprende dei terreni situati in montagna. Se ci si limita alle risaie irrigate, esse coprono 250 ha, pertanto si hanno 6,7 abitanti per ogni ettaro di risaia. Il raccolto, di 9500 hl di paddy, dà annualmente 500 l o 350 kg per persona: il riso costituisce quindi il raccolto principale per il nutrimento di base. L’elevato numero di abitanti per ogni ettaro di risaia illustra efficacemente le condizioni tradizionali del Giappone.
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Ci troviamo nella parte settentrionale dell’isola di Kyūshū, nel cuore dell’antico Giappone. Paese accidentato ove si contrappongono la pianura risicola e le montagne, dove i campi occupano i fondovalle, mentre i versanti sono ricoperti dai boschi. La maggioranza della popolazione vive grazie al riso ed abita in pianura. Non esiste “un” villaggio di nome Suye, ma degli insediamenti sparsi, ciascuno dei quali conta una ventina di abitazioni. I 17 buraku di Suye hanno una propria individualità: alcuni si dedicano esclusivamente alla risicoltura e sono i più agiati; i buraku di montagna sono poveri e arretrati; vi sono anche due buraku abitati da commercianti, la cui popolazione, in gran parte non originaria del villaggio, è più instabile. Il buraku mantiene un’importanza politica e sociale: elegge il suo capo, il nushidori, che sovrintende ai funerali, alle cerimonie, alle feste, alla manutenzione delle strade.
Gli abitanti di Suye formano una comunità coesa. Lo spirito di cooperazione è molto elevato. La vita sociale del contadino è un insieme di doveri imperiosi. I kumi, gruppi comprendenti da 3 a 5 famiglie, sono incaricati, nell’ambito del buraku, ciascuno a suo turno, della manutenzione del do, il tempio, di servirvi nei giorni di festa tè e fagioli e di provvedere alla manutenzione dei sentieri, dei ponti, dei canali. Tutti i membri del buraku devono partecipare ai funerali; essi sono inseriti in una stretta rete di visite di condoglianze e di felicitazioni; decessi, matrimoni, nascite e molte altre ricorrenze richiedono l’offerta di doni; chi riceve un regalo deve restituirne uno di eguale valore. Nonostante i regali siano spesso modesti – un po’ di riso, alcune uova, pomodori o perfino una scatola di fiammiferi – possono sorgere, in questo frangente, delle inimicizie e alcuni contadini s’indebitano per offrire dei regali decorosi.
Numerosi obblighi della vita sociale si svolgono in presenza di un sacerdote; fra essi, ad esempio, la cerimonia del 61° anniversario, mediante la quale l’uomo e la donna entrano in una sorta di seconda infanzia, nella quale è loro permesso, teoricamente, di agire e parlare a loro piacere. Il villaggio di Suye dispone di numerosi edifici religiosi; il più importante è l’ujigami, tempio del genio del villaggio, in cui svolge le proprie funzioni il sacerdote shinto. Il villaggio possiede anche una pagoda buddista, costruzione, al pari dell’ujigami, tipicamente giapponese. Esistono molti altri luoghi di culto: il do, per esempio, che in ogni buraku custodisce un’immagine buddista. Questo modesto edificio in legno serve come luogo di ritrovo per i bimbi che non vanno ancora a scuola; essi vi giocano intorno, vi si riparano dalla pioggia sotto lo sguardo protettore di Kwannon, che infonde alle loro madri un senso di sicurezza. Sul far della sera i giovani vi si riuniscono a conversare; pellegrini e mendicanti vi trascorrono la notte. Vi sono altri luoghi di culto: altari lungo i sentieri, pietre e alberi sacri. Oltre al sacerdote shinto e al monaco buddista vi sono cinque kitoshi, guaritori e maghi. L’orizzonte religioso si estende oltre il villaggio: alcuni contadini compiono il pellegrinaggio al monte Ichibusa, di cui ammirano le foreste di criptomerie. La vita dei contadini di Suye è tutta occupata dai lavori dei campi e dagli obblighi civici, cooperativi e sociali. Numerosissime feste, con banchetti e libagioni di bevande alcooliche, scandiscono gli avvenimenti della vita, l’alternarsi delle stagioni, il termine dei principali lavori agricoli, le assemblee delle associazioni. La pressione sociale è molto forte: chi non vi si sottomette di buon grado dovrebbe abbandonare il villaggio.
La solidarietà del villaggio si manifesta in occasione della costruzione delle case; chi desidera una nuova abitazione ricorre anzitutto a un carpentiere specializzato che lo consiglia per l’acquisto del legno e prepara le travi. La casa viene edificata nel giorno stabilito con il concorso di tutto il villaggio: ogni buraku delega all’uopo un uomo e una donna. Poiché l’edificio è il risultato di uno sforzo collettivo, concepito nell’ambito delle tradizioni, non v’è da meravigliarsi che le case di Suye siano poco dissimili fra loro e rechino pochi segni della civiltà moderne. Come nel resto del Giappone rurale, esse sono piccole e di aspetto modesto. Il colore grigio del tetto di paglia e dei pilastri di legno si fonde col paesaggio; non è l’effetto del caso o della povertà, ma una consapevole esigenza di carattere estetico induce il contadino alla semplicità. La casa si erge all’interno di un recinto circondato da una siepe. L’abitazione propriamente detta è rettangolare: essa misurerà, presso un contadino piuttosto agiato, circa 8 m x 3,50; le dimensioni precise saranno stabilite dal numero di stuoie (tatami) che possono essere stese sui pavimenti; queste stuoie misurano m 1,70 x 0,80. Questa abitazione, costituita di materiali vegetali, è sostenuta da una struttura che poggia su uno zoccolo di pietra. La casa giapponese è edificata su pali e il pavimento si trova a 50 cm dal suolo. Il tetto, generalmente a quattro spioventi, è di paglia; le pareti sono di assi o di malta di fango e di paglia su graticcio, ma grande parte hanno i pannelli rigidi di carta montati su rigide guide di scorrimento. Di giorno, qualunque siano le condizioni meteorologiche, i pannelli restano aperti; di notte vengono chiusi. […]
L’abitazione propriamente detta comprende 2 o 3 stanze provviste di alcove. La stanza comune o daidokoro, attigua alla cucina, dispone anche di un focolare, al di sopra del quale è sospesa una teiera di metallo che consente di offrire una tazza di tè agli ospiti inattesi, i quali vengono ricevuti nel daidokoro se non sono molto importanti. La sala di ricevimento, zashiki, ha le stuoie più fini e più nuove. In una parete piena sono custodite due nicchie: una è il butsudan, altare buddista che racchiude le tavolette degli antenati (e le fotografie del padre e della madre defunti), l’altra, il tokonoma, contiene un altare shinto e alcuni kakemono che la famiglia desidera conservare. Non vi sono mobili, solo armadi e cassetti nelle pareti piene. Ci si corica sulle stuoie, avvolgendosi nelle coperte. […] Queste case sono facilmente soggette agli incendi, poiché sono costruite con materiali vegetali, e fornite di due focolari. […] L’inconveniente più grave è di essere gelide in inverno: le pareti non sono isolanti, l’aria circola sotto il pavimento e passa attraverso gli interstizi dei pannelli. […]
Davanti alla casa vi è un cortile in terra battuta dove, quando non piove, gli uomini eseguono lavori col vimini, le donne cuciono, arrotolano le foglie di tè, svolgono i bozzoli, pressano i chicchi di camelia, che forniscono l’olio di uso cosmetico. Intorno al cortile si trovano alberi da frutto, una piccola aiuola fiorita, i pozzi e varie dépendances: forno, granaio, latrine, ecc. […]
L’inverno è una stagione di relativo riposo, poiché i campi richiedono pochi lavori: bisogna solamente riattare le risaie lasciate a riposo. L’inizio della primavera (marzo-aprile) richiede più lavoro, pur restando una stagione di fatica moderata. […] Alla fine di aprile inizia l’ardua fatica che avrà termine solo a novembre. Nei mesi di maggio-giugno il riso viene seminato, poi trapiantato nelle risaie, che sono state arate ed erpicate e di cui si sono controllati e sistemati i canali d’irrigazione; viene mietuto il grano, i gelsi forniscono le foglie per il primo allevamento di filugelli; vengono piantati vari ortaggi e il contadino trova anche il tempo di cogliere il tè, di piantare le patate e di tagliare le gemme di bambù. Il trapianto del riso è il lavoro più faticoso del mese di giugno e di tutto l’anno; bisogna portare a termine rapidamente un notevole impegno. Tutti i contadini si trovano di fronte allo stesso problema: effettuare il trapianto nel minor tempo possibile in modo che, con una crescita omogenea, tutto il riso di una risaia giunga a maturazione contemporaneamente. Ecco perché imponenti squadre eseguono il trapianto: da 10 a 15 persone, donne e ragazzi, si dispongono in fila e compiono rapidamente, con precisione militare, i gesti del trapianto. […] Il più delle volte la manodopera è garantita dall’aiuto reciproco offerto spontaneamente da vicini, parenti o amici; viene tenuta una contabilità scrupolosa dei servigi resi da ognuno. Il peso del lavoro è alleviato dal piacere di faticare in compagnia, dagli scherzi.
In giugno, gli uomini devono assicurare a turno il servizio dei traghetti, dato che i ponti in legno sono stati divelti dalle piene. In luglio-agosto, i lavori all’aperto sono meno assorbenti: sarchiatura del riso, raccolta delle foglie di gelso, semina del miglio, raccolta dei legumi e della frutta; gli uomini possono pescare e le donne preparare le provviste; conserve di prugne, salsa di soia. Prima della mietitura del riso i ponti vengono ricostruiti, i tetti riparati. Ottobre è dominato dalla mietitura del riso, cui segue la raccolta di altri prodotti: miglio, cachi, funghi, patate, taro, cavoli, radici, ecc. Una volta seminato il grano, l’anno agricolo è chiuso. La fine dell’autunno lascia abbastanza tempo libero per i matrimoni, numerosi in questa stagione.
I 380 ha messi a coltura sono suddivisi fra 215 appezzamenti. Il riso a irrigazione si stende su 250 ha, cioè il 65% della superficie coltivata; esso riveste un’importanza ancora maggiore di quella indicata dalla superficie occupata poiché, essendogli destinate le terre e le cure migliori, produce il 90% dei raccolti. Non si hanno due raccolti di riso, ma la metà delle risaie, grazie a un’intensa pressione esercitata dalle autorità, fornisce in un inverno un raccolto asciutto: grano e orzo raccolti in maggio si uniscono al riso per soddisfare il fabbisogno alimentare dei contadini, i quali non apprezzano questi cereali ma fanno buon viso a cattivo gioco. Il villaggio possiede solo 7 maiali che non vengono abbattuti: i contadini comprano i maialini dai commercianti e rivendono maiali ingrassati. Scarsi pollame, capre e conigli. I pasti sono dunque vegetariani: riso mescolato a grano e orzo, radici, legumi verdi, soia, olio. Una parte del riso viene venduta. Un’altra importante fonte di guadagno era la seta, in seguito ridotta a causa della decadenza della sericoltura giapponese a partire dal 1940.
Nonostante gli abitanti di Suye non siano mai stati facoltosi, esistevano fra loro notevoli differenze economiche. […] Prima della riforma agraria del 1946, era possibile individuare numerose classi sociali, i più ricchi, grandi proprietari, possedevano domestici, cavalli, buoi, mandavano i figli al liceo e all’università, a costo di grandi sacrifici, dirigevano il villaggio e le singole frazioni. La classe agiata comprendeva i contadini proprietari che disponevano almeno di un domestico; essi erano dotati di redditi compresi fra i 1200 e i 1400 yen annui; a questa classe appartenevano anche i negozianti agiati e mediatori, che svolgevano un ruolo indispensabile nelle transazioni, per esempio nelle trattative fra creditori e debitori. Infine, i poveri: privi di terre, di domestici, di bestiame, i più indigenti non facevano parte del villaggio, ma si trattava di immigrati stabilitisi in montagna; il loro reddito annuo poteva scendere a 229 yen. Questo ceto contadino era fortemente indebitato, come era possibile che non fosse così se il ricco proprietario che disponeva di un reddito di 2804 yen ne spendeva 1325 per l’educazione dei figli? I più poveri talvolta erano costretti a vendere una figlia a una casa di geishe per poter estinguere un debito.
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Pierre Gourou, L’Asie, traduzione di E. Turri.
Compare in
Fukuoka; Kyushu; Scintoismo; Giappone
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