|
La battaglia di Calatafimi (15 maggio 1860) fu un episodio decisivo nell'avanzata delle truppe garibaldine contro l'esercito borbonico in Sicilia, perché spianò la strada per la conquista di Palermo. Le prime fasi dello scontro sono descritte in questo passo di I Mille. Da Genova a Capua, il libro di memorie dello scrittore e garibaldino toscano Giuseppe Bandi.
 |
[...] Il cielo era sereno e tranquillo, e non si udiva per tutta la vallata lo stormire di una foglia. I volontari erano distesi sull'erba, guardando il nemico. Avevo in quel momento accant'a me due bersaglieri; tre o quattro passi indietro avevo Nino Marchese. 'Nino,' gli dissi, 'tra qualche minuto sentirai fischiar le palle. Sta' fermo e guarda me; e quando vedrai ch'io salto giù, seguimi senza paura e non fermarti sinché io non mi fermi.' Nino sorrise, e alzò il cane della carabina. A quel rumore il generale volse il capo, ed esclamò: 'Nessuno faccia fuoco senza mio ordine! Tirare da lontano è segno di paura.' In quel mentre le trombe napoletane suonarono avanti, e udimmo le voci dei capi-quadriglie ripetere i comandi. Poi, dopo alcuni istanti, udimmo uno strano coro d'impertinenze, che que' bravi cacciatori ci regalavano per antipasto, mentre venivano innanzi gobbi, come se andasero a caccia alle quaglie. Gridavano que' poveri soldatelli: 'Mo venimme, mo venimme straccioni, carognoni, malandrini.' Un altro squillo di tromba, e le palle cominciarono a fischiare sulle nostre teste. I due bersaglieri che avevo alla mia sinistra mi guardarono con tanto d'occhi, e io accennai loro che stesser fermi. Infatti il generale che s'era accorto che i fischi delle palle e l'avanzarsi rapido de' cacciatori avean già messo l'argento vivo addosso ai volontari per tutta quanta la linea, si raccomandava più che mai, dicendo: 'Non tirate; fermi, ragazzi; lasciateli venir qui sotto, e poi li piglierete a legnate…' Ma il generale propone e il soldato dispone. Chi potea mai tenere più lungamente al canapo tanti puledri? Nel tempo che il generale si raccomandava e tutti gli ufficiali ripetevano le sue parole, Carlo Mosto, fratello del capo dei carabinieri genovesi, gridò: 'Indietro, canaglia!' A questa voce tenne dietro un colpo di carabina, a quel colpo ne seguirono altri due, tirati dai due bersaglieri, miei vicini. [...] Tosto altri cento rimbombarono; e nel punto stesso, Francesco Nullo, sbucato a cavallo di dietro una macchia, si slanciò colla sciabola nuda per la valle, gridando: 'Avanti alla baionetta!' Strappai di mano al trombettiere lo schioppo; e saltai giù dal greppo, e mi seguì Montanari con la sciabola in pugno. Garibaldi gridava: 'Eh! Per Dio! Non possono star fermi un momento!' Altre parole non potei udire di sua bocca ma è certo che egli impedì, non senza grande difficoltà, che tutto il suo piccolo esercito non si precipitasse all'assalto. Poco tratto avevamo corso, inseguendo i cacciatori napoletani, che fuggivano a più non posso e solo si fermavano, di quando in quando, per mandarci un saluto all'usanza de' Parti, allorché vidi steso in mezzo ai solchi Desiderato Pietri. 'L'ha avuta!' dissi a Montanari. E Montanari mi fe' un cenno, che volea dire: Chi cerca, trova. Procedendo innanzi, vidi un cacciatore, più indietro degli altri, che mi precedeva forse di centocinquanta passi. Volli bollarlo sulla schiena, ma lo schioppo mi fece cecca. Cambiai il cappellotto, e giù da capo; ma da capo cecca! [...]
 |
|
Altre risorse |
|
 |
|
|
|
|
Allora mi rammentai quel che Garibaldi ci avea detto, che il fucile non dev'essere se non il manico della baionetta, e mi contentati di correre, senza fare pel momento ulteriori tentativi per rendere atto a far fuoco quel meschino catenaccio. Corremmo un bel pezzo, dando la caccia ai cacciatori fuggenti, che volgevano a frotte verso sinistra, cercando riparo sul poggio, che indicai col nome di Pianto Romano, sul qual poggio erano in batteria due cannoni, sostenuti da parecchie compagnie. Volgendo dunque a sinistra, incontrammo una casetta disabitata e diverse piante di fico, in fondo a un'erta assai ripida che era necessario salire in barba alle palle e alla mitraglia che cominciavano a tempestare. Non so quanti fossimo allora, ma eravamo pochissimi. Appena principiammo a salire quell'erta, cadde Giorgio Manin. Volli rialzarlo, ma non fu buono a reggersi in piedi e ricadde. Passò in quel mentre Benedetto Cairoli colla sua compagnia, e ci salutammo, gridando: 'Viva l'Italia!' Eran pavesi, per la maggior parte, e correvano colla miglior voglia del mondo. Ci unimmo a loro, ma dopo pochi passi, Francesco Montanari cadde bocconi. 'Che hai Montanari?' 'Una palla in un ginocchio... '. Lo volemmo rialzare, ma fu lo stesso che alzare un cencio. 'Aspettami,' dissi, 'verranno a prenderti o ti prenderò io quando sarà tempo.' Il poveretto, mi par di vederlo ancora, alzò la mano tre volte o quattro finché io mi volsi a guardarlo, e parea dirmi: 'Non ti scordare di me!' Quando giungemmo sotto la spianata che sovrasta al poggio eravamo trafelati. Fortuna volle che il ciglio della spianata venisse giù in guisa di parapetto un po' più che ad altezza d'uomo, e ci servisse di riparo, dal quale ci fu agevole il tener fermo il nemico, bersagliandolo colle carabine dei genovesi e con quegli schioppi della compagnia di Cairoli, che furono buoni a far fuoco. Mentre stavano sopra il ciglio della spianata, due o tre volte i napoletani mossero correndo per venirci addosso, e altrettante volte si fermarono e tornarono a' fianchi de' cannoni.
Noi li udivamo gridare: 'Viva lo re!' ed una volta intonammo il nostro inno, ma per la gran fatica della corsa fatta, si rimase a mezza strofa. Intanto, uno dei genovesi, che ebbe nome Profumo, bello e carissimo giovane, sollevandosi sul parapetto, fu colto da una palla e lasciato lì sul tiro. I compagni l'appoggiarono colle spalle al greppo e parea che dormisse. Lo baciai, e volli sentirgli il cuore; il cuore di quel martire batteva ancora. 'Che facciamo noi qui?' mi disse Benedetto Cairoli. 'Montiamo sopra e finiamola.' 'Montiamo' risposi, e in quanti eravamo, montammo su. Se invece di salire su quell'altipiano fossimo scesi nella bocca d'inferno, credo che il fumo e il fuoco non sarebbero stati in tanta dose. Perduti quindici o venti compagni, le cui grida dolorose mi suonano ancora negli orecchi, tornammo giù sotto il ciglio, e fu ventura che i napoletani si fermassero a mezzo la spianata e non avessero cuore di venire oltre. Mi volsi per vedere se qualcuno venisse a soccorrerci, e vidi a metà dell'erta una compagnia. Fu riconosciuta per la compagnia dei bergamaschi, e tosto un grido di giubilo la salutò: 'Viva Bergamo!' Incontanente, avuto questo rinforzo, ripetemmo l'assalto, e montammo su. Ma la prova fu infelice anche questa volta; e dopo aver lasciati per terra alquanti de' nostri, fra i quali il tenente De Amicis, che avendo veduti i cannoni era corso a compiere il suo voto, tornammo dietro la provvidenziale trincea. Pochi minuti erano corsi da quella seconda ritirata, quando alte grida che suonavano dietro di noi ci avvertirono che nuova gente veniva a soccorrerci. Precedea quella gente Nino Bixio, a cavallo, il quale, chiamando a nome quanti di noi conosceva, cominciò ad invitarci ad un terzo assalto, e si mise a correre intorno alla spianata, agitando la bandiera di Garibaldi, che aveva nelle mani. Le gran schioppettate che ebbe quel demonio, quando fu alla destra della spianata, dove il ciglio era bassissimo e non offriva alcun riparo, sono impossibili a ridirsi; ma e' pareva fatato, e corse e ricorse e sventolò la bandiera sul viso ai nemici, senza che neanche lo stoppaccio d'uno schioppo lo cogliesse, per quanto i cacciatori lo tempestassero talvolta quasi a bruciapelo. Giunto che fu il soccorso, Menotti Garibaldi tolse di mano a Bixio la bandiera, e seguìto da Schiaffino e da Elia, montò sulla spianata. Un minuto dopo, ne scesero tutti e tre, e Menotti porse la bandiera a Schiaffino. Bixio e Menotti gridavano, incoraggiando i soldati a salir di nuovo all'assalto; e l'assalto fu rinnovato ancora.
I regi erano stati ingrossati da parecchi rinforzi, noi eravamo il doppio più di prima. La zuffa ricominciò più accanita e feroce; le palle grandinavano da ogni parte; e di tanto in tanto si sentiva passare sulle nostre teste la mitraglia, flagellando l'aria come il vento che stormisce furioso tra le frondi. Ora, io narrerò quel che vidi co' miei occhi, soltanto, lasciando agli altri la cura e la fatica di raccontare quel che videro con gli occhi loro. A quel terzo assalto, chiamandomi Bixio a voce alta, seguii il suo cavallo, là dove si entrava sulla spianata quasi senza alzare il piede. In un baleno il fumo mi riavvolse, e tra il fumo, che il vento dileguava a tratti, vidi che eravamo frammisti alla rinfusa, garibaldini e borbonici, e si combatteva a corpo a corpo, e con tutte le armi che venivano tra le mani, non esclusi i coltelli e non esclusi i sassi. Era una pugna feroce, dolorosa unicamente perché fra italiani si combatteva.
Sopraggiunse di bel nuovo Nino Bixio, gridando come un falco, e mi chiamò a nome più volte, e si cacciò in mezzo al fumo, che accecava gli occhi ed ammorbava col puzzo acre dello zolfo. Le palle non fischiavano più, ma miagolavano alle mie orecchie come tante gatte in amore. Mi cacciai correndo dietro quello spiritato, e dopo alquanti passi mi fermai, non avendo accanto se non un giovane siciliano, che ho riveduto in seguito parecchie volte e sempre mi ha rammentato quel fatale momento. Stando fermo nel punto dove mi ero messo vidi improvvisamente quel sergente rosso che aveva ucciso Schiaffino, ricaricare a pochi passi da me il suo schioppo e guardarmi fisso con certi occhi, che ripensandoci mi paiono fossero due carboni accesi. Capii subito che se quel diavolo terminava di caricare il fucile, ero spacciato per aeterna saecula; laonde spianai la baionetta, e gridando il nome di Garibaldi mi slanciai sul sergente. Io non so dire se fu il sergente o se fu altri che mi tirò; ma sta il fatto che una gran botta mi colse sopra la mammella destra, e caddi per terra, non altrimenti che mi ci avesse spinto un vigoroso pugno.
Un urlo feroce salutò la mia caduta, e quell'urlo lo mandò il sergente e lo mandarono i suoi compagni, che avendomi vista indosso una divisa che si distingueva dalle altre, credettero che la fortunata palla avesse tolto dal mondo un qualche pezzo grosso, e non un pover'uomo qualunque, nato e destinato a far numero. Mi riebbi quasi subito, e mi tirai indietro carponi, e così percorsi un tratto di quaranta o cinquanta passi, finché non vidi un gran numero dei nostri farsi innanzi, e non udii tante voci gridare: 'Salviamo il generale!' Alzai gli occhi e vidi allora Giuseppe Garibaldi nell'attitudine nella quale auguro che lo vegga in sogno lo scultore che primo dovrà modellare la statua dell'eroe; aveva il cappello sugli occhi, lo sguardo acceso, la bocca sorridente e un pezzo di sigaro in bocca, e stringeva colla destra la sciabola e stava dritto come sta San Giorgio effigiato da Donatello.
Veduto il generale, saltai su, ed e' mi vide subito e mi disse, vedendomi insanguinate le mani: 'Bandi, che cos'è stato?' 'Nulla,' risposi, 'una pillola che mi è toccata, ma spero che la digerirò.' Tutti si serravano intorno a lui, e conobbi che il momento era terribile, e le palle fischiavano e miagolavano da tutti i lati. Sirtori, giunse proprio allora galoppando su di un cavalluccio e si fermò accanto a noi, chiamando con gran voce i soldati che avea dietro, e che erano le ultime carte che si giuocavano in quella incerta partita, e chiese al generale: 'Generale, che dobbiamo fare?' Garibaldi guardò intorno, e con voce tonante gridò: 'Italiani, qui bisogna morire'.
Giuseppe Bandi, I Mille. Da Genova a Capua.
Compare in
Regno delle Due Sicilie; Fratelli Cairoli; Spedizione dei Mille; Bandi, Giuseppe; Risorgimento; Garibaldi, Giuseppe
|