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Nella fluviale Storia della mia vita (pubblicata postuma tra il 1822 e il 1828), Giacomo Casanova ha modo di raccontare gli infiniti episodi di un'esistenza intensissima e avventurosa. In queste pagine, l'incontro con il 'grand'uomo' Voltaire nella sua villa di Ferney: quella che si svolge nel suo salotto è quasi una scena di teatro brillante, con tanto di spettatori che applaudono e sottolineano il bon mot più riuscito, o un duello turbinoso al fioretto, tra frivolo e profondo, sui più disparati temi della cultura e della politica. Ma l’incontro, come molti altri episodi della Vita del libertino veneziano, potrebbe anche essere solo il frutto di una felice invenzione narrativa.
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'Questo è il più felice momento della mia vita. Finalmente conosco il mio maestro. Da vent'anni, signore, io sono suo discepolo.' 'Continui a farmi onore per altri vent'anni e prometta di venire poi a portarmi i miei onorari.' 'Glielo prometto, ma lei a sua volta mi prometta di aspettarmi.' 'Le do la mia parola, e morrò piuttosto che non mantenerla:' Una risata generale sottolineò questa prima battuta di Voltaire. Era la regola. Quelli che ridono hanno il compito di tenere in vena una delle due parti, sempre a spese dell'altra, e chi li ha dalla sua ha la vittoria in tasca. E' un trucco che si usa anche nella buona società. Me l'ero aspettato, ma speravo in una rivincita. Presentarono a Voltaire due inglesi, nuovi arrivati ed egli si alzò dicendo: 'Questi signori sono inglesi, anch'io vorrei esserlo.' Cattivo complimento perché li obbligava a rispondere che loro avrebbero voluto essere francesi, mentre forse non avevano voglia di mentire o si vergognavano di dire la verità. E' consentito, a un uomo d'onore, di porre il proprio paese al di sopra degli altri. Appena riseduti mi fece cadere un'altra volta in trappola, dicendomi, con tono molto cortese ma sempre di burla, che come veneziano dovevo conoscere di sicuro il conte Algarotti. 'Lo conosco, ma non perché sono veneziano, visto che i sette ottavi dei miei cari compatrioti ne ignorano l'esistenza.' 'Avrei dovuto dire come letterato.' 'Lo conosco per aver passato con lui sette anni or sono due mesi a Padova e lo ammirai soprattutto perché scopersi che era un suo ammiratore.' 'Siamo buoni amici, ma per meritare la stima di chi lo conosce Algarotti non ha bisogno d'ammirare nessuno.' 'Se non avesse cominciato con l'ammirare, non si sarebbe fatto un nome. Ammiratore di Newton, è riuscito a mettere le signore in condizione di poter parlare della luce.' 'E' veramente riuscito?' 'Non quanto il signor Fontenelle nella sua Pluralità dei mondi, tuttavia si può dire che vi sia riuscito.' 'E' vero. Se lo vedrà a Bologna, la prego di dirgli che aspetto le sue Lettere sulla Russia. Per farmele avere, può spedirmele a Milano al banchiere Bianchi. Mi hanno detto che gli italiani non apprezzano la sua lingua.' 'Lo credo. La sua lingua, in tutti i suoi scritti in italiano, è una cosa tutta sua particolare, infarcita di gallicismi. Ha uno stile da far pietà.' 'Ma le forme francesi non rendono la vostra lingua più bella?' 'La rendono insopportabile, come sarebbe la lingua francese infarcita di frasi italiane, anche se la scrivesse lei.' 'Ha ragione, si deve scrivere con purezza. Hanno criticato Tito Livio, sostenendo che il suo latino era maculato di patavinità.' 'L'abate Lazzarini, quando imparavo a scrivere, mi diceva di preferire Tito Livio a Sallustio.' 'L'abate Lazzarini, autore della tragedia Ulisse il giovine? Lei doveva essere un bambino. Mi sarebbe piaciuto conoscere l'abate. Però ho conosciuto bene l'abate Conti, che era stato amico di Newton, e le cui quattro tragedie abbracciano tutta la storia romana.' 'Anch'io l'ho conosciuto e ammirato. In compagnia di quei grandi uomini, ero felice d'esser giovane; adesso che sto con lei, mi sembra d'esser nato ieri, ma non me ne sento umiliato. Vorrei essere il cadetto del genere umano.' 'Sarebbe più felice che essendone il decano. Posso chiederle a quale specie di letteratura si è dedicato?' 'A nessuna, ma lo farò, forse col tempo. Intanto leggo quanto posso e mi diverto a studiare l'uomo girando il mondo.' 'E' il vero modo per conoscerlo, ma il libro è troppo grande. E' più facile leggendo la storia.' 'La storia è menzognera, non dà la realtà, annoia, mentre studiare il mondo percorrendolo mi diverte. Orazio, che conosco a memoria, mi serve da guida e dappertutto lo ritrovo.' 'Anche Algarotti ha tutto Orazio in testa. Lei ama certamente la poesia?' 'E' la mia passione.' 'Ha fatto molti sonetti?' 'Una dozzina che mi piacciono e due o tremila che forse non ho neppure riletti.' 'Gli italiani hanno la mania dei sonetti.' 'Sì, se si può chiamare mania la tendenza a dare a ogni idea una misura armonica atta a conferirle la massima espressività. Il sonetto è difficile, signor Voltaire, perché i suoi quattordici versi non consentono né di dilatare né di comprimere l'idea.' 'E' come il letto del tiranno Procuste ed è per questo che voi italiani ne avete così pochi di buoni. Quanto a noi, non ne abbiamo nemmeno uno, ma la colpa è della nostra lingua.' 'E' anche del genio francese, penso. I francesi pensano che l'idea diluita debba perdere il proprio splendore e la propria forza.' 'E lei non è di questa opinione?' 'Mi perdoni, ma dipende dal vedere di che idea si tratta. Per esempio, una battuta spiritosa non basta a fare un sonetto.' 'Qual è il poeta italiano che lei ama di più?' 'L'Ariosto. Non posso nemmeno dire di amarlo di più, perché non ne amo altri pur avendoli letti tutti. Leggendo, quindici anni or sono, le sue severe critiche all'Ariosto, pensai che si sarebbe ricreduto leggendolo.' 'La ringrazio di aver pensato che non l'avevo letto. Invece sì. Però ero giovane, conoscevo male la sua lingua e, prevenuto anche da certi dotti italiani adoratori del Tasso, pubblicai disgraziatamente un giudizio che in buona fede credevo mio, mentre tale non era. Io amo immensamente l'Ariosto.' 'Respiro, signor Voltaire. Faccia dunque scomunicare il libro in cui l'ha messo in ridicolo.' 'I miei libri sono già tutti scomunicati, ma le darò un buon saggio della mia ritrattazione.' Mi sbalordì recitandomi a memoria, senza omettere un verso e senza il minimo errore di prosodia, i due famosi brani del trentaquattresimo e del trentacinquesimo canto, in cui il divino poeta parla del colloquio tra Astolfo e l'apostolo Giovanni. Poi ne commentò le bellezze con pensieri veramente da grand'uomo. Non si sarebbe potuto pretendere di più dal più sublime glossatore italiano. Ascoltai senza batter ciglio e col fiato sospeso, invano sperando che commettesse uno sbaglio; voltandomi agli astanti, dissi che ero fuori di me per la meraviglia e che avrei informato della mia ammirazione tutta l'Italia. 'E io informerò tutta l'Europa', soggiunse Voltaire, 'della umilissima riparazione che debbo al più gran genio cui essa abbia dato i natali.' Insaziabile di lodi, l'indomani mi dette la sua traduzione dell'ottava dell'Ariosto.
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[ … ] Finita la recitazione, che fruttò a Voltaire gli applausi di tutti i presenti, nonostante nessuno capisse l'italiano, la signora Denis, sua nipote, mi chiese se pensavo che il brano declamato da suo zio fosse uno dei più belli del grande poeta. 'Sì, signora, ma non il più bello.' 'Dunque hanno deciso qual è il più bello?' 'Bisognava pur deciderlo, altrimenti non si sarebbe fatta l'apoteosi del signor Lodovico.' 'Lo hanno dunque santificato? Non lo sapevo.' Tutti gli astanti, e Voltaire per primo, sottolinearono con una risata la battuta della signora Denis. Io invece rimasi serissimo, la qual cosa urtò Voltaire, che mi disse: 'Io so perché lei non ride. Secondo lei è in grazia di un brano sovrumano che hanno voluto chiamare divino l'Ariosto.' 'Proprio così.' 'E qual è questo brano?' 'Le trentasei ultime ottave del ventitreesimo canto, in cui si descrive il processo per cui Orlando diventa pazzo. Da che il mondo esiste, nessuno ha mai saputo come si diventa pazzi, tranne l'Ariosto, che è riuscito a scriverlo e che sul finire della vita divenne pazzo pure lui. Quelle ottave, sono sicuro, devono averla fatto tremare, perché fanno orrore.' 'Me le ricordo, fanno diventar l'amore una cosa spaventosa. Sono ansioso di rileggerle.' 'Il signore avrà forse la compiacenza di recitarle', disse la signora Denis, guardando di sfuggita lo zio. 'Perché no, signora, se lei vorrà ascoltarle.' 'Si è dunque preoccupato di impararle a memoria?' 'Siccome dall'età di quindici anni rileggo l'Ariosto due o tre volte l'anno, mi si è impresso tutto nella memoria senza ch'io facessi nessuna fatica, me malgrado, per così dire, eccetto le sue genealogie e le sue tirate storiche che affaticano la mente senza interessare il cuore. Solo Orazio me lo ricordo dalla prima all'ultima parola, nonostante la prosaicità spesso eccessiva delle Epistole.'
'Passi per Orazio', soggiunse Voltaire. 'Ma l'Ariosto è una faccenda complicata, sono quarantasei lunghi canti.' 'Dica cinquantuno.' Voltaire ammutolì, ma la signora Denis riprese: 'Sentiamo, sentiamo queste trentasei ottave che fanno fremere e che hanno procacciato all'autore l'appellativo di divino.' Allora le recitai, ma senza declamare come si usa in Italia. L'Ariosto, per piacere, non ha bisogno che chi lo recita gli dia rilievo con quella cadenza monotona che i francesi giustamente trovano insopportabile. Recitai le ottave come se fossero prosa, animandole col tono, con lo sguardo e con delle varianti di voce atte a esprimere il sentimento. L'espressività della mia recitazione dava evidenza alle immagini. Vedevano e avvertivano lo sforzo che facevo su me stesso per trattenere le lacrime, e piangevano, ma quando arrivai all'ottava:
Poiché allargare il freno al dolor puote Che resta solo senza altrui rispetto Giù dagli occhi rigando per le gote Sparge un fiume di lacrime sul petto
le lacrime mi sgorgarono dagli occhi così impetuose e abbondanti che tutti i presenti ne versarono a loro volta. La signora Denis fremette e Voltaire corse ad abbracciarmi, ma non poté fermarmi, perché Orlando, per diventar pazzo, doveva scoprire di trovarsi nello stesso letto dove poco prima Angelica era stata nuda tra le braccia del felicissimo Medoro, e per dire queste cose dovevo recitare l'ottava seguente. Da lamentosa e lugubre che era la mia voce si riempì di terrore: terrore provocato dall'ira che spinse la prodigiosa forza di Orlando a compiere devastazioni simili a quelle che potrebbero produrre solo un terremoto o la folgore. Quando ebbi finito di recitare, ricevetti con aria triste le felicitazioni di tutta la compagnia. Voltaire esclamò: 'L'ho sempre detto: per far piangere bisogna piangere; ma per piangere bisogna esser commossi, perché allora il pianto viene dal cuore.' Mi baciò, ringraziandomi, con la promessa di recitarmi il giorno dopo le stesse ottave e di piangere anche lui. Mantenne la parola.
[ … ] Mi congedai per andare in albergo, perché avevo da scrivere parecchie lettere. Uno dei sindaci della città, di cui non farò il nome, che aveva passato la giornata in casa di Voltaire, sopraggiunse un quarto d'ora dopo a pregarmi di tenerlo a cena con me. 'Ho assistito', mi disse, 'al suo dibattito con quel grand'uomo, senza mai aprir bocca. Spero di potere stare con lei un'ora a tu per tu.' Lo abbracciai e gli dissi, scusandomi d'essere in veste da camera, che poteva restare con me tutta notte. Quella simpatica persona rimase con me due ore, senza mai parlare di letteratura, ma non gli occorreva farlo per piacermi. Era un convinto discepolo di Epicuro e di Socrate. Raccontarci storielle, ridere e scambiarci discorsi sui piaceri che ci si poteva procurare a Ginevra ci tenne occupati fino a mezzanotte. Prima di andarsene, mi invitò a cena per il giorno dopo, promettendomi che ci saremmo divertiti. Dissi che lo avrei atteso in albergo ed egli mi chiese di non parlare a nessuno dell'appuntamento. La mattina dopo venne da me il giovane Fox con i due inglesi che avevo conosciuti da Voltaire. Mi proposero una partita al quindici con due luigi di banco. In meno di un'ora perdetti cinquanta luigi e smisi di giocare. Andammo a visitare Ginevra e per l'ora di pranzo ci recammo alle Délices. Vi era appena giunto il duca di Villars per consultare Tronchin, che da dieci anni lo teneva in vita a forza di artifici. A pranzo non aprii bocca, ma dopo Voltaire mi indusse a discutere del governo veneto, ben sapendo che dovevo esserne malcontento. Delusi la sua aspettativa e mi sforzai di dimostrare che non v'è paese al mondo dove si possa godere maggior libertà. Accorgendosi che l'argomento non mi piaceva, Voltaire mi portò con sé nel giardino, di cui mi disse d'essere l'artefice. Un grande viale conduceva a un corso d'acqua, del quale disse che era il Rodano che nientedimeno lui mandava in Francia. Mi fece ammirare il bel panorama di Ginevra e il Monte Bianco, la più alta vetta alpina.
Riportando il discorso sulla letteratura italiana, cominciò a sragionare con spirito e grande erudizione, concludendo sempre con giudizio errato, e io lo lasciavo dire. Mi parlò di Omero, di Dante e di Petrarca, e tutti sanno cosa pensava di quei grandi geni. Gli fece torto il non saper trattenersi dallo scrivere quel che pensava. Io mi limitai a dirgli che, se quegli autori non avessero meritato la stima di chi li aveva letti, non sarebbero stati tanto esaltati.
[ … ] passammo due ore discutendo del più e del meno. Il grande poeta, col suo spirito brillante, divertì tutti i suoi ospiti, facendosi applaudire nonostante le sue battute satiriche e spesso caustiche, accompagnate però sempre dal sorriso, sicché non mancava mai chi ne rideva. Teneva la sua casa con grande decoro e da lui si mangiava bene come in nessun altro posto. Aveva allora settant'anni e una rendita di centoventimila lire. Coloro che sostennero e sostengono che si arricchì a forza di truffare i librai, si ingannano. Furono anzi i librai a ingannarlo, eccettuati i Cramer, dei quali egli fece la fortuna. Regalava loro le sue opere e fu per questo ch'essi acquistarono tanta notorietà. Al tempo della mia visita, donò loro la Princesse de Babylone, un delizioso racconto scritto in tre giorni.
Casanova torna a trovare Voltaire altre volte. Il giorno prima della partenza, gli fa visita, viene invitato a pranzo, discute con un Voltaire sarcastico e pungente di vari argomenti letterari.
Sarebbe andata a finir bene, se alla mia citazione di un verso di Orazio per lodare un suo pensiero egli non avesse detto che Orazio era stato un gran maestro in fatto di teatro e che aveva dettato norme destinate a non invecchiare. 'Lei ne viola una sola, ma da grand'uomo.' 'Quale?' 'Lei non scrive contentus paucis lectoribus.' ' Se Orazio avesse dovuto combattere la superstizione, avrebbe scritto, come me, per tutti.' 'Lei potrebbe risparmiarsi la pena di combattere la superstizione, mi sembra, perché non riuscirà mai a distruggerla, e se anche ci riuscisse, mi dica di grazia con che cosa la sostituirebbe.' 'Questa è bella! Quando libero l'umanità da una belva che la divora, mi si può chiedere con cosa la sostituirò?' 'La superstizione non divora l'umanità, anzi è necessaria alla sua esistenza.' 'Io amo l'umanità e la vorrei vedere felice come me, libera. E la superstizione non va d'accordo con la libertà. Dove trova che la schiavitù possa fare felice un popolo?' 'Lei vorrebbe dunque il popolo sovrano?' 'Dio me ne guardi: bisogna che il governo sia nelle mani di una sola persona.' 'Quindi la superstizione è necessaria, perché senza di essa il popolo non obbedirebbe mai al monarca.' 'Niente monarca, questa parola designa un dispotismo per me detestabile come la schiavitù.' 'Ma allora, cosa vuole? Se a governare dev'esser uno solo, costui non si può considerare che un monarca.' 'Voglio che comandi a un popolo libero, allora sarà il capo di quel popolo e non lo si potrà chiamare un monarca, perché non potrà mai comportarsi in modo arbitrario.' 'Addison le dice che un tale sovrano, un tale capo non può esistere. Io sono per Hobbes: tra due mali bisogna scegliere il minore. Un popolo privo di superstizione sarebbe filosofo e i filosofi non si adattano a obbedire. Il popolo può esser felice solo se oppresso, calpestato, tenuto alla catena.' 'Se lei mi ha letto, avrà trovato le prove con cui dimostro che la superstizione è la nemica dei re.' 'Se l'ho letto? Letto e riletto: Soprattutto quando discordo da lei. La sua passione dominante è l'amore per l'umanità. Est ubi peccas. Questo amore la accieca. Ami pure l'umanità. Ma non sarebbe capace di amarla per quel che è. L'umanità non è suscettibile dei benefici che lei vuole prodigarle, e che la farebbero più disgraziata e più perversa. Le lasci la belva che la divora e che le è cara. Non ho mai riso così di gusto come al vedere don Chisciotte imbarazzato a difendersi dai galeotti ai quali, per grandezza d'animo, aveva reso la libertà.' 'Lei si sentiva libero a Venezia?' 'Quanto si può esserlo sotto un governo aristocratico. La libertà di cui a Venezia godiamo non è così grande come quella di cui si gode in Inghilterra, ma ce ne accontentiamo. La mia detenzione, per esempio, fu un atto di crudele dispotismo, ma conscio di avere io stesso abusato della libertà, in certi momenti trovavo che avevano avuto ragione di farmi imprigionare senza le consuete formalità.' 'Così nessuno è libero a Venezia.' 'Può darsi, ma ammetta che per essere liberi basta reputarsi tali.' 'Non ne converrò così facilmente. Nemmeno gli aristocratici, membri del governo, lo sono, dato che per esempio non possono viaggiare senza permesso.' 'E' una regola che si sono imposti loro stessi per conservare la loro sovranità. Lei mi dirà che un bernese non è libero perché soggetto alle leggi suntuarie, quando è lui stesso il proprio legislatore?' Per cambiare discorso, mi chiese da dove venivo. 'Da Roche. Mi sarebbe molto rincresciuto lasciare la Svizzera senza aver visto il famoso Haller. Io rendo omaggio ai dotti miei contemporanei e lei mi lascerà la bocca dolce.' 'Il signor Haller deve esserle piaciuto.' 'Ho passato tre bei giorni con lui.' 'Me ne rallegro. Bisogna inginocchiarsi davanti a quel grande.' 'Io la penso allo stesso modo. Lei gli rende giustizia e mi rincresce che egli non sia così equo nei suoi confronti.' 'Ah ah! E' possibilissimo che ci sbagliamo entrambi.' A questa risposta il cui valore stava tutto nella prontezza, gli astanti applaudirono. Non parlammo più di letteratura e io ammutolii fino a quando, Voltaire essendosi ritirato, mi avvicinai alla signora Denis per chiederle se non aveva da darmi qualche commissione per Roma. Partii piuttosto soddisfatto di aver messo, quel giorno, quell'atleta con le spalle al muro. Ma mi rimase contro di lui un'acredine che per dieci anni mi spinse a criticare tutto quanto leggevo di vecchio e di nuovo di quel grand'uomo. Oggi me ne pento, anche se, rileggendo quello che ho pubblicato contro di lui, trovo che le mie critiche erano giuste. Avrei dovuto però tacere, rispettarlo e dubitare dei miei giudizi. Avrei dovuto riflettere che senza i sarcasmi che di lui mi dispiacquero il terzo giorno, l'avrei trovato assolutamente sublime. Avrebbe dovuto bastarmi questa riflessione per indurmi al silenzio, ma un individuo in collera pensa sempre di aver ragione. I posteri, leggendomi, mi porranno nel novero degli Zoili e forse l'umilissima riparazione che oggi gli faccio non sarà letta. Trascorsi parte della notte e del giorno dopo a metter su carta le tre conversazioni avute con Voltaire, di cui ho dato qui un riassunto. Verso sera il sindaco venne a prendermi per andare a cena con le tre signorine.
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Giacomo Casanova, Storia della mia vita.
Compare in
Illuminismo; Casanova, Giovanni Giacomo; Autobiografia
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