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Cipolla: La Rivoluzione Agricola

La Rivoluzione Agricola

Una tappa fondamentale nella storia dell'evoluzione dell'uomo fu il passaggio di questi dallo stadio della caccia e della semplice raccolta alla pratica della coltivazione delle piante e dell'allevamento degli animali al fine di procacciarsi il necessario per la propria alimentazione. Questa vera e propria 'rivoluzione agricola' avvenne durante il Protoneolitico (tra il 9000 e il 7000 a.C.) e si consolidò nel Neolitico (7000-5500 a.C.), come dimostrano anche prove di comunità agricole di villaggio ritrovate per esempio in Iraq, nella pianura del Mar Morto, in Anatolia. La capacità di controllare e aumentare la disponibilità di piante e animali si tradusse in una più vasta e varia provvista di cibo; la domesticazione del toro e del cavallo fornì inoltre all'uomo una fonte di energia meccanica, finalizzata al trasporto e alla trazione di carri o aratri. Nei dieci millenni che seguirono l'inizio della rivoluzione agricola l'uomo effettuò numerosissime scoperte e innovazioni: migliorò le tecniche di coltivazione, costruì nuovi attrezzi, iniziò a lavorare i metalli, progredì nella capacità di sfruttamento degli animali addomesticati. Nell'estratto che segue, lo studioso di storia economica e sociale Carlo Maria Cipolla indaga l'evoluzione del genere umano nel progredire delle sue condizioni di vita, dimostrando come la scoperta dell'agricoltura e dell'allevamento degli animali fu cruciale nella storia dell'uomo.

La Rivoluzione Agricola consistette appunto nel processo mediante cui l'uomo pervenne ad aumentare le quantità disponibili di piante e di animali.

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Come si è già osservato nel capitolo I, non sappiamo perché e come la Rivoluzione sia avvenuta. Sappiamo solo che si sviluppò dopo la fine dell'ultima era glaciale. È molto probabile che i mutamenti climatici abbiano svolto un ruolo importante nella genesi dei nuovi sviluppi. È anche ragionevole supporre che gli uomini che iniziarono per primi ad allevare animali e piante avessero sviluppato migliori capacità di osservazione e di sperimentazione: con ogni verosimiglianza, la Rivoluzione Agricola fu preceduta da progressi di carattere culturale.

Tentando di valutare le principali conseguenze della Rivoluzione ci muoviamo su un terreno più solido. La capacità di regolare la disponibilità dei due gruppi di convertitori biologici – piante ed animali – significò in primo luogo la possibilità di ottenere una più vasta e varia provvista di cibo. I primi animali a essere addomesticati, oltre al cane, furono la pecora e la capra. La produzione di latticini ebbe inizio in Mesopotamia almeno a partire dal 3000 a.C. La domesticazione intesa non solo alla semplice produzione di carne, latte e cuoio ma anche al trasporto fu uno sviluppo relativamente posteriore. Il riconoscimento della castrazione come mezzo per ammansire il toro, la cui forza era difficile da controllare, ebbe luogo nell'Asia occidentale prima del 4500 a.C. La domesticazione del cavallo della steppa non si verificò prima della prima metà del secondo millennio a.C. (corso inferiore del Volga e regione ungherese). L'addomesticamento del cavallo della foresta ebbe luogo all'inizio del secondo millennio a.C. in Svezia e potrebbe essersi verificato anche altrove. Majumdar colloca la comparsa del cavallo in India attrono al 2500 a.C. La domesticazione del toro e del cavallo dette all'uomo una sorgente completamente nuova di energia meccanica. Nella domesticazione delle piante, una fra le ragioni principali dell'importanza dei cereali risiedeva nel fatto che essi potevano essere immagazzinati per lunghi periodi senza deteriorarsi.

La quantità totale di energia di cui la specie umana poté disporre – energia chimica da piante e animali commestibili, calore da legname, potenza da animali da tiro – aumentò a un ritmo inconcepibile nelle società del Paleolitico inferiore. Le popolazioni si svilupparono oltre ogni 'tetto' precedente. Sorsero villaggi ed emerse una vita comunitaria. Divenne possibile così l'accumulo di un'eccedenza sociale, la quale creò le condizioni della comparsa di gruppi sociali liberati dall'assillo di una ricerca continua del cibo. Con la divisione del lavoro divennero possibili forme più elevate di attività e di speculazione. Si dischiusero allora nuove e vaste possibilità storiche. Per usare un termine generalmente adottato da archeologi e antropologi, lo stadio 'selvaggio' della storia umana apparteneva ormai al passato.

I dieci millenni circa che separano l'inizio della Rivoluzione Agricola dal sorgere della Rivoluzione Industriale furono testimoni di numerosissime scoperte ed innovazioni che aumentarono il controllo dell'uomo sulle fonti di energia.

Innumerevoli furono i miglioramenti apportati all'agricoltura. Si iniziò la coltivazione di nuove piante ed altre furono diffuse e adattate a diversi tipi di terreno e a diverse condizioni climatiche. Di tutte le piante si migliorarono le qualità naturali. Un ottimo esempio di miglioramento produttivo ci è offerto dal granoturco, che in seimila anni o poco meno si trasformò gradualmente da erba selvatica, le cui minuscole pannocchie non erano più grosse di una fragola dei nostri tempi, in uno dei cereali più produttivi del mondo.

Nello stesso tempo si idearono nuove tecniche e si costruirono nuovi attrezzi. In un'epoca compresa tra il 6000 e il 3000 a.C., si migliorarono la zappa e l'aratro. Gli aratri preistorici e dell'antico Oriente erano costruiti in legno e non potevano essere adoperati se non nei cosiddetti 'terreni leggeri.' Ma ben presto si scoprì la tecnica della lavorazione dei metalli. Verso il 3000 a.C. in Mesopotamia si fondevano saltuariamente minerali di ferro. Nella città sumerica di Ur e nel medio Egitto sono stati rinvenuti oggetti in ferro che possono farsi risalire al 3000 a.C. Dopo il 1400 a.C., il ferro fu prodotto e lavorato su vasta scala. L'adozione e la diffusione degli aratri in ferro e di altri nuovi attrezzi agricoli metallici aprirono i 'terreni duri' alla coltivazione. Le civiltà della Grecia e dell'Italia non sarebbero state possibili senza questi progressi.

Innovazioni e progressi si ebbero anche nei sistemi di irrigazione, nel campo della concimazione e in quello della rotazione dei terreni. Il sistema di rotazione dei tre campi era probabilmente già noto nella Grecia classica sin dal quarto secolo a.C. Tutte queste innovazioni furono perfezionate attraverso i secoli dell'epoca classica e medievale, da società differenti a seconda dei particolari bisogni e delle diverse condizioni ambientali. Si trattò di una lenta ma irresistibile accumulazione di conoscenze, che si arricchiva giorno per giorno mediante l'esperienza e l'osservazione pratica e che si trasmetteva di generazione in generazione e da una zona all'altra.

Nello stesso tempo, l'uomo fece analoghi progressi nello sfruttamento delle creature 'non sapienti.' Il numero degli animali addomesticati crebbe di continuo: essi furono migliorati mediante l'ibridazione e diffusi su aree geografiche sempre più vaste. Importanti progressi furono pure conseguiti nell'impiego dell'energia meccanica delle bestie da tiro. La scoperta della ruota e delle briglie e l'invenzione del ferro di cavallo furono eventi di somma importanza.

Non sappiamo esattamente quando sia stata scoperta la ruota. Sappiamo però che veicoli a ruote erano usati a Sumer e nella Valle dell'Indo attorno al 3000 a.C. Il loro uso si diffuse in Egitto, e forse anche in Cina, prima del 1500 a.C. L'esemplare più antico di una ruota da carro in legno in Europa è stato rinvenuto lungo un itinerario neolitico in Olanda ed è stato datato provvisoriamente al 1900 a.C. Fino a tempi recenti, però, veicoli a ruote non furono usati diffusamente nei trasporti terrestri a causa della mancanza di strade e ponti idonei.

L'uomo apprese molto presto come attaccare cavalli e buoi a carri e aratri. Fu questo un grande passo avanti nell'utilizzazione dell'energia meccanica degli animali da tiro e la tecnica dell'attacco fu perfezionata gradualmente nel corso del tempo. Il bue fu attaccato molto più facilmente del cavallo. Poiché il collo del bue sporge in avanti dal corpo dell'animale, a differenza della testa del cavallo che è più eretta verso l'alto, e poiché la colonnna vertebrale del bue forma una struttura ossea alla quale può essere attaccato facilmente un giogo, un equipaggiamento soddisfacente per il bue fu escogitato facilmente già in epoca molto antica. Questa soluzione non era però applicabile al cavallo. Il tipo più antico di finimenti per il cavallo, quelli alla gola e al sottopancia, consisteva in una cinghia che passava attorno al ventre e alla parte posteriore della regione delle costole, e il punto di trazione era fissato nella parte superiore della cinghia. Per evitare che la cinghia scorresse lungo il corpo dell'animale verso la parte posteriore, gli antichi la combinarono a un collare di gola che incrociava diagonalmente il garrese e circondava il collo dell'animale. La conseguenza inevitabile era che quando l'animale era impegnato in una trazione vigorosa, il collare gli premeva sulla gola soffocandolo e diminuendo quindi la sua efficienza. Nonostante i suoi limiti, l'attacco gola-sottopancia ebbe una grande diffusione nel tempo e nello spazio. Lo troviamo in raffigurazioni caldaiche dall'inizio del terzo millennio a.C. in avanti a Sumer, in Assiria e in Egitto dal 1500 a.C. L'Europa Occidentale e l'Islam non conobbero altro tipo di attacco fino al 600 d.C. Esso era ancora in uso in talune parti del vecchio mondo negli ultimi secoli del Medioevo. Nel corso del tempo furono sviluppati però tipi più efficaci di finimenti per cavalli. In Cina il collare da traino apparve attorno al terzo secolo a.C. Fu ancora in Cina che apparvero, nel primo secolo a.C., gli efficienti finimenti a collare, i quali si diffusero in Europa attorno al IX secolo d.C.

Un altro importante progresso fu la scoperta del ferro di cavallo. Scavi compiuti in Austria suggeriscono che il ferro di cavallo sia stato inventato dalle popolazioni celtiche che abitavano le Alpi verso il 400 a.C., ma esso divenne di uso generale in Europa solo molto più tardi. Senza di esso, un cavallo o un bue impiegato su di un terreno duro e roccioso consumava rapidamente i suoi zoccoli ed una ferita di poco conto alle zampe poteva inutilizzare per sempre un animale altrimenti utile e sano. L'uso dei ferri, fissati mediante chiodi, rese di gran lunga più efficienti e duraturi i buoi e i cavalli.

Dobbiamo anche ricordare gli attrezzi quali il martello, le tenaglie, la sega, il tornio da vasaio, il telaio, il torchio, i vari tipi di utensili, in particolare la leva, la vite, il cuneo, la puleggia (che sembra esser stata sconosciuta ai costruttori delle piramidi).

L'esemplare più antico di ruota di vasaio che si sia conservato proviene da Ur ed è datato al 3250 a.C. Questo utensile era regolarmente in uso a Creta all'inizio del Minoico Medio e fu diffuso nell'area mediterranea da coloni greci, etruschi e punici. Non ci sono attestazioni della filatura e della tessitura prima del Neolitico, anche se le antiche popolazioni di cacciatori usavano corde e fili per allacciare, legare e cucire. Fibre vegetali e lana furono fra i più antichi materiali filati e tessuti in tutto il Medio Oriente e l'Egitto. Frammenti di tele di lino risalenti al 4500 a.C. circa furono rinvenuti al Fayum. Il più antico tessuto di cotone che si conosca proviene da Mohenjodaro, in India, e risale al 2500 a.C. La scoperta di tali tecniche e dei loro perfezionamenti rimane purtroppo anonima e appartiene al capitolo della storia più buio.

Quanto precede illustra il carattere fondamentale dei progressi che si verificarono nel periodo compreso tra la Rivoluzione Agricola e quella Industriale: tali progressi si limitarono ad aumentare l'efficienza dell'uso dell'energia muscolare dell'uomo e dei convertitori vegetali ed animali. L'umanità, insomma, impiegò secoli e millenni a perfezionare la scoperta fondamentale del Neolitico. A questa tendenza generale si ebbero tuttavia alcune eccezioni, di cui le più importanti furono il mulino a vento e la barca a vela.

La storia dell'invenzione del mulino ad acqua è complicata. Come scrive il professor Needham, 'forse la ruota ad acqua orizzontale e la ruota ad acqua verticale furono due invenzioni del tutto distinte.' D'altra parte la datazione comparata dell'utilizzazione dell'energia idrica in Cina e in Occidente ci fornisce un caso imbarazzante di approssimativa simultaneità. I mulini ad acqua erano noti in Occidente nel primo secolo a.C. ma almeno per due secoli il loro numero rimase esiguo. Secondo alcuni autori il mulino ad acqua fu adottato in tutta l'Europa Occidentale solo quando la mano d'opera servile cominciò a scarseggiare. Questa spiegazione potrebbe essere troppo semplicistica ma è un fatto che la svolta ebbe luogo nel Medioevo. Nell'Europa medievale i mulini ad acqua non vennero usati più solo per macinare il grano e per spremere le olive ma furono applicati ad altre attività produttive come la produzione di tessuti, carta e ferro. Grazie all'uso di mulini ad acqua nella produzione di tessuti la manifattura tessile conobbe uno sviluppo straordinario nell'Inghilterra del Duecento. Alla fine del Settecento in Europa c'erano più di mezzo milione di mulini ad acqua, e un gran numero di essi avevano più di una ruota. In Cina la comparsa del mulino ad acqua fu press'a poco contemporanea alla sua comparsa in Occidente. Abbastanza paradossalmente, però, la prima menzione dei mulini ad acqua in Cina non è connessa alla rotazione di macine ma al compito complesso di gonfiare mantici per la metallurgia.

I mulini a vento comparvero in Persia nel settimo secolo d.C. Il mulino persiano aveva un asse verticale. I cinesi del nord devono aver acquistato familiarità col mulino a vento persiano nel corso del Duecento. In Europa i mulini a vento fecero la loro comparsa verso la fine del dodicesimo secolo. Una tradizione tenace ha sostenuto che l'idea dei mulini a vento fu introdotta dall'Oriente dai primi crociati. Il mulino a vento occidentale, con l'asse orizzontale, fu però fin dal principio così diverso da quello persiano da farne un'invenzione quasi completamente nuova. Esso si diffuse rapidamente dalla Normandia all'intera Francia, all'Inghilterra, ai Paesi Bassi, alla Germania settentrionale e all'area del Baltico, mentre nell'Europa Centrale e Orientale fece la sua apparizione solo dopo il Quattrocento.

Imbarcazioni a vela comparvero molto presto e si diffusero in breve tempo in quasi tutti i paesi del mondo. Il primo indizio sicuro della loro esistenza si conserva al British Museum: su due vasi predinastici di stile amraziano provenienti dal medio Egitto, sono dipinte figure che rappresentano senza dubbio imbarcazioni a vela. Questi vasi risalgono probabilmente a circa il 3500 a.C. Molte altre prove indicano che imbarcazioni a vela solcavano il Mediterraneo orientale attorno al 3000 a.C.

La scoperta e la diffusione di questi tre convertitori – il mulino ad acqua, il mulino a vento, e la nave a vela – permisero all'uomo di imbrigliare l'energia prodotta dall'acqua e dal vento. La nave, in particolare, si dimostrò atta a fornire notevoli contributi allo sviluppo economico. Non è per puro caso che tutte le grandi civiltà del passato si sono sviluppate presso fiumi o sulle sponde di piccoli mari interni facilmente navigabili.

Ciò nonostante, l'importanza dei tre nuovi convertitori non deve essere sottovalutata. Fino al Medioevo l'uomo non fece un uso molto esteso dei mulini ad acqua e a vento e, anche quando essi incontrarono maggiormente il favore generale, le loro caratteristiche tecniche ne limitarono rigorosamente l'adozione a certe aree geografiche e a particolari settori dell'attività economica. Inoltre sia i mulini ad acqua sia i mulini a vento avevano una potenza unitaria limitata. Nel Duecento i mulini ad acqua in Occidente avevano ruote di diametro compreso fra metri 1 e 3,5, con una potenza corrispondente di 1 -3,5 HP. Nel Seicento era possibile costruire ruote di dieci metri di diametro ma la maggioranza dei mulini venivano costruiti ancora con ruote di 2-4 metri di diametro. I costruttori preferivano moltiplicare il numero delle ruote piuttosto di dover affrontare tutti i problemi connessi alla concentrazione dell'energia su una singola ruota. I mulini a vento avevano una potenza maggiore, raggiungendo facilmente i 10-30 HP unitari, ma per ovvie ragioni non divennero mai così comuni e familiari come i mulini ad acqua. L'imbarcazione a vela aveva una gamma molto maggiore di possibilità, ma fino al Quattrocento la navigazione, in parte per motivi tecnici e in parte a causa di esigenze difensive, continuò a fondarsi prevalentemente sulla forza del lavoro dell'uomo, facendo ricorso alla vela solo come sorgente di energia complementare.

Si dovrebbe ancora osservare incidentalmente che, sino ai tempi più remoti in zone geografiche ben delimitate, carbone, asfalto, petrolio e metano furono usati come conbustibili per scopi di riscaldamento ed illuminazione o militari. Si trattò, tuttavia, di casi isolati ed eccezionali il cui apporto alla quantità totale di energia disponibile rimase assolutamente trascurabile.

In conclusione, si può affermare che sino alla Rivoluzione Industriale l'uomo continuò a soddisfare il suo bisogno di energia basandosi soprattutto sulle piante e sugli animali: sulle piante, per ottenere cibo e combustibile, sugli animali per disporre di cibo e di energia meccanica. L'impiego di altre fonti – soprattutto della forza del vento e dell'acqua – rimase nettamente limitato. Pur non esistendo nessun dato su cui basare una esatta valutazione quantitativa, ci si potrebbe arrischiare ad affermare – tenendo conto delle caratteristiche generali suesposte – che dall'ottanta all'ottantacinque per cento dell'energia totale a disposizione dell'umanità in un'epoca qualsiasi precedente la Rivoluzione Industriale era fornita dalle piante, dagli animali e dagli uomini stessi.

La proporzione esatta in cui il vento e l'acqua integrarono le altre fonti energetiche di base variò ovviamente da società a società e da epoca a epoca e lo stesso accadde per il grado di efficienza con cui furono sfruttate le fonti d'energia disponibili. Queste diversità dipesero dai diversi tipi di cultura e di istruzione, dai differenti livelli tecnologici, dalle condizioni di pace o di guerra e dai vari ambienti geofisici. Qualunque ne fosse la causa, la disponibilità di energia pro capite dovette variare notevolmente da una società agricola all'altra. Non occorrono particolari argomentazioni per convincersi che il consumo medio di energia pro capite dell'Europa Occidentale dev'essere stato molto più elevato durante il tredicesimo secolo che durante il settimo, o che il romano medio del primo secolo dopo Cristo deve aver avuto a sua disposizione (pur prescindendo dal lavoro degli schiavi) una quantità di energia di gran lunga superiore a quella di un qualsiasi coltivatore neolitico di Jarmo nel quinto millennio avanti Cristo.

Ciò nondimeno, il fatto che le principali fonti di energia diverse dal lavoro muscolare dell'uomo siano rimaste limitate principalmente alle piante e agli animali deve aver posto un limite superiore alla possibile espansione della quantità di energia a disposizione di una qualsiasi società agricola del passato. Il fattore limitativo, sotto questo aspetto, è dato fondamentalmente dalla quantità di terra disponibile.

Si dovrebbe aggiungere che, nonostante un progresso quasi continuo, l'efficienza con cui piante e animali furono sfruttati rimase relativamente bassa fino alla Rivoluzione Industriale. Ancora alla fine del Seicento i rendimenti ottenuti nella coltivazione del grano in terreni fertili nelle aree europee più avanzate si aggiravano attorno al 5 e all'8% e raramente raggiungevano il 10.

È impossibile – per non dire irrilevante – determinare il massimo teorico di energia disponibile pro capite all'interno di una società agricola preindustriale dotata di una distribuzione ottimale dei redditi, di una situazione tecnologica ottimale, delle migliori condizioni sociali e culturali, di un optimum di capitale disponibile, e così via. Ma una stima molto grossolana del massimo storico non è probabilmente impossibile. In effetti, considerando le società agricole contemporanee – in cui si è sviluppato, in una certa misura, l'impiego di nuove fonti di energia – ci si potrebbe arrischiare a dire che, prescindendo da un numero ristretto di tribù primitive che presero l'abitudine di bruciare quantità incredibili di legname, la maggior parte delle società agricole del passato deve aver avuto un consumo complessivo pro capite di energia inferiore alle 15.000 – e, probabilmente, alle 10.000 – calorie giornaliere. E la quasi totalità del consumo si riferiva al cibo e al riscaldamento. La diffusione della schiavitù fu appunto una delle conseguenze di questa generale penuria di altre forme di energia.

Carlo M. Cipolla, Uomini, tecniche, economie, traduzione di F. Praussello, Feltrinelli, Milano 1994.

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