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Da dove viene linguaggio? Si tratta di una struttura cognitiva innata nel genere umano o va concepito come un comportamento appreso, riconducibile al più generale processo d’interazione che ciascuno intrattiene col mondo? La prima tesi, che è al centro delle ricerche di Noam Chomsky, presuppone l’esistenza di una grammatica universale alla base di tutte le lingue; la seconda, sviluppata da Jean Piaget, sottolinea il ruolo attivo della mente umana. Ecco come John Barrow discute le suggestioni e i limiti delle due posizioni.
Dopo Babele: una digressione linguistica
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C’è un’area della ricerca attuale in cui il dilemma che contrappone l’istinto al comportamento appreso ha una posizione centrale: l’origine del linguaggio. Il linguaggio è così fondamentale per la nostra esperienza cosciente che non riusciamo a concepirne l’assenza. Senza il linguaggio siamo bloccati. Buona parte del nostro pensiero cosciente è percepito come un colloquio silenzioso con noi stessi. Ma qual è l’origine del linguaggio? Esistono due opinioni contrapposte e molte posizioni intermedie. A un estremo è la concezione secondo cui tutte le nostre capacità linguistiche e cognitive sono latenti in noi dalla nascita, dopodiché si dispiegano per gradi seguendo una scala temporale e una logica geneticamente e universalmente preprogrammate. Tale programmazione fa parte di ciò che definisce un essere umano. All’altro estremo troviamo l’idea secondo cui la mente neonata è una tabula rasa su cui la conoscenza verrà impressa soltanto attraverso l’interazione con il mondo. La prima di queste concezioni sull’origine del linguaggio è stata studiata ed elaborata nel modo più esteso dal linguista americano Noam Chomsky, che fu il primo a promulgarla alla fine degli anni Cinquanta, sfidando la forte opposizione degli antropologi e degli studiosi di scienze sociali. La visione opposta, secondo cui la nostra valutazione del mondo sarebbe creata interamente dalle interazioni che abbiamo con esso, viene spesso associata allo psicologo svizzero Jean Piaget, il quale tentò di collocarla su solide fondamenta compiendo ampi studi sui processi d’apprendimento nei bambini. Uno dei principali interessi di Piaget era il processo attraverso cui i bambini giungono ad afferrare concetti matematici, geometrici e logici maneggiando giocattoli che forniscono informazioni concrete su tali astrazioni. Nozioni semplici come l’uguaglianza, il fatto che una quantità sia maggiore o minore di un’altra, l’invarianza di un oggetto quando lo si muove, e così via, sono ricavate dalla realtà attraverso l’esperienza del gioco. Un trenino, per esempio, permette i comprendere concetti di logica e geometria, poiché la sua costruzione richiede l’assimilazione delle regole che governano la sistemazione coerente dei tratti di rotaia. Anche se la soluzione proposta da Piaget appare accettabile per molti aspetti delle nostre prime esperienze di apprendimento, l’acquisizione delle abilità linguistiche le contrappone un certo numero di fatti sorprendenti dei quali Chomsky si servì per sostenere che il linguaggio è un istinto innato.
Anche quando sono esposti alla struttura del linguaggio – sintassi e grammatica – solo a un livello superficiale, i bambini sono comunque in grado di realizzare molte costruzioni astratte complicate. L’esposizione media al linguaggio di un bambino di cinque anni non è sufficiente per spiegare le sue capacità linguistiche. I bambini possono utilizzare e capire frasi che non hanno mai sentito. Per quanto possano essere poco dotati in altre attività, i bambini sani non falliscono mai nell’apprendimento del linguaggio. Questa capacità è ottenuta senza alcuna istruzione specifica. La quantità di interazione con l’ambiente sperimentata dai bambini non basta a spiegare le loro capacità linguistiche. Sembra che i bambini sviluppino più rapidamente le proprie capacità linguistiche nell’età compresa fra i due e i tre anni, indipendentemente dai livelli di esposizione. Gli individui di età maggiore che tentano di imparare una lingua straniera non hanno un uguale successo, e gli adulti non sono affatto sensibili al medesimo processo di apprendimento. A quanto pare, la capacità dei bambini di assorbire il linguaggio come spugne viene meno a un’età precoce.
Il linguaggio sembra essere una facoltà di portata potenzialmente infinita. Com’è possibile che derivi esclusivamente dall’esperienza assai limitata e necessariamente finita del mondo? Uno studio strutturale dettagliato delle lingue umane ha rivelato che esiste una profonda uniformità nella loro struttura grammaticale, al punto che un visitatore extraterrestre potrebbe, in una certa misura, concludere che tutti gli esseri umani parlino dialetti diversi di una stessa lingua.
Secondo Chomsky il linguaggio è una particolare facoltà cognitiva umana innata. Il nostro cervello contiene un “circuito” neurale geneticamente programmato che predispone chi apprende a compiere i passi che conducono al linguaggio. Questo “cablaggio” iniziale del cervello è condiviso dai membri della nostra specie. Quando siamo esposti per la prima volta a un ambiente in cui si parla una determinata lingua, è come se venissero fissati certi parametri di quel programma che tutti noi abbiamo incorporato, ed esso funzionasse poi utilizzando il vocabolario, la grammatica e la sintassi fondamentali della lingua che ascoltiamo. L’estensione e il livello di approfondimento che risultano da questo processo varieranno da persona a persona, e saranno molto suscettibili a minime variazioni nelle esperienze dei singoli individui. Questo è il motivo per cui i bambini piccoli si adattano al linguaggio e lo assimilano con tanta facilità. In sostanza Chomsky sosteneva che il linguaggio non è un’invenzione umana. Esso è insito nella natura umana, proprio come saltare è insito nella natura del canguro. Ma ciò che è insito è un tipo di programma, che si sviluppa in risposta a stimoli esterni. Come avvenga questo sviluppo è materia di grandi controversie e ricerche.
Chomsky considera l’acquisizione del linguaggio da parte di un bambino semplicemente come uno dei molti esempi di preprogrammazione genetica che gli forniscono l’equipaggiamento necessario per passare dall’infanzia alla giovinezza e alla vita adulta. Prima che Chomsky proponesse le sue idee, i linguisti avevano focalizzato l’attenzione sulla costruzione delle grammatiche di tutte le possibili lingue umane (se ne conoscono quasi tremila). Chomsky capovolse le cose. Partendo dall’ipotesi che la mente sia in possesso di una “grammatica universale” ignota, dotata di parametri variabili che possono essere configurati in modi diversi per linguaggi diversi, la ricerca consiste nella scoperta della grammatica universale di base dagli studi delle lingue umane che da essa derivano. Chomsky notò che noi possediamo una sensibilità intuitiva per la struttura formale del linguaggio, che è indipendente dal significato. Egli ci propone la frase: “Idee verdi incolori dormono furiosamente”. Che questa frase sia priva di significato ci è chiaro, eppure intuiamo che la sua grammatica e la sua forma appaiono corrette. Le categorie di pensiero che descrivono la forma possono esistere indipendentemente dalla necessità di preoccuparsi del significato. Sono queste categorie formali che Chomsky considerava la chiave del linguaggio, e il suo programma di ricerca fu dedicato a isolare gli elementi formali fondamentali che costituiscono la grammatica universale alla base di tutte le lingue.
Piaget presenta l’intelligenza umana come qualcosa che elabora l’informazione proveniente dal mondo esterno, e costruisce per gradi un modello di realtà che si fa sempre più sofisticato mentre attraversiamo l’infanzia. Egli ricorre a questo processo di interazione come base di tutte le nostre capacità cognitive. Al contrario, Chomsky sembra negare un tale ruolo attivo della mente, considerandola piuttosto come un recettore passivo di informazioni. Il bambino non riceve un’impressione definitiva di come le cose sono realmente, ma fissa i parametri di un qualche programma preesistente nella mente. La nostra preprogrammazione linguistica è dedicata esclusivamente al suo scopo, e non fa parte di un programma più generale per la risoluzione di problemi di ogni tipo, come sosteneva Piaget. È proprio quest’ultima affermazione che rende la posizione di Piaget difficile da difendere. Se l’acquisizione del linguaggio non è altro che una parte dello sviluppo della nostra capacità di risolvere problemi, allora perché in pratica è così peculiare? Fino alla mezza età e oltre, non abbiamo grossi problemi ad apprendere ogni genere di altri comportamenti e ad acquisire altre capacità; ma la nostra attitudine istintiva all’acquisizione del linguaggio non sopravvive oltre la prima infanzia. Dopo aver appreso la propria lingua madre, configurando i “commutatori” nel loro programma universale innato, le persone dotate di talento per le lingue si distinguono per l’abilità di modificare le configurazioni e di imparare altri idiomi, benché non li apprendano nello stesso modo in cui un bambino acquisisce la propria lingua madre.
Se supponiamo che la nostra mente sia davvero in un certo modo cablata per l’acquisizione del linguaggio, è giusto chiederci se sia possibile circoscrivere ulteriormente la sua natura. Il linguista Derek Bickerton ha suggerito che noi non siamo solo “cablati” con una grammatica universale e con regolazioni modificabili che si fissano quando ascoltiamo una lingua. Siamo invece “cablati” con alcune di quelle regolazioni già fissate. Esse rimangono in tale configurazione finché non sono riprogrammate dalla lingua che il bambino sente parlare nel suo ambiente. L’aspetto interessante di questa teoria è che permette di eseguire alcuni test. Se il bambino cresce in una cultura in cui la lingua parlata è un miscuglio primitivo e semplificato di lingue diverse, come il pidgin, allora le regolazioni iniziali non verranno riprogrammate e sopravviveranno. Ci sono prove del fatto che le regolazioni iniziali siano quelle di una semplice forma di lingua creola. Fra i bambini persistono errori di grammatica e di disposizione dei termini, come la doppia negazione, che sono caratteristici delle lingue creole. Così, chi non è stato esposto a una grammatica specifica che regoli i suoi “commutatori” linguistici sulla nuova forma, ritorna alle grammatiche creole innate. Se il bambino non ascolta alcuna lingua strutturata in modo sistematico, ma cresce circondato da idiomi misti non strutturati, le regolazioni originali di tipo “creolo” tenderanno a perdurare e sarà più difficile modificarle col passare del tempo.
Infine, potremmo aggiungere che Chomsky sembra avere un atteggiamento ambiguo riguardo all’origine della nostra grammatica universale. Benché ci siano forti indizi del fatto che il linguaggio sia istintivo, e non sia invece un comportamento appreso, dobbiamo ancora spiegare l’origine della grammatica universale, determinare se si tratta di una fra molte possibilità e scoprire il processo graduale attraverso cui si è evoluta a partire da sistemi più primitivi di suoni e segni. Fino a oggi sono stati compiuti pochi progressi nella risoluzione di tali problemi. In termini generali, possiamo ritenere che il linguaggio sia adattivo: esso conferisce vantaggi enormi a coloro che lo utilizzano. Una volta che il linguaggio divenne una possibilità genetica, ci fu un’enorme pressione per la sua propagazione, e un’enorme selezione per il suo miglioramento. È probabile tuttavia che la sequenza esatta dei passaggi evolutivi sia piuttosto complicata da ricostruire, dato che il linguaggio ha bisogno, per poter essere efficace, di una combinazione di schemi anatomici che corrispondano alla programmazione mentale.
Un senso della realtà: l’evoluzione delle rappresentazioni mentali
[…] L’idea kantiana secondo cui il nostro apparato conoscitivo separa la concezione che abbiamo del mondo dalla sua realtà va modificata alla luce di ciò che abbiamo imparato sull’evoluzione degli organismi e dell’ambiente. Anche il processo cognitivo è soggetto a evoluzione. Platone fu il primo a riconoscere che l’“osservazione” comporta il compimento di un’azione. I nostri sensi sono già pronti e funzionanti prima di ricevere delle sensazioni. Ma a questa intuizione potenzialmente profonda Platone faceva seguire un’affermazione meno convincente: la nostra conoscenza istintiva delle cose deriva dal fatto che possediamo una preconoscenza dei modelli ideali di ogni entità particolare che possiamo incontrare nel mondo. Questo è un modo estremamente inefficiente di concepire un sistema. Kant fu assai più parsimonioso: egli non intendeva attribuirci una conoscenza intrinseca di ogni entità particolare, ma soltanto di categorie generali e di modalità di interpretazione. Usando queste categorie possiamo costruire concetti delle cose, così come potremmo costruire edifici usando mattoni. Queste categorie di pensiero innate avrebbero dovuto essere comuni a tutti gli uomini sani. Ma perché dovrebbe essere così? Dato che Kant non era in grado di dire da dove venissero questi scompartimenti mentali, non poteva essere sicuro che all’improvviso essi non cominciassero a cambiare, o che non differissero da una persona all’altra.
C’è una verità fondamentale riguardo alla natura delle cose che noi oggi siamo in grado di comprendere appieno, ma Kant non poteva conoscere. Noi sappiamo che il mondo non è comparso così com’è. Esso è soggetto alle forze inevitabili del cambiamento. Questa visione delle cose cominciò a emergere nel diciannovesimo secolo. Gli astronomi tentarono di descrivere il modo in cui il sistema solare poteva essersi formato a partire da uno stato precedente, caratterizzato da un maggior disordine; i geologi cominciarono ad accettare l’evidenza della documentazione fossile; i fisici presero coscienza delle leggi dalle quali sono governati i cambiamenti che possono aver luogo, nel tempo, in un sistema fisico. Ma fu Darwin a fornire il contributo più significativo, ed è ormai chiaro che la sua teoria può insegnarci cose importanti non solo sui moscerini della frutta o sugli habitat degli animali, ma anche sulle profonde questioni poste da Kan riguardo al rapporto fra realtà e realtà percepita.
Un esame del processo evolutivo che ha accompagnato lo sviluppo della complessità della vita dissipa alcuni dei misteri sulle ragioni per cui condividiamo categorie di pensiero simili: perché possediamo molte delle categorie che possediamo, e perché esse restano costanti nel tempo. Il motivo è che queste categorie si sono evolute, insieme al cervello, tramite il processo di selezione naturale. Questo processo seleziona le immagini del mondo che forniscono il modello più accurato della vera realtà nello scenario di esperienze in cui ha luogo l’adattamento. La biologia evolutiva offre dunque sostegno a una prospettiva realistica su una parte importante del mondo: quella parte la cui corretta comprensione è vantaggiosa. Molte di queste conoscenze apprese non ci pongono semplicemente in una situazione di vantaggio rispetto a chi le possiede in misura minore: esse sono condizioni necessarie per la continuazione dell’esistenza di ogni forma di vita complessa. Una mente che nascesse spontaneamente dotata di immagini del mondo non corrispondenti alla realtà non riuscirebbe a sopravvivere. Essa conterrebbe modelli mentali del mondo che, posti di fronte all’esperienza, si rivelerebbero falsi. Che ci piaccia o no, la nostra mente e il nostro corpo esprimono informazioni sulla natura dell’ambiente in cui si sono sviluppati. I nostri occhi si sono evoluti come recettori di luce attraverso un processo di adattamento in risposta alla natura della luce. La loro struttura ci dà informazioni sulla vera natura della luce. Non c’è spazio per l’opinione secondo cui la nostra conoscenza della luce non è altro che una creazione mentale. Proprio perché è una creazione della nostra mente, la nostra conoscenza della luce contiene elementi di una realtà sottostante. Il fatto che possediamo gli occhi testimonia la realtà di quell’entità che chiamiamo luce.
Non sappiamo se siamo soli nell’Universo, ma certamente non siamo soli sulla Terra. Ci sono altri esseri viventi dotati di vari livelli di “coscienza”, che si rispecchiano nella diversa raffinatezza dei modelli mentali del proprio mondo che sono in grado di creare. Alcune creature hanno la facoltà di creare un modello che può simulare il futuro nell’ipotesi che esso si svilupperà in modo identico a quanto avvenne in circostanze simili nel passato. Altre creature, come i coccodrilli, non posseggono questa capacità di collegare passato, presente e futuro, e vivono in un eterno presente. Tutti gli animali e le piante hanno codificato un modello dell’Universo, o hanno incorporata una teoria su di esso, e ciò fornisce loro i mezzi per la sopravvivenza nell’ambiente di cui hanno avuto esperienza. Il grado di raffinatezza di questi modelli varia molto. Sappiamo che una formica è programmata geneticamente per eseguire determinate attività all’interno della sua colonia. Essa possiede un modello semplice di una piccola porzione del mondo. Gli scimpanzé possiedono un modello della realtà più sofisticato, ma sappiamo che esso rappresenta comunque una semplificazione drastica di ciò che è possibile conoscere del mondo. Potremmo mettere uno scimpanzé in una situazione che vada oltre le sue capacità di interpretarla correttamente; per esempio ai comandi di un simulatore di volo. Pur essendo più sofisticate di quelle di ogni altra forma di vita terrestre, anche le nostre rappresentazioni mentali del mondo sono nondimeno incomplete. Ma è rimarchevole il fatto che esse siano abbastanza complete da permetterci di riconoscere la loro incompletezza. Sappiamo che quando osserviamo una sedia riceviamo solo alcune delle informazioni disponibili. I nostri sensi sono limitati. “Vediamo” solo certe lunghezze d’onda della luce; “sentiamo” solo una certa serie di odori; “percepiamo” solo una certa gamma di suoni. Se non vediamo nulla, ciò non significa che non ci sia nulla. L’estensione qualitativa e quantitativa dei nostri sensi è anche una conseguenza del fatto che il processo di selezione deve distribuire risorse limitate. Avremmo potuto sviluppare occhi mille volte più sensibili, ma allora avremmo dovuto pagare una tale capacità visiva con il consumo di risorse che sarebbe stato possibile sfruttare in altro modo. Alla fine, abbiamo avuto una dotazione di sensi tale da rendere efficiente l’uso delle risorse disponibili.
Nonostante l’efficacia evolutiva di una visione fortemente realistica delle cose, bisogna stare attenti a non pretendere troppo. Abbiamo già visto che alcune caratteristiche dell’organismo possono rappresentare innocui sottoprodotti di adattamenti avvenuti per altri scopi. Lo stesso vale per le nostre immagini della realtà. Inoltre, ci troviamo in possesso di un intero corredo di facoltà che non presentano alcun vantaggio selettivo evidente. Wallace, che scoprì la teoria dell’evoluzione parallelamente a Darwin, non riuscì a cogliere questa sottigliezza, e concluse che molte capacità umane erano inspiegabili sulla base della selezione naturale. Ma Darwin fu più abile a comprendere che l’uomo è un miscuglio di capacità, adattamenti ormai inutili e sottoprodotti innocui. Sostiene l’eminente biologo teorico John Maynard Smith:
Colpisce il fatto che, benché Darwin e Wallace fossero giunti indipendentemente all’idea dell’evoluzione per selezione naturale, Wallace non seguì mai Darwin nel passo successivo di affermare che anche la mente umana è un prodotto dell’evoluzione… [Stephen Jay Gould suggerisce che lo fu]… perché Wallace aveva una concezione troppo semplicistica della selezione, secondo cui ogni aspetto di ogni organismo era prodotto della selezione, mentre Darwin aveva una posizione meno rigida, e riconosceva che molte caratteristiche sono accidenti della storia o corollari, non selezionati, di qualcosa frutto di selezione. Ora ci sono aspetti della mente umana che è arduo spiegare come prodotti della selezione naturale: poche persone hanno avuto un maggior numero di figli perché sapevano risolvere equazioni differenziali o giocare a scacchi a occhi bendati. Wallace, quindi, fu indotto a ritenere che la mente umana richiedesse un altro genere di spiegazione, mentre Darwin non ebbe alcuna difficoltà a pensare che una mente evolutasi per poter far fronte alla complessità della vita nelle società umane primitive avrebbe mostrato proprietà imprevedibili e non selezionate.
Mentre possiamo comprendere perché nozioni fondamentali come quelle di causa ed effetto siano necessarie a un’evoluzione per selezione naturale coronata da successo, non è altrettanto facile capire perché si dovrebbero accettare alla stessa stregua le immagini mentali delle particelle elementari o dei buchi neri. Quale valore per la sopravvivenza si può ascrivere alla comprensione della relatività o della teoria dei quanti? Gli uomini primitivi si evolsero con un certo successo per centinaia di migliaia di anni senza avere la minima idea della struttura profonda dell’Universo. Ma questi concetti astrusi non sono altro che insiemi di idee molto più semplici unite in maniera complessa. Tali idee più semplici hanno una diffusione molto più ampia, e sono utili per valutare una vasta gamma di fenomeni naturali. Le nostre sofisticate conoscenze scientifiche potrebbero essere considerate sottoprodotti di altri adattamenti per l’individuazione dell’ordine e di forme regolari nell’ambiente. L’ammirazione per l’arte è chiaramente legata in modo stretto a questa propensione. Ma la predisposizione a individuare forme regolari e ad ascrivere un ordine al mondo costituisce una necessità impellente. L’abbondanza di miti, leggende e pseudointerpretazioni del mondo testimonia la nostra propensione a inventare falsi principi ordinatori per interpretare il mondo. L’uomo teme ciò che non sa spiegare. Caos, disordine e caso erano strettamente collegati al lato oscuro dell’Universo: rappresentavano l’antitesi della benevolenza degli dèi. Una ragione di ciò è che l’individuazione dell’ordine si è trasformata da un’attività che comportava qualche gratificazione – l’individuazione di fonti di cibo, di predatori o di membri della propria specie – a una cosa fine a se stessa. La creazione di ordine, o la scoperta di un ordine, dà un senso di soddisfazione. Queste sensazioni hanno probabilmente origine in un passato evolutivo in cui la capacità di compiere quelle identificazioni aveva un valore adattativo.
Poiché la nostra mente e la nostra sensibilità si sono sviluppate in risposta a un processo di selezione che premia la corrispondenza alla realtà del mondo, possiamo aspettarci di scoprire variazioni in quelle facoltà mentali vincolate o determinate da qualche aspetto della struttura dell’Universo. L’ambiente in cui ci siamo evoluti è più profondo rispetto al mondo superficiale di altri esseri viventi. Esso scaturisce dalle leggi e dalle costanti della Natura che determinano la forma e la struttura stesse dell’Universo. La complessità della nostra mente e del nostro corpo riflette la complessità dell’ambiente cosmico in cui ci troviamo. La natura dell’Universo ha lasciato la sua impronta su di noi in modi che limitano le nostre facoltà sensoriali in modo sorprendente e inaspettato.
John D. Barrow, L’universo come opera d’arte. La fonte cosmica della creatività umana, traduzione di I. Blum e C. Capararo, Rizzoli, Milano 1997.
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Lingua e linguaggio; Linguistica; Grammatica; Filosofia del linguaggio
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