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Il dio salmone

Il dio salmone

Pesce diffuso nelle acque dolci e salate delle regioni fredde dell'emisfero settentrionale il salmone, che costituisce una risorsa preziosissima per l'industria ittica, è oggetto di approfondito studio da parte degli etologi e riveste un notevole valore simbolico per i popoli nativi dell'Oceano Pacifico. Studi recenti hanno però evidenziato il rischio della sua estinzione, dovuto principalmente ai molti ostacoli presenti nelle acque dei fiumi, ad esempio le dighe, e al trasporto forzato dei giovani salmoni a valle. Questi fattori impediscono il corretto svolgersi del ciclo biologico del salmone. Alcune organizzazioni ambientaliste hanno così avviato campagne e iniziative per la sua salvaguardia.

'Stavo nuotando con maschera e pinne in un tratto dell'alto Duckabush, Stato di Washington, quando vidi che qualcosa si muoveva dietro un grosso legno sommerso: era un gigantesco maschio di chum, con la livrea rossa screziata di nero. Mi avvicinai, riuscii a guardarlo negli occhi. Mi fissava senza mai indietreggiare. Per lui ero solo un'ombra, una delle tante ombre scure che lo stavano accompagnando verso l'aldilà. Poco dopo se ne andò. Per sempre'. Tom e chum, uomo e salmone. Tom è Tom Jay, scrittore e poeta, all'inizio di un viaggio che nel 1993, assieme alla fotografa Natalie Fobes, lo porterà a conquistare il premio Pulitzer con il libro-reportage Salmon: Reaching Home. L'altro è Onchorhynchus keta, alias salmone cane o chum, appunto. Per lui, invece, il viaggio è ormai giunto al capolinea.

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Uomo e salmone. Un guardarsi negli occhi tra due inguaribili viaggiatori, che ha radici millenarie. Pacific salmon, Pacific people recita il sottotitolo del libro di Jay-Fobes. Non poteva essere più azzeccato. Perché sulla scia lasciata da questi pesci durante il loro infinito peregrinare, dagli albori delle civiltà a oggi, si incrociano tradizioni, scienza, economia, protezionismo. Per gli indiani americani come per le etnie asiatiche il salmone è un dono da venerare; per gli etologi un mistero da svelare; per i pescatori una risorsa da sfruttare; per i protezionisti un tesoro da salvare. La nostra storia può cominciare da Marysville, Stato di Washington. Il vecchio Raymond Moses, leader degli indiani Tulalip, scuote il torpore mattutino della riserva percuotendo furiosamente il suo tamburo. Poco più in là, un gruppo di giovani fa altrettanto, mentre al centro di uno spiazzo un gigantesco pesce dai riflessi argentei viene adagiato su un elaborato giaciglio di frasche e mostrato al pubblico. È il 'salmone dell'anno', il primo intercettato durante la risalita verso i fiumi e i torrenti dell'entroterra: un ospite di riguardo che merita un trattamento assolutamente speciale. 'Il salmone è un dono dello Spirito che ha generato l'acqua, la terra e tutte le creature che vi abitano', sentenzia il saggio Moses. 'Se gli uomini lo rispetteranno e lo tratteranno con tutti gli onori, il popolo dei salmoni ritornerà ogni anno dalle profondità dell'oceano per sacrificare se stesso e fare in modo che noi tutti possiamo sopravvivere'. Anche dalla parte opposta del Pacifico, tra gli Ainu dell'isola giapponese di Hokkaido il salmone è essenzialmente un tramite tra l'uomo e il soprannaturale, un cibo sacro che trasmette potenza pura. 'In autunno gli Ainu osservano le foglie delle magnolie', racconta Tom Jay. 'Quando queste cominciano a cadere, è tempo di prepararsi: i chum stanno per arrivare. Il primo che rimane nella rete viene issato davanti a un grande falò e adorato con una speciale cerimonia. Il fuoco ha lo scopo di stabilire un contatto con il mondo soprannaturale. Mangiando il pesce, il popolo ottiene un duplice beneficio: dimostrare gratitudine agli dei e, soprattutto, appropriarsi di parte della sua straordinaria energia fisica'.

La stessa energia con cui un tempo le donne degli S'Kallam, tribù canadese dell'attuale British Columbia, svezzavano i loro figli. Il primo sockeye pescato dell'anno, Onchorhynchus nerka o salmone rosso per la scienza, veniva preso in braccio ancora vivo e cullato come un neonato recalcitrante. Poi veniva ucciso, pulito a regola d'arte con un coltello ricavato da una conchiglia e bollito. La sua carne era infine somministrata ai bambini, addobbati per l'occasione con penne d'aquila e truccati con i colori tradizionali della tribù.

Al di là del suo profondo legame con la civiltà dei nativi, il salmone oggi affascina ben altre 'popolazioni'. Quella degli zoologi, ad esempio. Alle prese con cinque specie di scalmanati che fanno la spola tra l'oceano e i fiumi nordamericani di Alaska, Canada, Stato di Washington, mentre altre due prediligono le coste asiatiche di Russia e Giappone. Genere Onchorhynchus, professione avventurieri. Fuggono da casa adolescenti, dedicano due o tre anni alle grandi traversate oceaniche e d'un tratto, quando è il momento di riprodursi, vengono presi da un'inguaribile nostalgia, da una sorta di imput tassativo: tornare al ruscello natìo. Per farlo sono pronti a tutto. Ritrovano via mare la foce giusta. Smettono di mangiare come gli innamorati. Sfidano le correnti, percorrendo fino a 60 chilometri al giorno. Risalgono le cascate provando e riprovando salti impossibili, fino ad arrivare a scorticarsi in pochi centimetri d'acqua.

Infine, l'epilogo: l'accoppiamento e la morte. Così descrive la scena Clarence Idyll, biologo di Vancouver, Canada: 'Mentre le femmine si danno da fare a colpi di coda per scavare il nido – una fossa lunga più di un metro e profonda una quindicina di centimetri – i maschi difendono il territorio dagli intrusi. Al momento dell'accoppiamento', prosegue Idyll, 'la femmina si adagia sul fondo del nido e il maschio la affianca. Poi entrambi cominciano a vibrare e contemporaneamente emettono sperma e circa 2.000-3.000 uova'. Dopo tre, quattro deposizioni consecutive, i riproduttori giacciono sul fondo privi di forze. La corrente li trascina lentamente verso la riva, dove muoiono al termine di una brevissima agonia. La loro festa è finita: incomincia quella degli orsi e delle aquile, che vedono il grande cimitero come un'invitante trattoria. Dopo poco più di due mesi si schiudono le uova. Gli avannotti misurano alla nascita un centimetro e sono universalmente chiamati alevin. A 2-3 centimetri sono fry; parr a 4-6 centimetri, smolt a 15-20. Sono proprio gli smolt, da uno a 4 anni d'età, che partono per l'oceano. Poche ed essenziali le domande da porsi a proposito dell'odissea: come fanno i salmoni, dopo 3-4 anni di permanenza in mare aperto, a ritrovare esattamente la foce da cui avevano preso il largo? E una volta arrivati nei pressi della foce, che cosa li guida nella risalita verso le montagne? 'Probabilmente, per non perdere la rotta, gli Onchorhynchus tengono d'occhio la posizione del sole', sosteneva tanti anni fa Arthur Hasler, professore all'Università del Wisconsin, osservando come i banchi di pesci seguissero sempre le stesse traiettorie circolari (ben note ai grandi pescherecci che li attendono al varco). Ma è stato smentito. I salmoni non perdono la bussola nemmeno di notte e con il cielo nuvoloso: i 'rossi' della Baia di Bristol, per esempio, cominciano il viaggio a giugno, quando il cielo nella zona è quasi sempre coperto.

L'ipotesi più plausibile è allora quella formulata recentemente dai ricercatori dell'Università di Washington, vera e propria mecca della 'salmonologia': il segreto sta nella capacità di riconoscere l'orientamento del campo magnetico terrestre. 'Quest'ultimo produce una serie di correnti a bassissimo voltaggio, che il salmone è in grado di captare e di seguire per allontanarsi dall'estuario e poi per ritornarvi', spiega l'esperto americano Brad Matsen, autore di libri e articoli su questo argomento. Da questo momento in poi, comincia il 'sentiero natura' degli Onchorhynchus verso l'interno. Gli animali innanzitutto si adattano all'acqua dolce, regolando l'osmosi interna attraverso l'apparato escretore. Sono ancora nel pieno della forma, slanciati e ben nutriti. Poi, nel corso della risalita che può durare vari mesi, subiranno importanti cambiamenti fisiologici e strutturali: le femmine si riempiranno di uova, le mascelle dei maschi si deformeranno fino ad assumere la tipica forma a uncino, la livrea diventerà assai appariscente. Ma l'attenzione degli studiosi, in questa fase, è puntata su un particolare anatomico assai meno evidente, almeno in un pesce: il naso. Pare infatti che l'olfatto del genere Onchorhynchus sia talmente sviluppato da avvertire, a valle, tracce minime di materiale organico e minerale disciolto a monte. 'Questi infinitesimali 'odori dell'infanzia', quindi, vengono riconosciuti e seguiti controcorrente', dice Brad Matsen. E sul fine fiuto del nostro viaggiatore cita due test. Il più semplice: versare un litro d'acqua, in cui è stata immersa la mano di un uomo o meglio ancora la zampa di un orso, in un torrente nel quale stanno per arrivare i salmoni e osservare come questi, a trenta metri di distanza, facciano dietrofront. Il più perfido: tappare le narici dei pesci con batuffolini di cotone. È stato fatto in un tratto dell'Issaquah Creek, Washington. 'Gli animali venivano raccolti a valle e rilasciati un poco più a monte, dove il corso d'acqua si divide in due rami', racconta Matsen. 'Ebbene, mentre quelli con le narici libere imboccavano la strada giusta, gli altri andavano dall'altra parte, chiaramente disorientati'.

'Invece di chiudere il naso ai salmoni, apriamo gli occhi alla gente: se non si corre ai ripari, questi pesci spariranno. Dalle nostre tavole, dalle cerimonie degli indiani, dall'intero ecosistema'. Così, più o meno, recita l'sos del SOS. Che non è un gioco di parole, ma il grido d'allarme lanciato in tutto il mondo via Internet dall'organizzazione nordamericana Save Our Salmons (SOS, appunto), cui fanno capo le principali associazioni ambientaliste, prima fra tutti Greenpeace (sito Internet: http/www.desk-top.org/sos). Prendendo come esempio il sistema idrografico del fiume Columbia, che scorre tra Canada e Stati Uniti e che da sempre è considerato una vera e propria autostrada per gli Onchorhynchus, le cifre fornite dal SOS parlano chiaro: all'inizio del secolo, ogni anno passavano di qui 15 milioni di salmoni all'anno (soprattutto sockeye, cioè il salmone rosso). Oggi ne circolano sì e no 300.000, cioè circa il 2 per cento dello stock originario. E nello Snake River, altro fiume dello stesso bacino, si può già parlare di estinzione: nel 1994 un solo, smarrito e stremato esemplare di Onchorhynchus ha risalito la corrente sotto gli occhi attoniti di protezionisti e pescatori. Ma perché il salmone sta sparendo? A questa domanda gli uomini di Save Our Salmons rispondono con tre iniziali: L, D, B. Ovvero: Lost of clean water (acqua sporca), Dams (dighe), Barging (trasferimenti forzati). 'A differenza di quanto avviene per altre specie di pesci, la minaccia qui non è tanto la pesca in alto mare, quanto gli ostacoli presenti nelle acque dei fiumi', spiega Mary McNutt, attivista di Greenpeace Canada. Da tre anni la sua organizzazione ha inviato una decina di attivisti alle Queen Charlotte Islands, nella British Columbia, pochi chilometri al largo di Vancouver, per tenere sott'occhio una delle cause principali della moria di salmoni canadesi: la deforestazione da parte delle grandi compagnie multinazionali del legname. 'Che cosa c'entri il taglio degli alberi con creature che vivono sott'acqua è presto detto', dice McNutt, che assieme ai suoi collaboratori sta facendo una campagna di sensibilizzazione sul problema presso la comunità degli indiani Haida, nativi delle isole. 'I tronchi tagliati sulle rive dei torrenti cadono in acqua, con un duplice effetto: ostruzione dei torrenti, intorbidamento e innalzamento della temperatura dei corsi d'acqua, con conseguenze disastrose soprattutto per le uova e gli avannotti. Senza contare che gli stessi macchinari impiegati per il taglio riversano nel fiume oli e altri composti, letali per i pesci'.

Le dighe e il trasporto forzato dei giovani salmoni a valle, sistema quest'ultimo che quindici anni fa era nato per salvaguardare il settore pesca e che invece si è dimostrato disastroso, sono tuttavia i problemi su cui gli esperti di Save Our Salmons si concentrano di più. Cominciamo dalle dighe. Costruite negli Stati del Nord-Ovest all'indomani della crisi economica del 1929, per produrre energia elettrica a un costo relativamente vantaggioso, hanno tuttora un ruolo fondamentale anche per controllare la portata dei fiumi e favorire la navigazione. 'Ma per i salmoni si sono rivelate degli ostacoli insormontabili, e in molti casi delle vere e proprie macchine di morte', dice Brad Matsen. 'Tanto per cominciare, i bacini artificiali modificano forzatamente i tempi di viaggio dei giovanissimi salmoni che scendono verso il mare: il tempo di percorrenza sale da due settimane a circa a tre mesi, con conseguente sconvolgimento dell'intero ciclo biologico. Poi c'è la terribile minaccia delle turbine in funzione. A questo proposito è stato calcolato che, in media, il 10-15 per cento degli avannotti viene maciullato a ogni diga. Ciò significa che nello Snake River, per esempio, dal 75 al 95 per cento dei pesci perde la vita prima di arrivare all'oceano'.

Possibili soluzioni? Aiutare i giovani Onchorhynchus ad aggirare l'ostacolo, per esempio. 'Ma in realtà è un finto aiuto', dicono i tecnici del SOS. E spiegano come un mandato governativo autorizzi a prelevare, sifonandoli, gli avannotti prima degli sbarramenti e a trasportarli a valle in camion-containers. Risultato: i piccoli si stressano oltremisura e muoiono a centinaia. Ma, soprattutto, perdono l'imprinting olfattivo di casa e quindi non saranno in grado di tornare una volta adulti. 'Ci rendiamo benissimo conto che sarebbe assurdo pretendere lo smantellamento delle dighe', dicono al SOS. 'Però potrebbero essere modificate, regolando il flusso in entrata e in uscita dai bacini, in modo che i livelli dell'acqua tra lago artificiale e torrente si avvicinino'. Costi? Secondo i calcoli dei ricercatori, la modifica degli sbarramenti negli Stati del Nord-Ovest verrebbe a costare all'utente non più di 2 dollari in più al mese rispetto alla norma. Una cifra irrisoria, se si pensa a quanto i salmoni rendano alle popolazioni che si affacciano sul Pacifico. 'Se noi perderemo questi pesci, perderemo nel solo Stato di Washington qualcosa come 60.000 posti di lavoro, con un indotto annuo di un miliardo e 250.000 dollari (circa 2.000 miliardi di lire), dicono gli uomini del SOS. 'La pesca ricreativa e soprattutto quella commerciale hanno da tempo cominciato a entrare in crisi: dieci anni fa, il padrone di un peschereccio di media stazza poteva portarsi a casa fino a 20.000 dollari alla settimana, e aveva le reti perennemente piene di Onchorhynchus. Oggi c'è chi sta davvero pensando di cambiare mestiere'.

Ma al capezzale del dio salmone si affollano soprattutto le tribù native, i cui rappresentanti cercano di farsi parte diligente presso le amministrazioni locali. 'Il grande pesce è parte integrante della nostra cultura', sentenzia il vecchio saggio Tulalip attorniato dai turisti, durante la cerimonia del ringraziamento alle forze soprannaturali. 'Con lui se ne andrebbe una parte importante dell'energia della Terra', aggiunge. Poi racconta una storia. Parla di un giovane straniero che aveva sposato una donna della tribù, ed era rimasto stupito dal fatto che, ogni giorno, le lische del salmone venissero cerimoniosamente ributtate nel fiume. 'Tornano nell'oceano, per per far sapere alle divinità che il loro dono è stato consumato, e che l'uomo lo ha tenuto in grande considerazione', fu la spiegazione della moglie. I turisti ascoltanoil grande capo, molti scattano fotografie. Pochi, forse, capiscono davvero.

Metello Venè, Il dio salmone, in Airone, Settembre 1998.

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