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La giornalista scientifica Joan Stephenson, in un articolo del settembre 1995 per Encarta Yearbook, ha esaminato la diffusione nel mondo della sindrome da immunodeficienza acquisita (AIDS) regione per regione. Tra il 1995 e il 1996, dopo la stesura di questo articolo, negli Stati Uniti si è registrata una diminuzione dei casi di AIDS.
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Dopo circa vent'anni dall'identificazione della sindrome da immunodeficienza acquisita (AIDS), modeste vittorie sono state ottenute contro la devastante diffusione di questa infezione. Nessuno dei paesi colpiti è ancora riuscito a fermarla e il virus HIV, che ne è il responsabile, prosegue nella sua progressiva espansione. Si stima che vi siano 18,4 milioni di individui sieropositivi (cioè portatori del virus) o malati di AIDS conclamata, ossia affetti da un insieme di patologie correlate. L'HIV, infatti, distrugge le difese del sistema immunitario, lasciando chi ne è colpito particolarmente vulnerabile a batteri, virus, funghi e altri parassiti e ad alcuni tipi di cancro; la maggior parte dei pazienti viene condotta alla morte da una o più malattie dovute a tali fattori patogeni, malattie che sono dette opportuniste, poiché insorgono nei soggetti già indebolito dall'attacco del virus HIV. Attualmente non esiste un trattamento in grado di curare definitivamente l'AIDS, o un vaccino che la prevenga. Sebbene il tasso di nuove infezioni da HIV sia diminuito in alcune zone del Nord America e dell'Europa occidentale, la sindrome si è diffusa con estrema rapidità nei paesi in via di sviluppo, dove si trova il 90% dei soggetti portatori di HIV. Si calcola che, dei milioni di persone infette, all'inizio del 1995 ben 11 milioni vivessero nell'Africa sub-sahariana, che risulta dunque la regione con la maggiore concentrazione di malati. Se finora è stata l'Africa il paese più duramente colpito, anche in altre aree si registra una tendenza all'aumento dei casi. In particolare, la regione in cui si prevede un'espansione esplosiva dell'infezione sembra essere l'Asia. Nel Sud-Est asiatico l'HIV ha già colpito più di 4 milioni di individui; in India sembra che il virus si stia diffondendo con la stessa velocità.
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Altre risorse |
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Una commissione internazionale di esperti di un organismo denominato GAPC (Global AIDS Policy Coalition), facente capo alla Harvard University, ritiene che, dal 1981, quando si registrarono i primi casi, all'inizio del 1995, in tutto il mondo siano stati infettati quasi 26 milioni di persone. Di questi, 7,5 milioni sono deceduti; dei rimanenti, 8,5 milioni hanno raggiunto la fase di AIDS conclamata, il che significa che le loro condizioni di salute sono peggiorate fino al punto che le cellule del sistema immunitario sono state distrutte, lasciando l'organismo incapace di affrontare vari tipi di infezioni e di forme tumorali. Molti esperti osservano che i numeri 'ufficiali', dichiarati dai governi, dei malati di AIDS nei paesi in via di sviluppo sono spesso inferiori a quelli reali, a causa di possibili errori diagnostici e della difficoltà di reperire i dati, soprattutto nelle regioni meno accessibili. Ad esempio, a partire dal 31 dicembre 1994 i vari organismi governativi hanno comunicato alla Organizzazione mondiale della sanità (OMS), ente statunitense di controllo della salute, l'esistenza di 1.025.073 casi di malati di AIDS, mentre questo organismo ha stimato, nello stesso periodo, un numero pari a 4,5 milioni, che supera dunque di ben 4 milioni quello indicato dai governi.
Ad ogni modo, anche se le stime sulla diffusione della sindrome possono variare, tutti gli studiosi sono concordi nel ritenere che i danni prodotti dall'AIDS diventeranno ancora peggiori di quelli attuali, prima che si possa raggiungere una fase di stabilizzazione. I medici, attualmente, dispongono di diversi strumenti terapeutici per tenere sotto controllo l'evoluzione della malattia o per affrontare le patologie che potrebbero condurre alla morte i pazienti; sono inoltre allo studio nuovi promettenti farmaci che potrebbero riuscire ad allungare la vita dei malati. Alcune sostanze, chiamate inibitori delle proteasi, stanno destando un notevole interesse tra gli studiosi. Alcuni ritengono che, anche se non in tempi brevi, si potrebbe riuscire persino a elaborare uno specifico vaccino. In una tale situazione generale, appare chiaro che l'unica vera arma possibile contro la sindrome da imunodeficienza è l'informazione. I mezzi più efficaci per limitare l'estendersi del virus sembrano consistere in progetti di educazione alla salute e di educazione sessuale, nella distribuzione gratuita di profilattici, allo scopo di incoraggiarne l'uso, e in campagne di informazione rivolte ai tossicodipendenti sul pericolo insito nello scambio di siringhe usate da più individui. Tali metodi preventivi risultano particolarmente efficaci, se si considera che negli Stati Uniti si è evidenziata una significativa diminuzione dei nuovi casi, soprattutto tra gli omosessuali e nei tossicodipendenti.
L'AIDS nel mondo
Poche zone della Terra sono state risparmiate dal virus HIV, che nelle diverse aree si è diffuso con modalità differenti. Ad esempio, in alcune zone del Nord America, la gran parte delle persone infettate è rappresentata da omosessuali e uomini bisessuali, o da tossicodipendenti che fanno uso di siringhe e dai loro partners sessuali. In Africa e in Asia, i soggetti colpiti sono eterosessuali che contraggono l'infezione attraverso frequenti contatti sessuali con diversi partners. Circa il 60% dei portatori di HIV, sia sieropositivi sia malati di AIDS, vive nell'Africa sub-sahariana, il 24 % in Asia, il 5% nell'America Latina, il 5% in Nord America, più del 3% in Europa e meno del 2% nei Caraibi.
Africa
L'Africa sub-sahariana, l'area dalla quale si originò l'epidemia negli anni Ottanta, è ancora la zona in cui il virus ha la maggiore morbilità, anche se l'Asia la sta raggiungendo. Quasi la metà dei 4 milioni di nuovi casi di infezione da HIV registrati nel 1994 si verificarono proprio in tale regione. In totale, agli inizi del 1995 più di 11 milioni di individui erano sieropositivi, tra i quali vi erano 700.000 malati di AIDS. Nelle fasi iniziali dell'epidemia, la principale causa di contagio furono i rapporti sessuali tra eterosessuali, ai quali si dovette il 90% dei casi; di conseguenza, si registrò un numero analogo di sieropositivi tra gli uomini e le donne. Inoltre, nell'Africa sub-sahariana si concentra l'89% dei bambini malati di AIDS di tutto il mondo. Al contrario di quanto avvenne nei paesi industrializzati, in questa area pochi casi di infezione si devono attribuire allo scambio di siringhe tra tossicodipendenti. Negli ultimi anni, l'AIDS si è estesa al Sud Africa; l'incremento dei casi di sieropositività in questa prospera regione del continente africano, è stato da 5000 casi nel 1990 a 1,2 milioni nell'ultimo anno (1995).
Asia
Gli esperti sono concordi nell'affermare che, dopo un avvio relativamente lento, la diffusione dell'HIV in Asia sta diventando esplosiva, in particolare nelle zone sud-orientali. All'inizio del 1995, si registrarono più di 4 milioni di sieropositivi nelle sole Thailandia, Birmania e India, dei quali 63.000 erano malati di AIDS. Inoltre, vi erano 129.000 sieropositivi nell'Asia orientale, di cui 4.000 malati di AIDS. I gruppi di popolazione a rischio di contagio sono diversi nelle differenti regioni asiatiche; è preponderante l'infezione tra eterosessuali, ma anche il passaggio del virus attraverso lo scambio di siringhe infette è responsabile di un numero rilevante di casi. Recentemente, sono in aumento anche i casi di infezione tra bambini di donne sieropositive, che vengono contagiati dal sangue materno. Si ritiene che, della popolazione mondiale di 800.000 bimbi portatori di HIV, circa il 10% risieda in Asia.
Nord America
In base ai dati della Global AIDS Policy Coalition (GAPC), sembra che all'inizio del 1995 si registrarono 900.000 nuovi casi di sieropositività, tra i quali 86.000 malati di AIDS. Il numero dei nuovi casi è in aumento, anche se la velocità dell'infezione è diminuita. I CDC federali (Centers for Disease Control and Prevention), organismi statunitensi di controllo della salute pubblica, segnalano che il tasso di comparsa di nuovi casi di AIDS conclamata sarebbe del 3%. Nel Nord America la categoria che continua a essere maggiormente esposta al contagio è quella degli uomini omosessuali e bisessuali. La seconda categoria è quella dei tossicodipendenti che scambiano siringhe con aghi sporchi di sangue infetto. Fu negli ultimi anni Ottanta che iniziò a verificarsi il rallentamento della diffusione del virus, probabilmente come effetto dei programmi di prevenzione ad ampio raggio che furono svolti soprattutto in grandi città come Los Angeles, San Francisco e New York. Si registra un aumento dei casi tra le donne, nelle minoranze etniche e tra i bambini, che vengono infettati durante la gravidanza o al momento della nascita. Sta aumentando anche il numero dei sieropositivi tra eterosessuali (dal 9,2% nel 1993 al 10,4% nel 1994). Nelle donne il contagio avviene soprattutto mediante rapporti sessuali con uomini tossicodipendenti o bisessuali.
Europa occidentale
La modalità di diffusione dell'AIDS in Europa è simile, sebbene non identica, a quella del Nord America. All'inizio del 1995, si registrarono 636.000 sieropositivi, dei quali 47.000 erano malati di AIDS. Come nel Nord America, anche in Europa i gruppi più a rischio sono rappresentati da uomini omo e bisessuali e da tossicodipendenti; diversamente dal continente americano, però, tra questi gruppi a rischio vi è una pari ripartizione di soggetti infetti. Le donne dell'Europa occidentale portatrici di HIV nella maggior parte dei casi sono rimaste contagiate dopo avere avuto rapporti con uomini originari o turisti di paesi in cui la principale modalità di infezione è il rapporto eterosessuale.
Oceania
Gli esperti affermano che nessun angolo del mondo è stato risparmiato dalla diffusione del virus HIV, che figura persino in luoghi remoti come le isole Fiji e Samoa. Il virus è risultato presente nella maggior parte dei 21 paesi, comprese l'Australia e la Nuova Zelanda, che formano l'Oceania. All'inizio del 1995, l'infezione ha contagiato 24.000 individui, dei quali 2000 sono malati di AIDS. Come nel Nord America e nell'Europa occidentale, si registra il più elevato numero di casi tra gli omosessuali e gli uomini bisessuali. I soggetti tossicodipendenti sieropositivi sono relativamente pochi, soprattutto grazie alla diffusione tempestiva di aghi e siringhe sterili monouso.
La battaglia contro l'AIDS: la ricerca farmaceutica
Malgrado gli sforzi, la ricerca di farmaci efficaci finora è stata lenta e costellata da fallimenti. Tuttavia, la sempre maggiore conoscenza delle caratteristiche del virus HIV e dei suoi meccanismi d'azione contro le cellule ospiti, lascia sperare nella messa a punto di terapie che potranno allungare sensibilmente la vita dei malati di AIDS e migliorarne la qualità. Pochi ricercatori ritengono possibile sradicare completamente il virus dall'organismo che esso ha già infettato, dato che esso integra il proprio patrimonio genetico in quello delle cellule ospiti; ma molti ritengono che, intervenendo sulla capacità del virus di replicarsi, soprattutto nelle fasi iniziali dell'infezione, sia possibile mantenerlo in uno stato poco virulento, per molti anni. Questa azione, affiancata dai continui successi nella prevenzione e nel trattamento delle patologie correlate all'AIDS, permetterebbe di aumentare la speranza di vita e il mantenimento di buone condizioni di salute nei sieropositivi. L'importanza di intervenire nei processi di moltiplicazione virale è stata più volte evidenziata da numerosi studiosi; ricerche compiute nell'Università dell'Alabama, di Birmigham e nell'Aaron Diamond AIDS Research Center di New York hanno infatti chiarito che, al contrario di quanto si riteneva, il virus dopo l'infezione non resta quiescente per mesi o addirittura anni nell'organismo ospite, ma si replica fin dall'inizio con impressionante rapidità.
Tale fenomeno avviene, in particolare, a livello di specifiche cellule sanguigne dell'organismo, denominate linfociti T-helper, o cellule T4, o ancora linfociti T-CD4, e normalmente sono coinvolte nella risposta immunitaria; il virus trasforma queste cellule in 'fabbriche' di nuovi HIV. Anche se il sistema immunitario compie un continuo sforzo per rimpiazzare le cellule danneggiate, la capacità di replicazione del virus è tale che la perdita di cellule non riesce a essere compensata. Farmaci attivi nel bloccare la formazione di nuovi virus consentirebbero, dunque, di riportare in attivo il bilancio del sistema immunitario e di recuperare gran parte delle cellule perdute. Allo stato attuale, sono già in uso alcuni farmaci noti come nucleosidi, capaci di interferire proprio con il meccanismo di replicazione virale: tra questi, sono compresi l'AZT, il ddI, il ddC e il d4T. Queste sostanze agiscono su un enzima fondamentale per la moltiplicazione del virus. Non è chiaro come l'AZT, il primo farmaco ufficiale contro l'HIV, e farmaci simili, permettano un allungamento della vita e ritardino l'insorgenza dell'AIDS; ma numerosi studi hanno indicato che l'AZT, chiamato anche zidovudina, non è in raltà così efficace, e che esso è in grado di rallentare il decorso dell'infezione (valutato attraverso la conta dei linfociti T-CD4), solo per un periodo di tempo limitato, variabile da un anno e mezzo a tre anni.
Si discute su quale sia il momento più opportuno per iniziare la terapia con AZT, farmaco che resta comunque il primo trattamento e che non determina effetti collaterali come nausea e degenerazione della muscolatura. Uno studio pubblicato nel luglio 1995 sul 'British Medical Journal' concordava con i risultati ottenuti nel 1993 mediante un'indagine ad ampio raggio, secondo la quale i pazienti sieropositivi trattati precocemente con AZT non vivono più a lungo di coloro che assumono questo farmaco dopo avere contratto l'AIDS. La diagnosi di AIDS conclamata viene pronunciata quando si manifestano determinate complicazioni, che mettono a rischio la vita stessa del paziente, o quando la conta dei linfociti T-CD4 risulta inferiore a 200 cellule per millimetro cubo di sangue (il valore di un individuo è compreso tra 600 e 1200). Dunque, sembrerebbe che sostanze come l'AZT possano agire solo per periodi limitati. Una causa di ciò sarebbe dovuta alla continua comparsa nell'organismo di forme mutate dell'HIV, alcune delle quali risultano resistenti al farmaco impiegato. In pazienti trattati prima con AZT e, dopo pochi mesi, con ddI, si è osservato un maggior numero di linfociti T-CD4 e una minore insorgenza di malattie opportuniste dell'AIDS, rispetto a quanto si è registrato nei pazienti curati con solo AZT. Non è chiaro, però, per quanto tempo una simile strategia terapeutica possa risultare vantaggiosa.
Le combinazioni di farmaci: una soluzione più efficace?
Un'indagine di grande interesse riguarda l'efficacia di farmaci antivirali usati in combinazione, rispetto a quando essi vengono somministrati singolarmente. Questo tipo di trattamento è stato impiegato con buoni risultati in alcune forme di cancro, perché permette di scongiurare il fenomeno della resistenza del virus e di impiegare dosi inferiori di ciascuna sostanza. Una combinazione formata da AZT e dal cosiddetto 3TC si è rivelata più efficace della somministrazione singola di questi due farmaci. Secondo quanto è stato stabilito da un gruppo di ricercatori nell'agosto 1995, l'insieme dei farmaci impedirebbe lo sviluppo della resistenza virale all'AZT, anche se il virus sembra sviluppare rapidamente una resistenza al 3TC; un'indagine della durata di 24 settimane ha dimostrato che questa combinazione determina un abbassamento del numero di virus nell'organismo (carica virale), e un aumento dei linfociti T-CD4. Resta da stabilire se tale terapia riduca la comparsa di malattie correlate all'AIDS e migliori la sopravvivenza del paziente. Sono in corso studi su altre strategie terapeutiche. Molto promettenti sembrano le proprietà di alcuni composti, noti come inibitori delle proteasi. Queste sostanze agiscono anch'esse su un enzima fondamentale per la replicazione dell'HIV, differente però da quello su cui intervengono l'AZT e i suoi analoghi. Da alcuni studi, emerge che questi farmaci portano a un drastico decremento della carica virale e a un innalzamento del numero di linfociti T-CD4, superiore di circa dieci volte a quanto mediante terapia basata su altri farmaci enzima-bloccanti. Sono in sperimentazione trattamenti basati su singoli inibitori delle proteasi, e su combinazioni di queste sostanze tra loro o anche con AZT e altri nucleosidi. In realtà, sembra che il virus HIV possa sviluppare resistenza agli inibitori delle proteasi, almeno quando questi vengano impiegati singolarmente; tale fenomeno potrebbe essere affrontato mediante trattamenti combinati con nucleosidi. Altri farmaci di possibile impiego sono i cosiddetti inibitori della integrasi che, rispetto alle sostanze precedentemente esaminate, agiscono su un enzima necessario all'integrazione del genoma virale in quello della cellula ospite. Ancora, sono oggetto di interesse composti noti come 'farmaci nonsense', capaci di 'confondere' le istruzioni per la sintesi di proteine virali che il virus impartisce alla cellula ospite. Le sostanze denominate immunomodulatori sono invece capaci di potenziare la funzione di difesa del sistema immunitario. Una prospettiva per combattere l'HIV è anche quella della terapia genica, con la quale si potrebbero modificare i geni del soggetto sieropositivo per impedire al virus HIV di diffondersi alle cellule ancora sane. Un gruppo di studio dell'Università di San Diego sta cercando di rimuovere, in pazienti portatori di HIV, un determinato tipo di linfociti T da cui derivano i linfociti T-CD4, e di inserire in tali cellule un gene specializzato nell'inattivare alcuni processi di replicazione del virus. La speranza è che, dopo avere reimmesso nei pazienti i linfociti T alterati, le cellule T-CD4 da essi originati mantengano le medesime proprietà antivirali.
Un importante passo in avanti nella lotta contro l'AIDS è costituito da nuove metodiche nella stima della carica virale, ossia nel conteggio dei virus presenti nell'organismo infetto. I sistemi attualmente in uso si basano sulla ricerca di specifici anticorpi (molecole proteiche prodotte dal sistema immunitario in risposta alla presenza nell'organismo di batteri, virus e altri agenti patogeni), che di norma sono rilevabili alcuni mesi dopo l'infezione. Esami che possano indicare direttamente la presenza del virus permettono di identificare nuovi casi di sieropositività. I continui progressi della ricerca nella messa a punto di nuovi trattamenti contro l'HIV non raggiungono, purtroppo, i paesi in via di sviluppo: gli elevati costi dei farmaci e la carenza delle più basilari norme igieniche in molti di questi paesi, infatti, rappresentano due grossi ostacoli alla possibilità di intervenire proprio in queste aree geografiche che sono le più duramente colpite dall'HIV. Si calcola che in tali paesi viva il 98% dei bimbi sieropositivi, contagiati dal virus ancora all'interno dell'utero materno. Se viene somministrato a donne sieropositive gravide l'AZT per diverse settimane, negli ultimi mesi di gravidanza, e ai neonati per sei settimane dalla nascita, la probabilità che questi sviluppino l'infezione si riduce notevolmente; ma queste donne non hanno la possibilità economica di procurarsi il farmaco e, in genere, non si sottopongono a esami prenatali.
I vaccini: una grande speranza
Tra la seconda metà degli anni Ottanta e gli anni Novanta, nei laboratori di tutto il mondo si è lavorato per mettere a punto un vaccino sicuro ed efficace nella prevenzione dell'infezione da HIV. Ma numerosi fattori correlati alle caratteristiche del virus e alle modalità con cui esso attacca l'organismo hanno reso lo studio ancora pù complesso di quanto ci si aspettava. Uno dei problemi che si sono prospettati ai ricercatori è la capacità dell'HIV di trasmettersi tra organismi, e di localizzarsi all'interno di ciascuno, in due forme: una libera e una racchiusa in una cellula ospite. Per risultare affidabile, un vaccino dovrebbe stimolare nell'organismo sia una risposta anticorpale, ossia la produzione di anticorpi specifici nel neutralizzare i virus liberi e impedire a questi di infettare le cellule, sia una risposta mediata da cellule immunitarie, capaci di eliminare le cellule infette. Non è comunque ancora stato chiarito quanto ciascuna di queste due modalità di risposta sia importante per difendere l'organismo dall'HIV. Un altro problema è costituito dalla capacità di sviluppare forme mutate che il virus HIV presenta anche all'interno di uno stesso individuo. Alcune mutazioni risultano, in pratica, insignificanti; altre, invece, possono modificare in modo drastico le caratteristiche virali. Ad esempio, una o più mutazioni possono avere un effetto sulla rapidità e sulla letalità dell'infezione delle cellule ospiti; altre potrebbero rendere il virus più adatto a diffondersi mediante gli scambi di aghi tra tossicodipendenti, piuttosto che mediante rapporti eterosessuali. Le differenze genetiche che sussistono tra i diversi ceppi di HIV potrebbero rendere un eventuale vaccino efficace solo in parte.
Una ulteriore difficoltà nello sviluppo di un vaccino è la presenza, nelle differenti aree geografiche, di diversi ceppi di HIV. Sono stati identificati almeno nove gruppi di virus HIV-1, il virus HIV più diffuso nel mondo. Il virus HIV-2 è localizzato soprattutto nell'Africa occidentale. Ciascuno di questi nove gruppi, indicati con lettere dall'A alla I, comprende numerose varietà, e tende a essere predominante in una determinata area. Ad esempio, finora il gruppo B è stato riconosciuto soltanto negli Stati Uniti; in Thailandia risulta dominante il gruppo E; in India, il gruppo C. I gruppi prevalenti in Africa e in Asia, dove la principale modalità di contagio è il contatto eterosessuale, sembrano essere ben adattati alla trasmissione per via eterosessuale; invece, il gruppo B sembra più sensibile a diffondersi mediante il sangue ed è stato isolato soprattutto nei soggetti tossicodipendenti e omosessuali. Un singolo vaccino potrebbe essere efficace contro le varietà di un gruppo di HIV-1, ma non contro quelle degli altri otto gruppi: sembrerebbe necessaria, dunque, la somministrazione di un 'cocktail' di vaccini. Un punto cruciale nella ricerca di un vaccino contro l'HIV è che il sistema immunitario, che i ricercatori sperano di usare come arma contro il virus, è esso stesso il bersaglio dell'infezione. Non solo l'HIV attacca e distrugge i linfociti T-CD4, che hanno un ruolo fondamentale nel combattere il virus, ma si annida anche all'interno di altre cellule immunitarie, in modo da non essere scoperto e attaccato.
La ricerca è resa più complicata dalla mancanza di un valido modello animale, cioè di una specie da laboratorio che possa essere infettata con l'HIV e sviluppi malattie simili all'AIDS. Gli scimpanzè e i gibboni possono essere infettati ma, almeno in apparenza, non sviluppano patologie analoghe all'AIDS. Un altro primate, il macaco, può venire contagiato da una variante dell'HIV denominata Virus dell'Immunodeficienza della Scimmia (SIV), responsabili di manifestazioni simili all'AIDS. Anche se in linea generale vi sono analogie tra l'HIV e il SIV, vi sono anche differenze tali da rendere gli scienziati molto cauti nell'estendere all'uomo ciò che essi apprendono dagli esperimenti sul SIV. Malgrado le numerose difficoltà, vi sono concrete speranze che un vaccino contro l'HIV possa essere preparato, anche se non entro il prossimo decennio. Attualmente, sono già stati sperimentati più di venti vaccini, numero che rispecchia i diversi approcci adottati nell'affrontare il virus HIV. La maggior parte dei vaccini attuali viene preparato con uno dei due procedimenti tradizionali. Il primo, impiegato ad esempio per i vaccini contro la poliomielite e il morbillo, fa uso di virus 'attenuati', cioè virus vivi ma alterati geneticamente in modo da essere privati dei geni che scatenano la malattia nell'organismo ospite. Gli esperimenti svolti fino ad adesso sui primati, con virus attenuati, sembrano promettenti. Molti scienziati ritengono però che questo procedimento sia troppo rischioso per la messa a punto di un vaccino anti-HIV destinato all'uomo, perché potrebbe innescare proprio la malattia che esso dovrebbe prevenire. Questi timori si rafforzarono quando, nel novembre 1994, si scoprì che un vaccino anti-SIV efficace su scimmie adulte aveva provocato la malattia in scimmie neonate. La capacità del virus HIV di mutare e di combinarsi con altre varietà potrebbe trasformare i virus attenuati e 'sicuri' del vaccino in forme letali.
L'altro metodo seguito per la preparazione del vaccino utilizza virus interi sottoposti ad agenti chimici, radiazioni e altri trattamenti, in modo da non risultare più infettivi. Alcuni studi hanno valutato l'impiego di virus inattivati nelle scimmie, come sistema per impedire l'infezione da SIV, e hanno evidenziato che questo trattamento permette all'organismo di formare anticorpi antivirali; sembra però che la protezione dal virus sia limitata nel tempo, e non si può dimostrare che il vaccino stimoli la risposta immunitaria mediata da cellule, che elimini le cellule infette. Molti gruppi di ricerca si stanno rivolgendo alle tecniche dell'ingegneria genetica per sperimentare alcune metodiche con le quali si potrebbe potenziare il sistema immunitario ed evitare alcuni dei limiti insiti nelle tecniche tradizionali. I due vaccini che, attualmente, sono stati più sperimentati sull'uomo sono formati da subunità del virus e da pepetidi, cioè da corte catene proteiche. Nel primo caso, si impiegano parti del virus HIV, come le proteine denominate gp120 e presenti sulla superficie esterna del virus; nel secondo caso, si ricorre a molecole sintetizzate in laboratorio che riproducono parti (peptidi) delle proteine dell'HIV, di cui si conosce la capacità di stimolare una risposta immunitaria. Alcuni dei possibili vaccini hanno superato le prime due fasi della sperimentazione, mediante le quali si stabilisce se essi sono sicuri e se hanno una efettiva efficacia. Ai ricercatori si pone un dilemma: se sia preferibile aspettare procedere con la sperimentazione di un singolo vaccino, fino a quando vi siano evidenze sperimentali che esso, testato con metodi in vitro e in vivo su animali da laboratorio, sia attivo; oppure se si debba continuare a sperimentare numerosi possibili vaccini, dato che il bisogno di trovare un rimedio risolutivo è sempre più pressante.
Nell'ottobre 1994, l'OMS stabilì di procedere con la prima sperimentazione clinica su larga scala dei due vaccini anti-AIDS più studiati. Questa ricerca avrebbe dovuto iniziare, al più presto, nel 1996. Tali vaccini, che si basavano su subunità virali, erano in precedenza stati impiegati in studi più circoscritti mirati a valutarne la sicurezza e l'efficacia. Il governo degli Stati Uniti, però, successivamente non confermò l'autorizzazione a procedere, perché alcuni esperti indicarono che le prove scientifiche erano ancora troppo scarse per giustificare gli elevati costi della sperimentazione. Esperimenti come questo negli Stati Uniti richiederebbero più partecipanti e tempi più lunghi di quanto succederebbe in paesi in cui il tasso di infezione è più alto. In zone come l'Africa sub-sahariana o il Sud-Est asiatico, potrebbe essere possibile valutare se un vaccino che sia solo in parte efficace, possa dare una protezione significativa. Una ricerca su larga scala che, all'inizio del 1995, ricevette l'approvazione dalla Food and Drug Administration (FDA), riguardava il cosiddetto 'vaccino terapeutico'. Tale preparato, che contiene l'intero virus HIV ucciso e privato delle proteine che sporgono dalla sua superficie esterna, si rivolge non alla prevenzione della malattia ma, nei soggetti che abbiano già contratto l'infezione, a potenziare il sistema immunitario e a ridurre la carica virale. Non sembra che questo vaccino possa avere significativi effetti collaterali, ma molti scienziati ritengono comunque limitata l'efficacia di un simile approccio terapeutico. Altri affermano invece che, considerata la mancanza di farmaci davvero efficaci contro l'HIV, si debba invece continuare a sperimentare questo tipo di vaccino.
L'importanza della prevenzione
I programmi di salute pubblica per la prevenzione dell'HIV, in particolare quelli rivolti alle categorie ad alto rischio, possono aiutare a limitare la diffusione dell'AIDS. Nei primi anni Novanta vi furono ampi sforzi di prevenzione soprattutto nella comunità gay, negli Stati Uniti e in Europa: si diffuse l'impiego di profilattici in lattice, e vi furono dei cambiamenti nelle abitudini sessuali, tra cui una riduzione del numero di partners e l'astinenza. Negli stessi paesi, vi fu anche una maggiore responsabilizzazione da parte dei tossicodipendenti, mediante programmi che insegnavano a non scambiarsi gli aghi e a fare uso di candeggina per sterilizzarli, e che prevedevano la distribuzione di sringhe sterili. Anche nello Zaire, mediante uno speciale programma rivolto a soggetti coinvolti nel commercio sessuale, e che combinava educazione sessuale, distribuzione di profilattici, la creazione di consultori e la lotta alle malattie a trasmissione sessuale, si dimostrò che sforzi come questo possono risultare efficaci nel rallentare la diffusione dell'infezione. Malgrado questi successi, i programmi di prevenzione non si sono diffusi in tutte le aree dove, in base a quanto stabilito dai Centers for Disease Control and Prevention, essi risultavano necessari. Ad esempio, nello stesso periodo in cui si registrò una diminuzione della comparsa di nuovi casi di infezione da HIV tra gli uomini omosessuali nelle maggiori città statunitensi, vi fu invece un incremento tra gli omosessuali delle minoranze etniche che vivono al di fuori delle aree urbane. Ciò si verificò, probabilmente, perché i programmi di prevenzione dell'AIDS furono tenuti presso cliniche e centri gay di zone prevalentemente popolati da bianchi. Sembrerebbero necessarie campagne di prevenzione che tengano maggiormente in conto le differenti culture dei soggetti cui si rivolgono; in alcune culture, ad esempio, gli uomini che intrattengono rapporti con altri uomini non si ritengono omosessuali e, dunque, sono meno ricettivi ai programmi rivolti ai gay.
Una grande sfida è quella di sviluppare ampi progetti di prevenzione nei paesi in via di sviluppo. Alcune misure che nei paesi occidentali vengono ritenute di routine, come lo screening del sangue trasfusionale, risultano del tutto inapplicabili in paesi in cui vi è una diffusa povertà e una cronica mancanza di risorse. Senza programmi di prevenzione su vasta scala, però, gli attuali sforzi degli organismi di controllo della salute pubblica hanno poche speranze di riuscire a controllare la diffusione della malattia.
Traduzione da Joan Stephenson, Aids: A Global Perspective, Encarta Yearbook, settembre 1995.
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