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Biodiversità: la natura corre rischi?

Biodiversità: la natura corre rischi?

Molte specie animali e vegetali stanno scomparendo dalla Terra con una rapidità preoccupante; molti scienziati ritengono che la principale causa di tale fenomeno siano le attività umane. Il concetto di biodiversità, ossia di varietà delle forme viventi presenti in un ecosistema in equilibrio, durante gli anni Novanta è divenuto uno dei più centrali della ricerca biologica. Quali specie stanno scomparendo, e perché? La biodiversità è necessaria alla sopravvivenza di un ecosistema? Se il mantenimento della biodiversità richiede modifiche dei comportamenti e delle attività umane, vale la pena attuarlo?

Ogni primavera grandi stormi di uccelli canori migrano dal Messico agli Stati Uniti. Negli anni Sessanta si è però registrata una brusca diminuzione del loro numero (oltre il 50%). Anche le popolazioni di rane negli ultimi anni hanno subito un declino in tutto il mondo. Il condor della California oggi riesce a riprodursi in alcuni zoo grazie a particolari programmi di riproduzione in cattività. Questi sono soltanto alcuni esempi delle specie che, sulla Terra, sono in pericolo di estinzione; in realtà, molti scienziati ritengono che la diversità biologica, o biodiversità, dell'intero pianeta stia correndo sempre più pericoli, anno dopo anno. Il termine 'biodiversità' è relativamente nuovo. Esso si riferisce non a singole specie, ma alle relazioni che le specie instaurano con il loro habitat, sia che questo sia costituito da pochi ettari di foresta pluviale, sia che comprenda un intero oceano e si estenda tra diversi continenti. Sono in corso ricerche per stabilire se i diversi habitat, e le specie che li popolano, possano sopravvivere ai radicali cambiamenti che la specie umana ha effettuato sulla Terra, come l'abbattimento di intere foreste e l'insediamento di coltivazioni e allevamenti. Il biologo Edward O. Wilson, docente presso la Harvard University, una delle massime autorità sul tema della biodiversità, stima che, intorno all'anno 2020, il pianeta avrà perso il 20% delle specie oggi esistenti; se l'attuale tendenza continuerà, non vi sarà un'estinzione di questa o quella specie, ma la scomparsa di interi gruppi di specie, ossia quella che il Wilson indica come 'estinzione di massa'. Numerosi dati indicano che queste estinzioni sono già in atto o comunque molto prossime: metà delle specie di pesci d'acqua dolce che un tempo si trovavano nella Malesia peninsulare si sono estinte, così come la metà delle 41 specie di serpenti originarie di Oahu, nelle isole Hawaii; si ritengono scomparse anche 44 delle 68 varietà di molluschi che popolavano le rive del fiume Tennessee e 90 specie vegetali nelle foreste pluviali dell'Ecuador. Norman Myers, ambientalista britannico, ha dichiarato che, 'se la Terra è un'arca che trasporta tutti i viventi, è però un'arca che affonda'.

Altre risorse

Le nazioni e le organizzazioni di conservazione ambientale rispondono a questi allarmi proponendo leggi, tecnolgie e programmi mirati non tanto a prevenire l'estinzione di singole specie quanto a difendere ecosistemi unici, in particolare le foreste pluviali tropicali, in cui vivono gran parte delle specie. Ad ogni modo, la questione 'biodiversità' è controversa: alcuni ritengono che i moniti per contenere lo sviluppo economico e l'incremento demografico in nome della salvaguardia delle specie siano troppo allarmistici o fondati su presupposti errati.

Il significato di 'biodiversità'

Il termine 'biodiversità' è stato così utilizzato da spingere gli accademici a esaminare che cosa esso indiche realmente. Secondo Adrian Forsyth, responsabile della biologia della conservazione per Conservation International (organizzazione ambientalista di Washington, DC), la biodiversità è 'la totalità della diversità biologica considerata a tutti i livelli, dalle molecole agli ecosistemi'. Tale definizione comprende tutte le singole specie di tutti i viventi; gli studiosi hanno identificato 1,4 milioni di specie, ma in realtà si ignora il numero preciso delle specie attuali, soprattutto a causa della difficoltà di effettuare ricerche nelle parti più inaccessibili delle foreste tropicali o negli abissi oceanici. I biologi ritengono dunque che il numero reale si aggiri tra i 5 e i 10 milioni di specie, sebbene alcune stime si spingano a ipotizzarne 100 milioni. La biodiversità indica anche la diversità genetica all'interno di una singola specie, fattore importante per la salvaguardia della specie stessa. Ad esempio, un fattore di rischio per il bisonte americano è la sua relativa omogeneità genetica, dovuta alla caccia spietata avvenuta nella seconda metà dell'Ottocento, che lo condusse alle soglie dell'estinzione: ciò rende il bisonte più suscettibile nei confronti di disturbi della riproduzione, difetti congeniti ed epidemie letali. Anche gli scimpanzè risultano più vulnerabili, a causa di una diminuzione della loro popolazione, avvenuta circa 10.000 anni fa: si può dire che gli scimpanzè attualmente esistenti sono tra loro geneticamente identici, e in tal modo oggi più che mai temono gli stress ambientali.

Nel definire che cosa sia la biodiversità, molti studiosi si riferiscono a interi ecosistemi, perché le piante e gli animali per la loro stessa sopravvivenza dipendono gli uni dagli altri. Prendere in esame una singola specie sarebbe limitante, dato che le specie non possono esistere al di fuori dei loro ecosistemi, svincolate dalla comunità degli altri viventi nella quale essa si è evoluta. 'In generale, ogni volta che si agisce su una specie si corre il rischio di andare contro gli interessi delle altre', spiega il biologo statunitense J. Michael Scott, 'l'intervento deve consistere nel preservare l'ecosistema e nel fare in modo che siano le stesse specie a mantenere i propri equilibri. Risulta importante non solo salvaguardare il patrimonio genetico dei viventi di un ecosistema, ma i processi che tra essi si instaurano'.

Perché salvare le specie?

Per quale motivo preoccuparsi di salvaguardare le specie e gli ecosistemi? Un numero incalcalcolabile di specie si estinsero prima che l'uomo divenisse la forma dominante di vita sulla Terra. Gli habitat e gli ecosistemi hanno subito cambiamenti drastici. Nel corso della storia della Terra si sono verificate molte estinzioni di massa (alcune di queste, secondo gli scienziati, sarebbero state scatenate da eventi catastrofici, come l'eruzione di un enorme vulcano o la collisione di un asteroide o di una cometa con la Terra). Una stima di tali eventi indica che, prima della comparsa dell'uomo, in media scomparvero circa 25 specie ogni 100 anni, e altre si formarono. Perché le cose dovrebbero essere differenti ai tempi attuali? 'Dal punto di vista della specie umana, tale fenomeno non sarebbe importante, se noi non fossimo solo una delle specie viventi sul pianeta', osserva Forsyth. 'In fondo, il nostro benessere dipende dal mantenimento della biodiversità delle forme viventi'. Le piante forniscono ossigeno, che noi respiriamo, e ci aiutano anche a rinnovare l'aria che viene inquinata dallo sviluppo industriale. Le piante e gli animali ci riforniscono di cibo e di fibre tessili. Si potrebbe obiettare che le specie che l'uomo sfrutta per nutrirsi e vestirsi non si trovano in pericolo di estinzione. Infatti, le monocolture controllate, largamente diffuse come in particolari aziende agricole in cui viene riprodotta una singola specie, hanno salvaguardato le specie utili e ne hanno spinte molte altre sull'orlo dell'estinzione. Soltanto una ventina di specie fornisce la gran parte dell'alimentazione umana. Tra queste, solo 4 – frumento, riso, avena e patata – nutrono più popolazioni di quanto facciano le altre 16. Ma basare le proprie risorse alimentari su poche piante può risultare, alla lunga, pericoloso. Se una malattia o un insetto resistente ai pesticidi devastasse una delle specie vegetali a uso alimentare, l'uomo dovrebbe ripiegare su una delle 30.000 altre piante che possiedono parti commestibili.

Un'altra ragione per preservare la biodiversità è l'enorme potenziale che molti componenti vegetali hanno come nuove medicine. Un esempio recente è costituito, negli Stati Uniti, dalla scoperta che una sostanza, il taxolo, estratto dall'albero di tasso del Pacifico, è attiva nel trattamento del tumore della mammella e in quello dell'ovaia. La pervinca rosa, originaria del Madagascar, possiede due composti, la vinblastina e la vincristina, che risultano efficaci nella terapia del linfoma di Hodgkin e nella leucemia acuta. Le proprietà curative delle piante sono ancora in gran parte non chiarite; finora, è stato studiato solo il 5% delle 250.000 specie vegetali che si stima abbiano tali proprietà. 'Le grandi compagnie del legno consideravano il tasso un albero di nessun valore', spiega Gary Hartshorn, ricercatore per il WWF, l'associazione che promuove progetti di conservazione della natura in tutto il mondo. 'Veniva solitamente tagliato e bruciato. Se avessimo lasciato che tutte le foreste venissero abbattute e le specie vegetali si estinguessero, oggi non saremmo in grado di salvare la vita di donne che sarebbero morte di cancro'.

La produzione di ossigeno, di cibo, di vestiario e di medicine, rappresentano tutti importanti motivi per salvare la biodiversità ma la gran parte del specie conosciute non hanno comunque un valore pratico per l'uomo. Esse, semplicemente, esistono. Le caratteristiche delle singole specie che ne giustifichino la salvaguardia sono spesso argomento di accesi dibattiti, soprattutto se le misure protezioniste vanno contro agli interessi dell'uomo. Se, ad esempio, una tigre, che fa parte di una specie in estinzione, attaccasse i membri di un villaggio, questi sarebbero giustificati a uccidere l'animale? Gli elefanti africani provocano ampi danni, in particolare nelle zone coltivate, per procurarsi il cibo. È giusto sterminare gli elefanti per salvare i raccolti dell'uomo? È giusto impedire a questi animali di spostarsi da una determinata regione, limitando il tal modo le loro risorse alimentari?

Un aspetto da considerare è, ancora, quello del benessere delle generazioni future. Come dice Forsyth 'molte persone che lavorano per la salvaguardia della biodiversità lo fanno perché sono convinti che la fase finale dello sviluppo umano sarà l'autodistruzione'.

Perdita di terre, perdita di forme di vita

La distruzione degli habitat come risultato dello sfruttamento dell'uomo e della conquista di nuove terre per la popolazione è considerata la principaleminaccia nei confronti della biodiversità, in particolare nelle foreste pluviali tropicali. Tali zone, caratterizzate da climi umidi e caldi rimasti immutati per interi millenni, rappresentano i più ricchi contenitori di forme viventi del pianeta. Si stima che più della metà delle specie che popolano la Terra si trovino nelle foreste pluviali di alto fusto che circondano l'equatore. Edward O. Wilson conteggiò durante un rilevamento ben 43 specie di formiche su un singolo albero del Perù: tale cifra corrisponde all'incirca al numero di specie presenti in tutte le isole britanniche.

La deforestazione, ossia il taglio o la distruzione con il fuoco degli alberi per creare spazi per nuove fattorie, strade e altre infrastrutture, ha ridotto la foresta pluviale tropicale a circà la metà della sua estensione originaria; alcuni ecosistemi hanno subito un duro colpo. Nel Brasile meridionale sopravvive soltanto il 5% della foresta pluviale che esisteva lungo la costa. Secondo Wilson, in tutto il mondo almeno 27.000 specie all'anno, circa 74 al giorno, vengono attualmente distrutte nelle sole foreste pluviali. Si ritiene che la perdita del proprio habitat costituisca la causa della drastica riduzione delle popolazioni di uccelli canori migratori nordamericani, che probabilmente ammontava almeno al 50% già negli anni Sessanta. I ricercatori che studiano questi uccelli durante la loro migrazione dalle regioni calde degli Stati Uniti meridionali, dal Messico e dall'America centrale verso i territori di nidificazione a nord degli Stati Uniti e in Canada, hanno verificato che queste specie stanno perdendo entrambi i loro habitat. I loro territori nelle foreste tropicali sono stati modificati per dare spazio all'agricoltura; nelle regioni settentrionali per costruire strade, centri commerciali e zone residenziali. Come risultato, si è registrato una diminuzione del 33% nella popolazione di una specie di uccelli, il frusone, verificatasi a partire dagli anni Ottanta.

Un'altra causa del declino della biodiversità è rappresentato dalla introduzione di nuove specie, sia accidentale sia volontaria, nelle aree che sono rimaste isolate nel corso dell'evoluzione e hanno sviluppato ecosistemi unici quanto fragili. Le specie alloctone (cioè straniere) spesso entrano in competizione con quelle autoctone (indigene), dato che esse nel nuovo ambiente non vengono danneggiate dai predatori, dalle malattie e dai parassiti che sono presenti nel loro ambiente originario. Le isole sono particolarmente vulnerabili agli effetti dannosi dell'introduzione di specie esotiche. Nelle Isole Hawaii, ad esempio, le specie introdotte sono diventate numericamente più abbondanti di quelle native.

Talvolta una nuova specie viene introdotta intenzionalmente, ma ciò molte volte avviene in modo casuale. Nell'Illinois la popolazione autoctona di molluschi presente nel fiume Illinois, è drasticamente diminuita nel 1993, quando un'inondazione estiva riversò nel fiume un gran numero di molluschi provenienti dal lago Michigan. Questi, a loro volta, erano originari del mar Caspio, e furono probabilmente trasportati nella regione dei Grandi laghi verso la metà degli anni Ottanta da navi cargo che seguivano rotte oceaniche. Attualmente, nel fiume Illinois questa specie si è moltiplicata rapidamente e si insediata sopra la specie nativa, impedendo ai molluschi di alimentarsi filtrando l'acqua. Uno degli esempi più drammatici dell'impatto che le specie esotiche hanno su una zona in precedenza isolata è quello del continente australiano. Circa il 50% dei mammiferi che si sono estinti negli ultimi 200 anni, soprattutto marsupiali e roditori, erano originari dell'Australia. Sebbene la trasformazione del territorio determinata dalle coltivazioni e dagli allevamenti abbia avuto un importante ruolo nella scomparsa di queste specie, l'invasione di specie straniere, come volpi, gatti e conigli, importate dai coloni europei, ha probabilmente avuto effetti più devastanti. Nel 1987 fu una volpe a sterminare una delle due ultime popolazioni di una specie simile al canguro, il wallaby leporino.

L'inquinamento cosituisce un'altra minaccia per piante e animali. Il fiume St. Lawrence, habitat del cetaceo denominato beluga, specie in via di estinzione, scorre attraverso la regione dei Grandi Laghi, una delle regioni più industrializzate del mondo. I beluga possiedono nel loro organismo quantitativi di sostanze tossiche tali da potere essere definiti, secondo i parametri delle leggi canadesi, 'rifiuti pericolosi'. Negli ultimi 25 anni, molti tipi di inquinamento sono stati perseguiti negli Stati Uniti, nel Canada e in altri paesi industrializzati, ma i loro effetti perdurano ancora oggi. Nella regione dei Grandi Laghi, ad esempio, si possono ancora trovare tracce del pesticida DDT e del composto tossico bifenile-policlorurato (PCB), derivante da lavorazioni industriali, benché gli Stati Uniti e il Canada abbiano messo al bando tali sostanze già molti anni fa. I naturalisti ritengono che questi composti siano responsabili dei problemi riproduttivi e dei difetti congeniti delle aquile e delle lontre di questa regione. Gli effetti dell'inquinamento possono essere molto subdoli e difficili da verificare, dato che spesso le sostanze tossiche non uccidono direttamente, ma riducono le naturali difese dell'organismo contro le malattie, o le capacità riproduttive. Ad esempio, la diminuzione delle popolazioni di rane in tutto il pianeta è in genere messa in relazione con la progressiva scomparsa delle zone umide, naturale habitat di questi anfibi, molte delle quali sono state interrate per le attività agricole; ma i ricercatori ipotizzano che tale diminuzione debba essere collegata a una maggiore esposizione alla radiazione ultravioletta del Sole, conseguente all'assottigliamento dello strato di ozono dovuto all'immissione di gas inquinanti in atmosfera. Gli ultravioletti avrebbero un effetto depressivo sul sistema immunitario delle rane, rendendole più vulnerabili all'attacco di svariate malattie.

Il centro della questione: Homo sapiens

Di tutte le cause dell'estinzione delle specie e della scomparsa degli habitat, quella che sembra avere il ruolo centrale è la dimensione della popolazione di una sola specie, quella umana (Homo sapiens). Nel 1994 la stima della popolazione umana si aggirava intorno ai 5,6 miliardi, più del doppio rispetto al 1950. Il progressivo incremento demografico comporta una crescente domanda di cibo, vestiario, abitazioni ed energia, e tali fattori porteranno a una maggiore distruzione degli habitat, a un più elevato grado di inquinamento e a una perdita della biodiversità. Se è vero che il numero di esseri umani sulla Terra nel suo complesso continua ad aumentare, appare chiaro che nei paesi industrializzati la crescita si è più o meno stabilizzata. Tale fenomeno è di fondamentale importanza, dato che la popolazione di questi paesi costituisce solo il 25% di quella mondiale, ma consuma il 75% delle risorse. Addirittura, in alcuni paesi il tasso di natalità si è drasticamente ridotto. L'ONU sta affrontando la questione della crescita demografica umana come un problema grave. Nel 1994, dopo una conferenza organizzata dall'ONU, fu pubblicato un documento di 113 pagine contenente la previsione di una crescita della popolazione umana fino a 7,27 miliardi nel 2015 e di 12,5 miliardi nel 2050.

La questione di quali misure debbano essere prese per limitare l'esplosione demografica è però controversa, soprattutto quando si portano argomentazioni quali l'aborto e l'applicazione di misure contraccettive. Questi due sistemi incontrano una forte opposizione, fra gli altri, da parte della chiesa cattolica e dei musulmani. A parte le obiezioni di natura morale e religiosa alla limitazione della crescita demografica, alcuni analisti sottolineano come l'aumento della popolazione implichi uno sviluppo collettivo di risorse come la creatività e le capacità mentali. L'economista Julian L. Simon dell'Università del Maryland è tra coloro che vedono in modo positivo l'incremento della popolazione, e che ritengono che la crisi della biodiversità sia sovrastimata. 'Temporanei periodi di scarsità, siano essi dovuti alla crescita della popolazione o ad altre cause, tendono a migliorarci, a causa del continuo beneficio in termini di ricchezza intellettuale e fisica che si crea per affrontarli' afferma nell'opera Scarsity or abundance, in cui discute con l'ambientalista Norman Myers. 'Non solo abbiamo bisogno di risolvere i nostri problemi, ma abbiamo bisogno delle difficoltà che accompagnano la crescita della popolazione e del reddito.'. Simon afferma che gli allarmi su una possibile crisi della biodiversità dimostrano che gli ambientalisti puntano la loro attenzione soltanto sugli effetti negativi dello sviluppo umano. Dopo tutto, come lo stesso Simon e altri critici sostengono, i biologi non conoscono neppure il numero esatto di specie viventi e di quelle avviate all'estinzione. I recenti progressi nel ingegneria genetica e nell'organizzazione di banche dei semi rendono meno importante la salvaguardia dei viventi nei loro ambienti naturali. 'Io non suggerisco di ignorare il problema dell'estinzione', conclude Simon. 'Piuttosto, penso che dovremmo essere informati il più possibile'.

Metodi di studio

È vero che gli scienziati non hanno informazioni precise riguardo alla velocità con cui le specie si avviano all'estinzione, ma essi cercano di effettuare stime il più possibile corrette. Basandosi su osservazioni compiute in tutto il mondo, gli studiosi hanno stabilito la regola per cui, se un habitat risulta distrutto al 90%, si considera estinto il 50% delle specie di quell'habitat. Poiché per determinare se un habitat è stato demolito o salvato è necessario agire in modo tempestivo, i biologi che si occupano di conservazione hanno messo a punto diversi modi per valutare rapidamente un ecosistema. Norman Myers e l'associazione Conservation International hanno compilato elenchi di 'punti caldi', cioè liste di aree geografiche, distribuite in tutto il pianeta, che sono particolarmente ricche di specie rare (come le foreste pluviali), e che rischiano di andare perdute a causa di uno sviluppo indiscriminato. Conservation International ha anche organizzato squadre di pronto intervento per le aree che stanno per essere distrutte; queste squadre sono formate da gruppi di scienziati che in tempi brevi sono in grado di raggiungere la zona e di censire tutte le forme viventi, nel tentativo di fare comprendere perché quella zona dovrebbe venire risparmiata. In situazioni meno gravi o meno urgenti, si può utilizzare una tecnica nota come 'analisi della differenza' (gap analysis). Una sua semplice applicazione consiste nel mostrare la differenza, o gap, tra l'habitat che una determinata specie occupa in una zona protetta in cui è presente, e quello che essa occupa nelle altre aree non protette, che potrebbe un giorno venire distrutto. Una delle agenzie governative che ricorrono alla gap analysis è la US Biological Survey, che negli Stati Uniti fu creata nel 1993 per compiere ricerche sulla biodiversità. A dispetto del suo nome, tale organizzazione non si propone di esaminare tutte le forme di vita presenti sul territorio degli Stati Uniti, ma di fare collaborare studiosi provenienti da sette diverse agenzie, in modo che essi diano tempestivamente l'allarme prima che una specie o un ecosistema arrivino alla soglia dell'estinzione.

La gap analysis, fin da quando nel 1985 si affermò come metodo di analisi, si è dimostrata utile. L'organizzazione US Fish and Wildlife Service ha rilevato che, nelle foreste hawaiane, il 90% degli habitat delle specie in pericolo si trovava al di fuori di aree protette. Grazie a tale valutazione, è stato possibile scegliere un'area di 6.265 ettari particolarmente significativa per la sua ricchezza di specie rare di uccelli; tale luogo, detto Hakalau Forest Wildlife Refuge, da allora è stato ampliato con nuove acquisizioni di territorio, e attualmente raggiunge 13.085 ettari.

La legge al servizio della Natura

La gap analysis e altre tecniche a lungo-raggio si propongono un duplice obiettivo: la salvaguardia della biodiversità e la risoluzione di controversie come quella che, di recente, ha riguardato l'abbattimento, nella regione statunitense del Nord-Ovest, delle antiche foreste che il segretario del Ministero degli interni Bruce Babbitt ha chiamato 'relitti nazionali'. La discussione si basava sul fatto che quelle foreste costituiscono l'habitat del gufo, specie in pericolo protetta dal principale documento sulla conservazione statunitense, il cosiddetto Endangered Species Act del 1973. La legge ha stabilito una procedura per categorizzare le specie rare come in pericolo o minacciate (tipologia che descrive una situazione meno critica), e ha dato agli amministratori locali la facoltà di limitare o addirittura proibire attività, quali l'abbattimento di alberi e l'edilizia, che rappresentano una minaccia per una specie. La questione riguardante il gufo, ad esempio, portò il presidente Bill Clinton e il vice-presidente Al Gore, nel luglio 1993, a mediare accordi tra gli ambientalisti e i demolitori. La proposta per una soluzione di compromesso fu messa a punto nell'aprile del 1994 e fu accolta da opposizioni legali; nel dicembre dello stesso anno, infine, un giudice federale approvò il piano con una sentenza di 70 pagine che, a parere degli esperti, lasciava pochi appigli per nuovi appelli legali.

Il documento denominato 'Documento delle specie in pericolo' (Endangered Species Act) ha subito critiche per il fatto che lascia ampi poteri al governo statunitense; attualmente, sono state avanzate numerose proposte a livello del Congresso, per modificare tale legge. I sostenitori di questa legge, come gli aderenti all'associazione Environmental Defense Fund (EDF), replicano osservando che, nella stragrande maggioranza dei casi, la protezione di una specie in pericolo non si è conclusa con una draconiana limitazione delle attività di sviluppo; essi affermano che ciò che conta è che la legge ha avuto i suoi effetti. Ad esempio, la balena grigia della California era stata tolta dalla lista delle specie in pericolo poiché la sua popolazione è aumentata fino a contare circa 21.000 individui. Grazie a questo documento, cacciare la balena grigia o distruggerne l'habitat è illegale. Un particolare successo è rappresentato dalla crescita demografica dell'aquila calva, simbolo degli Stati Uniti: solo trenta anni fa si contarono 420 coppie in età riproduttiva in 48 stati; adesso tale numero si è innalzato fino a 4.000. L'EDF ritiene che, attraverso il Documento delle specie in pericolo, sia possibile proteggere l'habitat delle aquile, imporre pesanti sanzioni per i bracconieri, e bandire le sostanze chimiche che avvelenano l'ambiente. Nel novembre 1994, sulla lista del documento si contavano 761 specie animali e 392 specie vegetali.p

Nel periodo in cui nacque la controversia in merito all'Endangered Species Act, in Canada vi furono dimostrazioni di protesta per la difesa dell'antica foresta nella regione di Clayoquot Sound, sull'isola di Vancouver, nella Colombia britannica. Nell'aprile 1993 la decisione del governo di autorizzare il taglio e il prelievo di due terzi degli alberi di questa foresta suscitò aspre manifestazioni ambientaliste. Una manifestazione tenutasi nell'agosto di quell'anno portò al più alto numero di arresti mai registrato nella provincia. nel 1994 la disputa proseguì. Il governo propose un documento (Forest Practices Code) in base al quale si intendeva regolamentare l'attività delle società interessate al prelievo del legname, ma l'associazione ambientalista Greenpeace trovò quel documento inaccettabile e pieno di punti deboli. A livello internazionale, un passo in avanti sul problema della biodiversità fu il convegno mondiale (Earth Summit) che si tenne nel 1992 a Rio de Janeiro e che produsse un documento, la 'Convention on Biodiversity', sottoscritto da più di 150 paesi.

Inizialmente, gli Stati Uniti non firmarono questo importante atto, poiché il governo Bush temeva che le società americane avrebbero dovuto condividere le ricerche e le tecniche per la messa a punto di prodotti derivati da sostanze naturali presi dai paesi in via di sviluppo. Con il governo Clinton, anche gli Stati Uniti si aggiunsero ai firmatari del documento, ma aggiungendo una clausola in base alla quale le compagnie non avrebbero perso i loro diritti. L'ambasciatrice statunitense Madeleine Albright sottoscrisse il trattato nel 1994.

Azioni pratiche

Alcuni studiosi ritengono che accordi come la 'Convention' non siano sufficienti ad arrestare il degrado della biodiversità; altri poi affermano che il mantenimento della biodiversità richieda cambiamenti fondamentali nello stile di vita dell'uomo. Tuttavia, vi sono alcune azioni che, in pratica, anche se oggi appaiono di piccola entità, possono dare speranze per la sopravvivenza delle specie. Paradossalmente, sono proprio le regioni del mondo più povere, in particolare quelle della fascia equatoriale, che costituiscono i più ricchi serbatoi della biodiversità. Per rallentare il processo di scomparsa degli habitat in queste zone, occorre fare in modo che questi paesi considerino le aree non sviluppate come degli 'archivi biologici' che devono essere preservati. Un sistema potrebbe essere quello del 'debito in natura', mediante il quale il debito economico di uno di questi paesi, pagabile in moneta straniera, è scambiato con moneta locale che può essere impiegata in programmi di conservazione. Più di 15 nazioni, a partire dal 1994, hanno stipulato accordi di questo tipo. Un altro sistema per prevenire la perdita di habitat potrebbe essere quello di identificare nelle aree naturali, prodotti utili come le noci del Brasile o composti chimici impiegati in sofisticati procedimenti biotecnologici. In Costa Rica, dove le foreste pluviali superstiti sono confinate ad alcune zone protette, il governo ha creato un istituto per la biodiversità denominato INBio (National Institute of Biodiversity). In base a un accordo stipulato nel 1991 con l'azienda farmaceutica statunitense Merck, tale organismo fornisce all'azienda dei progetti di ricerca su farmaci nella cui composizione compaiono estratti di piante, di insetti e di microrganismi. In cambio, la Merck eroga finanziamenti e garantisce percentuali sui guadagni ottenuti con i farmaci sviluppati con quegli estratti. Numerosi paesi africani hanno creato un organismo simile all'INBio, avente sede nello Zimbabwe.

L'utilizzo di sistemi di prelievo del legname meno invasivi rappresenta un altro sistema per salvaguardare gli habitat in pericolo. Il WWF ha ideato un metodo per tagliare alberi nelle foreste pluviali in modo netto, denominato 'taglio a strisce' (stripping cut), che prevede che il taglio avvenga lungo strette strisce di foresta. In tal modo, la foresta può riformarsi con maggiore facilità. Vi sono alcuni segnali che mostrano che, almeno in alcune zone, il disboscamento delle foreste tropicali sta rallentando; ad esempio, sembra che in Indonesia si stia sviluppando una politica di gestione del territorio maggiormente orientata alla conservazione del patrimonio naturale. Tuttavia, la quantità di foresta che viene abbattuta annualmente resta complessivamente costante, e ammonta a circa 15 milioni di ettari. Il ricercatore del WWF Gary Hartshorn osserva che l'intera umanità è in gara per salvare la biodiversità e trova motivi di speranza: 'Possediamo un numero sempre maggiore di modelli efficaci per usare in modo migliore e più sostenibile le risorse naturali. Sono cautamente ottimista per il nostro futuro'.

Traduzione da Stevenson Swanson, The Biodiversity Issue: Is the Nature at Risk?, Collier's Year Book, 1995.

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