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Un itinerario lungo il corso del grande fiume asiatico, carico di storia e di leggende, che attraversa il Tibet, l'India e il Bangladesh sino a sfociare nel golfo del Bengala e prende il nome di Zangbo, Brahmaputra e Jamuna.
Tibet
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Grande Fiume (Zangbo come lo chiamano i tibetani, che lo vedono nascere) è un dio nato dalla bocca di un cavallo, è il figlio di Brahma che lava i peccati del mondo, è una strada d'acqua e una fonte di vita per milioni di persone; ma è anche una calamita che ha attratto e continua ad attrarre geografi e viaggiatori. Generazioni di esploratori si sono avventurate oltre la catena himalayana per svelare il mistero delle sorgenti del Brahmaputra, ma solo nel 1907 lo svedese Sven Hedin, le gambe divaricate sopra un torrentello di montagna, poté orgogliosamente annunciare al mondo: 'Dà un senso di fierezza starsene in piedi alla sorgente dalle tre teste dello splendido fiume che sfocia nell'oceano vicino a Calcutta, [...] famoso nell'antica storia dell'India'. Ultimi nella lunga schiera, Tiziana e Gianni Baldizzone, due viaggiatori torinesi autori di questo reportage, hanno seguito tutto il corso del Grande Fiume, che alla vigilia del 2000 ha ancora molte storie da raccontare a chi ama l'avventura. Tra i pochi occidentali a raggiungere, dopo l'occupazione cinese del Tibet, la zona della 'curva', una delle aree più misteriose e arcaiche dell'Asia, hanno incontrato popoli legati a culti e riti millenari, nei quali il Zangbo-Brahmaputra gioca tuttora un ruolo fondamentale. La loro esplorazione è partita dalla regione delle sorgenti, nel Tibet occidentale. Secondo il mito tibetano e, in versioni analoghe, anche in quelli hindu, jain e bon (l'antica religione tibetana pre-buddhista), un ruscello sgorga dalla montagna sacra Tisè e si getta nel lago Mapham Tso. Sulle sponde del lago, in quattro grotte, starebbero gli animali dalle cui gole nascono i quattro grandi fiumi del subcontinente indiano: dalla bocca di un leone nasce l'Indo, da quella di un elefante il Sutlej, da quella di un pavone il Karnali-Gange e da quella di un cavallo lo Zangbo-Brahmaputra. Il mito, come spesso avviene, adombra con le sue immagini quel che accade nella realtà: nella zona del monte Kailash (il mitico Tisè dei tibetani e il Meru degli hindu), alla base del quale si trova il lago Manasarovar (il Mapham Tso), nascono davvero i quattro fiumi. Questa zona è la meta di migliaia di pellegrini hindu, jainisti, buddhisti e bonpo, che vengono a venerare la montagna e il lago.
Quella che per i pellegrini è una meta agognata, per chi vuole seguire il corso del Grande Fiume è solo l'inizio. Dal ghiacciaio Chemayungdung, nella regione del Kailash, nasce infatti il torrentello che, dopo tanti nomi e tanti mondi, diverrà il Brahmaputra. Nella casa di una donna di nome Tse Drolma, sorseggiando tè con burro di yak, Tiziana e Gianni ascoltano i primi racconti sugli abitanti del Kongpo, la remota regione del Tibet orientale dove li porterà il corso dello Zangbo. Questa zona, dicono le storie tramandate a voce, è 'terra di selvaggi', abitata da genti dedite alla magia e all'assassinio. Secondo il folklore tibetano, gli indigeni del Kongpo erano demoni con grandi corna sulla testa che si vestivano con mantelli ottenuti dalle pelli delle loro vittime. È questa la 'zona buia', dove lo Zangbo pare scomparire tra le gole di altissime montagne. Dato l'enorme dislivello tra i 3.000 metri di quota della valle dello Zangbo e i 100 di quella del Brahmaputra, in passato si favoleggiava anche di una enorme cascata che si sarebbe trovata nelle profondissime gole de 'la curva'. Oggi sappiamo che non esiste nessuna cascata e che il fiume, in soli 240 chilometri, scende di oltre 2.200 metri. Se il Grande Fiume è spesso stato descritto come un'entità tripartita che, con tre diversi nomi, attraversa tre universi religiosi orientali, 'la curva' rappresenta certamente il quarto e più misterioso volto del corso d'acqua. E, naturalmente, ha anche un proprio nome: Dihang. Con questa denominazione infatti il fiume si addentra nelle gole coperte dalla foresta pluviale dove vivono alcune tra le tribù meno note del lontano Oriente. Questa sperduta regione di confine tra India e Cina è infatti stata il teatro di diverse migrazioni di popoli che, aggirando l'insormontabile ostacolo dell'Himalaya, sono scesi nel corso dei secoli verso la penisola indocinese. Sebbene queste popolazioni abbiano caratteristiche molto diverse, tutte erano in passato accomunate dalla pratica dell'orticoltura, da culti animisti e da rituali cruenti. Per molte tribù tagliare la testa a un prigioniero era una condizione necessaria per poter accedere ai riti iniziatici che sancivano l'ingresso dei giovani nell'età adulta. I crani dei prigionieri erano spesso ornati con corna di mithung, una sorta di bue semiselvatico, e poi appesi a pali commemorativi. Non è difficile immaginare come sia nata la leggenda tibetana dei 'demoni cornuti'.
Il villaggio khampa di Datchou, in Tibet, è arroccato su uno sperone roccioso. Dall'alto si ammira una straordinaria distesa di montagne sulla quale svettano le cime innevate del Namche Barwa e del Gyala Pelri. I Khampa sono una tribù originaria del Tibet orientale che, in seguito all'occupazione cinese del 1905, si spostò verso est alla ricerca del Nepemako, una sorta di Terra Promessa. 'Il Nepemako', racconta il capo villaggio Sonam Nyima, 'si trova sulla grande ansa che il fiume fa prima di prendere il nome di Brahmaputra. È un paradiso terrestre invisibile agli occhi umani, dove sorgono palazzi di molte divinità e dove si può godere dell'immortalità'. Parlando, Sonam osserva le cime bianche, alte quasi ottomila metri. In mezzo, 5.000 metri più in basso, il Grande Fiume corre impetuoso verso l'India.
India
Nello stato indiano dell'Assam il Grande Fiume acquista il nome hindu di Brahmaputra, 'Figlio di Brahma'. Secondo la mitologia infatti il fiume Lohit, ritenuto dagli hindu la testa del Brahmaputra pur essendo un semplice affluente, fu concepito da una donna ingravidata dal seme di Brahma. Alla sua nascita il Lohit era un lago sull'Himalaya e tale rimase sino a quando, in seguito a un'intricata vicenda, Parasuram, un'incarnazione di Vishnu, con un colpo d'ascia aprì un varco nelle sue rive facendo defluire il Lohit-Brahmaputra verso le pianure. Secondo gli hindu la mitica sorgente del Brahmaputra, che da loro è detta Parasuramkund, si trova nelle foreste dell'Arunachal Pradesh abitate dalle tribù dei Mishmi, dei Miri e degli Abor. Abor significa 'barbari', per gli hindu, ma gli appartenenti a questa etnia, che sono stati per molto tempo i padroni assoluti delle zone montuose sul limitare delle pianure dell'Assam, si chiamano Adi ('uomini delle montagne'). Gli stessi Mishmi e Miri li temevano per le continue scorrerie di cui erano vittime. Oggi gli Adi vivono in villaggi di case su palafitte arroccate tra i campi di miglio. Tre anziani con una casacca rossa e un caschetto di bambù siedono su una piattaforma al centro dell'insediamento. Nelle capanne le donne filtrano l'apong, un liquore di riso fermentato. Un uomo con zanne di cinghiale, ciuffi di pelo di capra, fibre di palma, aculei d'istrice e penne e becchi di bucero indiano sul caschetto di bambù, osserva un fegato di maiale che una donna gli porge su una foglia di banano. È il nyibo, lo sciamano, colui che ha la capacità di entrare in contatto con la miriade di spiriti, benigni e maligni, che popolano il mondo degli Adi. La divinazione con il fegato di maiale è legata alla cerimonia del giorno successivo, il mopin, un antico rituale relativo al ciclo delle coltivazioni. La cerimonia, dopo spruzzi di farina di riso e acqua e una serie di invocazioni agli spiriti, culmina nel sacrificio dei mithung, i bovini semibradi, uccisi e macellati con il dao, la spada dei sacrifici. Un frammento di preistoria pare conservarsi nelle foreste dell'Arunachal Pradesh. Accanto agli antichi culti tribali si svolgono altre imponenti celebrazioni. Migliaia di pellegrini hindu si recano in questa zona, sino a pochi anni fa interdetta anche agli indiani a causa dei conflitti indo-cinesi, per bagnarsi nelle sacre acque del kund (la sorgente) di Parasuram. Qualcuno viene per mondarsi dei peccati commessi, altri per compiere un voto, altri ancora per chiedere una grazia. Ma la folla è troppa perché tutti possano raggiungere il kund. Molti, delusi, devono tornare indietro verso le pianure dell'Assam, seguendo il lento corso del Grande Fiume.
La valle del Brahmaputra, che si inserisce come un cuneo nella zona montuosa dell'India nordorientale, è sempre stata una via di penetrazione delle influenze e delle conquiste indiane verso le montagne ai confini con il Tibet. Proprio queste penetrazioni hanno spinto le popolazioni tribali verso le alture e hanno aperto il territorio dell'Assam all'economia indiana: due terzi della produzione di tè provengono oggi da questa zona. Qui, nel 1823, il maggiore scozzese Robert Bruce riferì alla East India Company la scoperta delle prime piante di tè allo stato selvatico. Nel 1838 il primo carico di tè prodotto dall'Impero Britannico venne imbarcato sul vapore Calcutta diretto a Londra e l'anno successivo la East India Company lo batté all'asta a Mincing Lane, la leggendaria borsa delle derrate coloniali. Sulle rive del Brahmaputra era nata la colonia del tè e da allora questa pianta segna la vita degli abitanti della regione. 'Tra luglio e settembre migliaia di raccoglitrici lavorano nelle duemila piantagioni dell'Assam. La raccolta', dice Yashwardhan Singh Rautela, capo di una piantagione di ottocentocinquanta ettari che dà lavoro a oltre mille braccianti e impiegati, 'è perlopiù affidata alle donne: solo le gentili dita femminili assicurano un buon rendimento senza compromettere la qualità delle foglie. Con un gesto rapido le mani staccano le foglie più giovani e le gettano nel paniere che ogni raccoglitrice tiene sulle spalle'. Yashwardhan parla seduto sulla veranda della sua casa, immersa in un giardino pieno di fiori nel cuore della piantagione, un immenso letto di cespugli alti un metro e mezzo, dove spesso gli elefanti vengono a sfregarsi. Sua moglie Nimmi versa il tè nero in tazze di porcellana. 'Oggi la piantagione è autonoma e ha a cuore i suoi dipendenti. C'è una scuola per i loro figli, un dispensario e un posto medico. Le condizioni dei salariati sono ben diverse da quelle dei braccianti del secolo scorso. A quei tempi, quando le piantagioni rifornivano di tè l'Impero Britannico, essi erano alla mercè di coloni e di intermediari senza scrupoli che li reclutavano nel Bengala e sulle rive del Brahmaputra con la promessa di un lavoro poco faticoso e di un buon salario'. Molti di loro perivano prima di giungere a destinazione; altri erano decimati da denutrizione, febbri malariche e da un lavoro massacrante, spesso ritmato dai colpi di frusta. Si parlò allora di 'tè amaro dell'Assam'. Nelle pianure, oggi coperte dalle sconfinate piantagioni, il Brahmaputra scorre lento verso il Bangladesh.
Bangladesh
Nel territorio del Bangladesh il Grande Fiume, che ora si chiama Jamuna, ha un letto enorme e spesso somiglia più a un mare che a un fiume. È qui che il Jamuna e il Gange, dopo essere nati a poca distanza uno dall'altro ed essersi poi allontanati migliaia di chilometri, si ricongiungono per formare l'enorme delta che occupa gran parte del paese. Allacciati in un abbraccio che le antiche canzoni degli zingari Baul, nomadi dell'acqua, celebrano con rime piene di sottintesi erotici, Padma (Gange) e Jamuna (Brahmaputra) prendono insieme la via del mare con il nome di Meghna. L'intera vita dei bengalesi è determinata, nel bene e nel male, dai ritmi stagionali del fiume. I musulmani del Bangladesh sono i suoi unici rivieraschi a non ritenerlo sacro, ma la stretta coesistenza li ha portati a conoscerlo a fondo e a rispettarlo. 'Il fiume ha una sua volontà', dice Saddar, un majhi, o barcaiolo bengalese, 'fa quello che vuole. Non vede. Non sente. Non può essere ammansito. Non si cura di quelli che vivono sulle sue sponde'.
Da giugno a settembre, quando i monsoni portano le piogge e i ghiacciai himalayani riversano masse d'acqua verso valle, oltre un quinto del territorio del Bangladesh viene sommerso. Queste inondazioni catastrofiche e incontenibili, che spazzano via case, villaggi e intere isole, costituiscono però il fondamento della vita dei bengalesi. Ogni inondazione deposita infatti un'enorme quantità di sedimenti provenienti dall'Himalaya e dall'Assam che, una volta ritiratesi le acque, vanno a formare terreni fertilissimi e adatti alla coltivazione del riso. 'Il Brahmaputra non scorre mai nello stesso letto per due anni di seguito', dice ancora Saddar. 'È fonte di paura per la nostra gente; ma anche di vita'. Saddar si muove veloce da un lato all'altro del malar, il grosso battello in legno dallo scafo a forma di cucchiaio piatto. Scruta il colore dell'acqua per individuare ostacoli, secche e altri pericoli. Con una lunga pertica manovra sapientemente l'imbarcazione. I majhi sono una casta ereditaria di maestri battellieri che trasmettono di padre in figlio i segreti della navigazione nelle insidiose acque del Grande Fiume. 'Un buon majhi è attento al linguaggio del fiume. Sa dove si annida la stanca di marea, dove il mare e il fiume si incontrano; ascolta il vento e sfrutta a suo vantaggio il gioco delle correnti, evitando quelle pericolose'.
I battelli trasportano carichi di paglia, mattoni, tegole, vasi di terracotta e, soprattutto, juta. Da secoli infatti i contadini del Bengala orientale coltivano la juta, che rappresenta una delle maggiori risorse del Bangladesh. Da quando i mercanti olandesi iniziarono a utilizzarla per imballare i carichi di caffè, la juta divenne così preziosa che i contadini bengalesi la chiamavano il raccolto dell'oro. Oggi però la diffusione delle fibre sintetiche sta facendo crollare il prezzo di questa fibra e la vita dei contadini e trasportatori diventa sempre più difficile. Nella nebbia che si addensa sul fiume si odono le voci dei battellieri, impegnati nelle serrate contrattazioni con i dalal, i mediatori dei carichi che mantengono i contatti tra proprietari, agricoltori, commercianti e trasportatori. Sulle sponde sono ormeggiati i dinghi, le case galleggianti degli zingari, nomadi dell'acqua che una volta gestivano il commercio delle piante medicinali e delle perle rosa estratte dalle ostriche e che oggi stanno lentamente scomparendo. Enormi zattere lunghe oltre cento metri, formate da migliaia di fusti di bambù, corrono sul fiume verso Dacca, la capitale. Al di sopra del bambù stanno accampati in capanne di stuoie gli uomini dell'equipaggio. Davanti a una zattera avanza una piccola piroga dalla quale due ragazzi calano in acqua una corda con un'ancora. L'altro capo della corda è tenuto dagli uomini sulla zattera, che paiono ingaggiare una gara di tiro alla fune con il fiume, facendo avanzare il fascio di bambù di pochi metri. Si ode il loro canto: 'Tira, tira, Allah è con noi, tira, tira, ce la faremo'. Alla loro voce si sovrappone una strana eco. 'È la voce del fiume', dice Mohammed, il più anziano dell'equipaggio, 'ci accompagna per tutto il viaggio. Ci parla attraverso il bambù; suadente quando è calmo, minacciosa quando siamo nel mezzo della corrente'. Un delfino guizza fuori dall'acqua e segue la scia dei tronchi.
Proseguendo il loro cammino verso il mare, le acque del Grande Fiume scorrono lente tra le radici delle mangrovie dei Sunderbans, le foreste che una volta ricoprivano l'intera pianura gangetica e che oggi fungono da precarie protezioni contro la furia dei cicloni estivi. Le piante si chiudono al di sopra di quell'intrico di canali che un tempo fu il nascondiglio ideale dei pirati che infestavano la zona e che oggi è invece il rifugio delle ultime tigri del Bengala. Tra le isole del delta, la commistione tra acqua e terre è totale. Ogni anno alcune isole spariscono e altre si formano per l'apporto di nuovi sedimenti. Pescatori e raccoglitori di miele, che le api depositano in grandi alveari sospesi ai rami degli alberi più alti nella giungla, popolano questo mondo sempre in bilico tra la terra e l'acqua. Finalmente, il Grande Fiume si mischia lento con l'oceano. Le limpide gocce d'acqua di un ghiacciaio himalayano si sono ormai trasformate in una massa densa e scura, carica non solo di sedimenti ma anche di mantra tibetani, di invocazioni agli spiriti tribali, di peccati dei pellegrini hindu e di preghiere ad Allah. È un'acqua carica di vita, di fedi e di storie.
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Davide Domenici, Brahmaputra: un fiume, tre anime, in Airone, Agosto 1998.
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