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Archeologia precolombiana in Perù

Archeologia precolombiana in Perù

Situati tra le città di Trujillo e Lambayeque, nel nord del Perù, i siti archeologici di Cerro Blanco, Sipán e Chan Chan conservano numerose vestigia delle civiltà precolombiane. La tutela di questi luoghi presenta però numerosi problemi, dovuti al capillare saccheggio al quale sono stati sottoposti, all'ampiezza del territorio, all'elevatissimo numero dei reperti e all'obsolescenza degli strumenti a disposizione degli archeologi.

Predatori di tombe, poliziotti, trafficanti, burocrati e turisti. Sono i protagonisti della moderna storia archeologica del Perù, una formidabile 'telenovela' a cui un pugno di studiosi armati di grande volontà e scarsi mezzi cerca di assicurare un lieto fine. I luoghi. Siamo nel 'triangolo d'oro' delle civiltà precolombiane: la zona compresa tra le città di Trujillo e Lambayeque, nel nord del paese. Qui si trovano siti dell'importanza di Cerro Blanco, che conserva le vestigia dell'antica capitale dell'impero mochica (100-800 dopo Cristo); la celeberrima necropoli di Sipán e Chan Chan, la monumentale capitale dell'impero chimú (1000-1464). I personaggi. Il merito di avere scovato tesori dal valore incalcolabile sotto la sabbia del deserto e l'infamia di averli depredati e smerciati sul mercato clandestino spetta ai huaqueros, i tombaroli. Campesinos che, per sbarcare il lunario, hanno ridotto a un colabrodo centinaia di chilometri di terra improduttiva. Fino a pochi anni fa hanno lavorato pressoché indisturbati, soli o in squadre organizzate, in una vera e propria caccia all'oro. Sono figure ormai entrate nel folclore peruviano, delle specie di eroi devastatori contro i quali gli archeologi e, almeno sulla carta, anche lo stato, stanno combattendo una difficile battaglia.

Altre risorse

Sul fronte opposto c'è il 'nucleo operativo' di tutela del patrimonio e di lotta contro il saccheggio, di stanza a Lambayeque. Sede: il Museo Bruning, diretto dai coniugi archeologi Walter Alva e Susanna Meneses, e sostenuto da specialisti, intellettuali, studenti e volontari. Dietro le quinte: l'Istituto nazionale di cultura, l'ente a cui è affidata la cura del patrimonio archeologico; paesi e altri enti cooperanti; qualche ricco magnate del Perù.

Scena prima: El Brujo

Magdalena de Cao è un poverissimo villaggio nei pressi di Chiclayo. Tra le coltivazioni di canna intorno all'abitato spuntano alcune huacas, piramidi costruite con mattoni di terra cruda. La più alta (28 metri), vecchia di 15 secoli, è nota come Huaca Cao. Qui incontriamo Arturo Carrera, un huaquero pentito del suo passato. 'Scavavo lungo una parete', racconta, 'quando mi trovai faccia a faccia con una strana creatura, metà uomo e metà ragno. Non immaginavo si trattasse di Aiapaec, il dio guerriero del popolo mochica. Impressionato dalla bellezza del dipinto mandai a chiamare Secundo Vásquez, un archeologo dell'Università del Trujillo. Lo studioso fece i primi sopralluoghi e, grazie a 100.000 dollari stanziati dalla fondazione Augusto Wiese, nel 1990 iniziarono gli scavi su una superficie di due chilometri intorno alla piramide'. Oggi Arturo, con altri contadini e operai della zona, dà una mano ai lavori ancora in corso. L'apertura al pubblico del sito (denominato El Brujo) è prevista entro l'estate. Spiega Denis Vargas, 30 anni, uno degli archeologi impegnati sul campo: 'Stiamo portando alla luce un complesso sistema urbano: il popolo (di agricoltori e pescatori) viveva nella parte bassa, mentre la nobiltà occupava gli edifici piramidali'.

Oltre a quel primo affresco, altri ne sono emersi a Huaca Cao. 'Il più interessante si trova sul muro sopra la piazza principale: raffigura 18 prigionieri, con la corda al collo e il pene parzialmente mozzato (una punizione corporale tra le tante in voga in epoca mochica). Un'altra icona ricorrente è quella di un sacerdote-guerriero che indossa un copricapo a 25 punte'. Un'iconografia ancora tutta da spiegare, che mescola cronaca quotidiana, simboli e miti, di importanza fondamentale per saperne di più sulla vita di un popolo che non conosceva la scrittura.

Scena seconda: Huaca de la Luna

Fino a pochi anni fa la civiltà mochica era nota principalmente per le sue ceramiche. In particolare bottiglie e piatti raffiguranti scene di caccia, pesca, cerimonie; i vasi-ritratto e quelli erotici. Oggi è noto che la società mochica era retta su base teocratica: l'autorità era nelle mani di sacerdoti-guerrieri. L'economia era fondata sulla pesca e sull' agricoltura: abili ingegneri idraulici, i Mochica costruirono un'imponente rete di canali che convogliavano le acque delle Ande verso i terreni coltivati a mais, fagioli, patate, cotone, arachidi, ananas, passiflora. I resti dell'antica capitale dell'impero si trovano a Cerro Blanco, nei pressi di Trujillo. La città coperta dalla sabbia (il suolo, perforato dai tombaroli, pare un gruviera) è dominata da due piramidi di adobe (mattoni di terra cruda). La Huaca del Sol (alta 40 metri, saccheggiata dagli spagnoli) era il centro politico e luogo di sepoltura dell'aristocrazia mochica. Nella vicina Huaca de la Luna, chino su un affresco, incontriamo Ricardo Morales, restauratore tra i più stimati del Perù. È lui che il 20 ottobre 1990 scoprì i primi altorilievi policromi che rendono unico questo sito, e oggi ne segue il complesso lavoro di recupero. 'Inizialmente si pensava che fosse un centro amministrativo, oggi sappiamo che era un tempio. L'edificio, che si snoda su cinque diversi livelli, fu costruito in altrettante fasi (dal primo al settimo secolo). Vi si compivano sacrifici umani, come dimostrano le raffigurazioni di un sacerdote-militare, il decapitador e i numerosi scheletri di guerrieri ritrovati da due anni a questa parte'.

È interessante la tecnica pittorica dei Mochica. Dalle montagne venivano estratte sostanze che, mischiate con succo di cactus, costituivano un formidabile fissante naturale. Il colore bianco era ottenuto con il talco; rosso, nero e giallo con l'ossido di ferro. I disegni venivano incisi sull'intonaco ancora umido e successivamente dipinti. 'Le diverse fasi costruttive e i sacrifici umani potrebbero essere in relazione con le periodiche alluvioni causate dal fenomeno del Niño', spiega Morales. Ma il condizionale è d'obbligo, finché gli esami al carbonio 14 e un'innovativa tecnica sperimentata da un italiano, Giacomo Chiari, non daranno risultati certi. Docente al Dipartimento di scienze mineralogiche dell'Università di Torino, Chiari è di casa a Huaca de la Luna. Lo scorso dicembre ha prelevato frammenti di pitture che contengono ematite, un minerale di ferro. In base all'analisi delle variazioni del campo magnetico registrate nel minerale e all'inclinazione delle pareti affrescate, lo studioso conta di risalire a una datazione precisa degli affreschi. 'Ogni giorno ne emergono nuove parti, il lavoro è appena cominciato', si appassiona Morales. 'Finora abbiamo utilizzato 100.000 dollari annui della Pilsen, la fabbrica di birra di Trujillo, e altri fondi della Fondazione Ford. Ma puntiamo all'autofinanziamento: tra maggio e agosto abbiamo avuto 15.000 visitatori, di cui 2.600 europei. E il loro numero aumenterà. Restauratori e volontari possono comunicarci la disponibilità a collaborare via Internet (Morales @Museoarq.Unitru.Edu.Pe).

Scena terza: Chan Chan

Un abbraccio lungo 10 chilometri: così migliaia di studenti hanno dimostrato la loro volontà di tutelare la più grande metropoli del Perù precolombiano. La formidabile catena umana ha avvolto Chan Chan, capitale dell'impero chimú, il 2 dicembre scorso. A minacciare il sito sono los abusivos. Agricoltori, proprietari di case, piccoli industriali che si sono insediati all'interno dei circa 1.200 ettari di area archeologica protetta. Una lobby che ha avanzato la proposta di restringere la zona di tutela a soli 339 ettari e ha opposto resistenza ai tentativi di sgombero delle autorità. Per capire l'assurdità della polemica basta addentrarsi nello stupefacente labirinto di muri che sembrano un merletto che è Chan Chan. Attraversare l'antica piazza del mercato, con le onde dell'oceano e le lontre marine che decorano le gigantesche pareti di adobe; e il lungo 'corridoio dei pesci e degli uccelli' (forse una rappresentazione della corrente di Humboldt, spiegano le guide locali). Visitare il settore religioso, quello delle audiencias (il tribunale), la zona funeraria. La città fu fondata intorno all'800 dopo Cristo (i Chimú furono gli eredi diretti e i prosecutori della cultura mochica) e nel 1300, il periodo di massimo splendore, ospitava una popolazione di circa 50.000 persone. Nel 1464 fu presa dagli Incas che, come fecero in genere nelle zone conquistate, la conservarono integra.

Scena quarta: officina Bruning

Ethel Britt, 27 anni, restauratrice di Chiclayo, depone il pennello soddisfatta. Prende la lente d'ingrandimento e verifica che sul pettorale del Vecchio signore di cui si è presa cura negli ultimi sei mesi non resti un solo granello di polvere. El viejo è il personaggio, probabilmente un sacerdote, ritrovato nella Terza tomba della necropoli mochica di Sipán. La maschera e il pettorale d'oro e rame che portava stanno per finire sottovetro. Destinazione: il Museo nazionale di antropologia e archeologia di Lima dove verranno esposti per la prima volta dopo il restauro. 'Siamo orgogliosi', spiega Fidel Gutierrez Vásquez, responsabile del laboratorio di restauri del Museo di Lambayeque (che ospita la più completa collezione di reperti mochica e i principali ritrovamenti di Sipán). 'I restauri del sacerdote-guerriero rinvenuto nella Prima tomba della necropoli (il celeberrimo Signore di Sipán, cui appartiene il più ricco corredo funerario finora ritrovato nel Nuovo Mondo) furono effettuati a Magonza, in Germania. Invece, grazie agli aiuti di alcuni sponsor e dell'Agenzia spagnola di cooperazione internazionale, i reperti della Terza tomba sono stati riportati agli antichi splendori qui, in terra peruviana. Speriamo di farlo anche per i ritrovamenti della Decima tomba, l'ultima scoperta. Ma è difficile: Sipán è una miniera inesauribile e i mezzi a nostra disposizione sono scarsi'. Scandalosamente scarsi. 'Prendiamo le attrezzature: siamo fermi al bisturi, al trapano da dentista, al massimo ai microincisori con il compressore', aggiunge Gutierrez. 'Attrezzi fondamentali. Ma per i pezzi più delicati, le sottili lamine d'oro, ossa e tessuti per esempio, ci vorrebbero strumenti a ultrasuoni, luci a fibre ottiche; mezzi futuribili in Perù'.

La storia della conservazione della più importante necropoli mochica inizia nel 1986 con la cattura di un tombarolo che nascondeva preziosi oggetti d'oro nella sua casa di Sipán. Si scopre che la 'miniera' da cui provenivano è Huaca Rojada, località nella valle del Leche dove si trovano due piramidi fatte con mattoni di fango e alcune piattaforme dedicate a luoghi cerimoniali e di sepoltura. Nell'aprile 1987 l'area archeologica viene protetta e l'archeologo Walter Alva, direttore del Museo Bruning, con l'appoggio dell'Istituto nazionale di cultura e del National Geographic, inizia i lavori di scavo. Da allora, quella di Sipán è una storia infinita. Di scoperte: nelle numerose tombe sono stati rinvenuti centinaia di vasi, ornamenti, gioielli e orecchini in oro, turchese e madreperla, armi di bronzo. Di saccheggio: per anni i huaqueros hanno continuato di notte il lavoro che gli archeologi iniziavano di giorno. E di battaglie per chiedere leggi più rigorose contro il commercio dei reperti e un maggiore impegno dello stato. Battaglie ancora in corso.

Epilogo

A combatterle, da vera pasionaria, è Susanna Meneses, coordinatrice del Museo Bruning. 'Il saccheggio dei siti archeologici del Perù continua tra la sostanziale indifferenza delle istituzioni internazionali', accusa l'archeologa. 'Nelle sole valli di Sana e di Chancay operano ancora 500 huaqueros. Per combatterli abbiamo costituito i Gruppi di protezione archeologica, 367 guardie volontarie che pattugliano i siti tutti i giorni. Lo stato? Latitante. Al Museo Bruning fornisce appena 3.000 soles (circa 1.700.000 lire al mese). Sopravviviamo con mezzi nostri: una mostra sui tesori di Sipán esposta negli Stati Uniti ci ha fatto incassare 120.000 dollari. Li useremo per una nuova ala del museo. Ma il vero scandalo è che il turismo peruviano si fonda sull'archeologia. La sola Machu Picchu conta 800 visitatori al giorno, a Sipán tocchiamo punte di 3-400. Eppure del ricavato della maggiore industria del paese l'archeologia non beneficia affatto. La mancanza di fondi e di vigilanza facilita l'opera dei tombaroli (che spesso trovano tra i turisti ottimi clienti). La povertà dei siti, la mancanza di guide preparate, trasformano gli antichi centri di sapere in luoghi folcloristici. Dov'è l'UNESCO? E perché paesi come l'Italia, culla dell'archeologia europea, non fanno sentire di più la loro voce? Noi qui teniamo duro. Da loro ci aspettiamo che battano un colpo'.

Antonella Colicchia, Detective del passato, custodi del futuro, in Airone, supplemento di Marzo 1997.

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