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Albero simbolo della savana africana, l'acacia a ombrello (Acacia tortilis) ha con la fauna del luogo un rapporto di stretta interdipendenza. Essa garantisce infatti agli animali nutrimento, luoghi per nidificare e ombra, ricevendo in cambio l'aiuto necessario a diffondersi.
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Ci sono piante che hanno finito per diventare una specie di 'marchio di fabbrica' che identifica a prima vista un'intera regione geografica o un ecosistema particolare. Così la sagoma a candelabro del saguaro evoca immediatamente i deserti dell'Arizona o del Nuovo Messico, la palma da cocco i Caraibi, il fico d'India la Sicilia. Spesso la specie è presente anche altrove, magari addirittura più diffusa; ma non importa: l'abbinamento scatta quasi automaticamente. Per le grandi pianure aride dell'Africa centrorientale, questo ruolo tocca all'acacia. Inutile obiettare che sulla Terra se ne contano oltre mille specie diverse e che ce ne sono di più in Australia (almeno 7-800) e nell'America Meridionale che in Africa. Inutile anche puntualizzare che comunque nel continente africano crescono 129 specie (51 nel solo Kenya) e che molte sono ugualmente a loro agio nell'ambiente della prateria arida. L'acacia per antonomasia resta una: l'acacia a ombrello, l'Umbrella Thorn degli inglesi, per i botanici Acacia tortilis. Proposta e riproposta da film, documentari, fotografie, l'immagine del suo tronco nudo e contorto, sormontato da una chioma rada e appiattita, è ormai il simbolo araldico della savana, indissolubilmente associato alle sterminate mandrie di gnu e di zebre al pascolo, alle cacce dei leoni e dei licaoni, al profilo paradossale della giraffa.
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Altre risorse |
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L'altra faccia del paradiso
A dispetto della prima impressione, quella di un Eden brulicante di vita, le savane africane sono un ambiente molto difficile. A fasi di intensa pioggia seguono lunghi mesi asciutti, in cui conservare ogni minima scorta di umidità diventa un'arte. Periodici incendi dilagano nella vegetazione secca, lasciando immense distese coperte di cenere. Erbe, cespugli e alberi si contendono senza esclusione di colpi l'umidità, i nutrienti del suolo, la luce, lo spazio vitale, e milioni di bocche affamate si disputano a loro volta ogni filo d'erba, ogni foglia, ogni frutto. Affermarsi in queste condizioni richiede virtù particolari. E le acacie, indubbiamente, hanno dimostrato di possederle. Prendiamo Acacia tortilis, l'albero 'principe' di questo ecosistema. Una fitta rete di radici che si spingono in profondità e poi si irradiano in tutte le direzioni si incarica di catturare ogni goccia d'umidità disponibile. Noduli radicali ospitano batteri Rhizobium capaci di fissare l'azoto atmosferico, consentendo alla pianta di colonizzare anche suoli poco azotati. Nella stagione asciutta, la corteccia sembra coperta da un sottile strato di cera che riduce al minimo la traspirazione. Il tronco supera quasi indenne anche gli incendi più violenti e la chioma si espande in orizzontale, per assicurare la più ampia superficie possibile alla fotosintesi.
La fatica di nascere
Ma arrivare a essere quest'albero che si erge a 10-15 metri sopra il paesaggio orizzontale della savana, non di rado unica forma arborea in un mare d'erbe e di magri cespugli, è stato duro. A partire dalla nascita. I semi maturano nella stagione secca, spesso dopo che i devastanti incendi, incenerendo erbe e cespugli, hanno provveduto a eliminare un certo numero di competitori; ma devono allontanarsi dalla pianta madre, all'ombra della quale avrebbero ben poche possibilità di germogliare. A trasportarli lontano ci pensano gli animali. Chiusi in un baccello che si apre solo a terra, essi sono infatti avvolti da una polpa carnosa e profumata, molto apprezzata da scimmie, elefanti e antilopi. Protetti da un involucro molto duro, attraversano indenni l'intestino (anzi, l'azione dei succhi gastrici ne favorisce la germinazione) e vengono abbandonati con gli escrementi, talvolta a grande distanza; i più fortunati, inglobati nelle masserelle di sterco che gli scarabei seppelliscono per deporvi le uova, si svilupperanno in una sorta di piccola serra umida, calda e superconcimata. Un'infanzia impietosa attende comunque chi ce la fa: il mondo è pieno di mangiatori di foglie. La piccola antilope dik-dik bruca i rami più bassi; gazzella di Thompson, impala, rinoceronte nero, eland si distribuiscono gli strati via via più alti, fino al gerenuk che alzandosi sulle zampe posteriori può arrivare a tre metri di altezza. Le piante cercano di difendersi sviluppando una munitissima barriera di spine che se non impedisce il saccheggio, serve almeno a rallentarne il ritmo.
Un gioco sottile di dare e avere
Superati i tre-quattro metri di altezza, per la giovane acacia il peggio è passato. Restano però i predatori superspecializzati. La giraffa, insinuando il collo lungo e sottile tra i rami, può arrivare alle foglie della sommità, più ricche di sostanza. La lingua, lunga 40 centimetri e molto flessibile, si fa strada tra le spine per strappare le foglie a una a una. Anche le lunghe ciglia che le conferiscono un curioso sguardo languido sono un accorgimento antispine, segnalandone la presenza prima che vengano pericolosamente in contatto con l'occhio. Grazie alla proboscide, anche gli elefanti sono in grado di raggiungere i rami più alti. Ma loro vanno per le spicce, ingoiando i rametti interi, con tutto il loro corredo di acuminate difese. Inoltre, sono ghiotti di corteccia e non esitano ad abbattere gli alberi per servirsi con più agio. Dove i pachidermi sono più numerosi e impossibilitati a spostarsi dalle recinzioni dei parchi, il loro impatto sulle boscaglie di acacie può essere veramente distruttivo. In compenso, proprio le giraffe e soprattutto gli elefanti, con i loro spostamenti a largo raggio, sono i principali propagatori di semi. In un solo escremento di elefante ne sono stati contati fino a 12.000, mentre la distanza dalla pianta madre può raggiungere i 50-60 chilometri.
Così il circolo si chiude. La presenza dei batteri nei noduli radicali assicura alle foglie e ai baccelli un maggiore contenuto di sostanze azotate; queste attirano più brucatori, che ingeriscono i semi e li distribuiscono. L'importanza di questa dispersione per la sopravvivenza del patrimonio genetico della pianta e per la colonizzazione di nuovi territori è tale da compensare il sacrificio dei frutti e delle foglie. In ogni caso, l'arsenale di spine rallenta il ritmo di brucatura e garantisce che restino abbastanza foglie per il ciclo vitale della pianta. Gli equilibri naturali sono dunque molto più complessi di quanto possa sembrare a prima vista, in un gioco sottile in cui alla fine non è sempre facile distinguere chi prende e chi dà, chi ci perde e chi ci guadagna. Un altro esempio. Nella piatta savana, il grande ombrello dell'acacia offre un bene raro: l'ombra. Gli stessi erbivori che ne consumano le foglie ne cercano la protezione nelle ore più calde. Così, con la loro presenza, tengono lontani altri possibili brucatori; nello stesso tempo calpestano l'erba circostante (creando una sorta di piccola barriera tagliafuoco) e depositano gli escrementi intorno al tronco, aumentando il nutrimento a disposizione dell'albero.
Un condominio affollato
Le relazioni tra le acacie e il mondo animale non si esauriscono comunque in questa lotta per mangiare o non essere mangiati. Alla biforcazione del tronco, il leopardo viene a mettere le sue prede al sicuro da iene, leoni e sciacalli. La sommità piatta della chioma offre un'ottima base d'appoggio per i nidi di uccelli di grossa taglia come la gru coronata o il serpentario; i rami più alti, che dominano la savana, sono appostamenti ideali per i predatori come l'astore cantante e l'aquila rapace. Dai rami laterali, ghiandaie marine e martin pescatori scrutano il terreno sottostante pronti a lasciarsi cadere su lucertole, locuste e coleotteri di passaggio; le averle hanno a disposizione migliaia di spine per impalarvi le prede; i fiori e i frutti richiamano miriadi di insetti, che a loro volta attirano gli uccelli insettivori. Altri uccelli, come le nettarine, vengono a suggere il nettare dai fiori. Altri ancora chiedono al grande albero un posto sicuro per allevarvi i figli; le colonie degli uccelli tessitori, che appendono i loro elaborati nidi di erbe all'estremità dei rami, trasformano le acacie in straordinari alberi di Natale tropicali.
La musica delle formiche
Un caso particolare è quello di un'altra specie molto diffusa nell'Africa centrorientale: Acacia drepanolobium. Gli inglesi la chiamano Ant-galled Thorn, che potremmo tradurre 'acacia dalle galle delle formiche'. Alla base di molte delle lunghe, acuminate doppie spine vi sono infatti dei rigonfiamenti nerastri al cui interno si insediano colonie di formiche del genere Crematogaster. Oltre a mettere a disposizione la casa, la pianta offre loro cibo con il nettare e la dolce linfa che attira gli afidi, a loro volta regolarmente 'munti' dagli imenotteri. In cambio, le formiche svolgono compiti di polizia, come un piccolo esercito brulicante pronto ad avventarsi sul muso degli animali che si avvicinano per brucare e a scaricare loro addosso le secrezioni acide dei loro addomi. La difesa non basta certo ad allontanare i brucatori, ma, come per le spine, almeno ne rallenta l'azione. Diffusa e ubiquitaria, questa pianta ha un'altra caratteristica: passando nei fori che le formiche aprono nelle galle per insediarvisi, il vento ne trae sibili melodiosi. Un boschetto di queste acacie basta per creare un vero concerto, che giustifica l'altro nome inglese della pianta, Whistling Thorn, 'acacia fischiante'.
Questo rapporto tra pianta e insetto è ben studiato e chiaro. Ma le relazioni che legano gli esseri viventi sono così ampie e complesse, che anche quello che sembrava assodato può essere rimesso in discussione. Ciò che conta è che ogni vivente è il centro di un universo in miniatura, maglia di una rete di delicatissimi equilibri. Anche l'acacia conferma l'aforisma di Gregory Bateson: 'Non puoi toccare un fiore senza disturbare una stella'.
Cesare Della Pietà, Acacia, compromessi sotto l'ombrello, in Airone, Aprile 1998.
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