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Arcipelago toscano: il prezzo della libertà

Arcipelago toscano: il prezzo della libertà

L'economia di Capraia, Gorgona e Pianosa, isole di grande interesse naturalistico dell'arcipelago toscano, per oltre un secolo è stata strettamente correlata alla presenza carceraria. La chiusura degli istituti penitenziari di Capraia, nel 1986, e di Pianosa, nel 1998, sembra aver creato gravi ostacoli allo sviluppo delle due isole. L'esperienza di Gorgona, per contro, che è sede di un carcere dove i detenuti convivono con gli abitanti dell'isola impegnandosi in attività agricole, di allevamento e recupero del territorio, può costituire un modello da riprodurre sfruttando al meglio le straordinarie risorse ambientali della zona.

Capraia

Altre risorse

Il Parco Nazionale dell'Arcipelago Toscano è nato qui, nell'isola che gli etruschi chiamarono 'pietrosa' e che per i romani fu la terra delle 'capre'. Capraia è il frammento di un vulcano esploso cinque milioni di anni fa: le sue colate laviche scintillano ancora nei dirupi marini della Punta dello Zenobito. 'Fin dal 1983, a Capraia fu deciso che non sarebbero stati costruiti nuovi insediamenti', racconta Marida Bessi, una giovane donna capraiese che per anni si è battuta per il Parco e oggi ne è la delegata sull'isola. 'Volevamo difendere questa terra, credevamo che la natura sarebbe stata il suo futuro'. In quegli anni Capraia era un'isola dimezzata: vi era ancora la colonia penale agricola creata dal Regno d'Italia per cercare di risollevare l'economia agonizzante dell'isola. Il carcere fu chiuso nel 1986. 'Fu una decisione quasi improvvisa', ricorda il vicesindaco Maurizio Della Rosa. 'In poche settimane si smantellò l'economia dell'isola'. Capraia allora aveva oltre 500 abitanti. Oggi ne ha 150. In seguito alla chiusura del carcere furono fatti progetti ambiziosi: museo botanico nel Forte di San Giorgio, laboratori di biologia marina, ostelli naturalistici, venticinque posti di lavoro legati all'ambiente. A distanza di oltre dieci anni, niente di tutto questo è stato realizzato. Destino amaro per un'isola di grande bellezza, i capraiesi si sentono presi in giro: ancora oggi si litiga, fra Comune e ministero delle Finanze, sulla proprietà dei terreni del vecchio carcere. Intanto, gli edifici vanno in rovina. Due agenti sono stati lasciati a 'vigilare' su un carcere vuoto. Giuseppe Di Pasquale, ultima guardia di Capraia, arrivato nel 1966, accetta di posare per il fotografo di fronte all'arco di accesso della prigione: 'Mezza isola da controllare, a piedi. Cosa potevamo fare?'.

Il vecchio sentiero, la Strada Cornero, si arrampica fra le rocce vulcaniche, gruppi di mufloni fuggono spaventati. Capraia mostra tutta la sua bellezza lungo gli stradelli che salgono fino alla torre della Regina che domina le falesie settentrionali dell'isola, un paesaggio aspro e mediterraneo. I perimetri del Parco Nazionale proteggono, oggi, gran parte dei territori del vecchio carcere. Ma il sindaco di Capraia, Gaetano Guarente, non nasconde apprensioni e timori: 'La gente deve tornare sull'isola. Nel deserto non nasce nulla. Qui devono vivere di nuovo 500 persone. E l'unica speranza è il turismo legato alla natura. Gli edifici del carcere devono essere riutilizzati: ostelli, rifugi, ma anche case per nuovi abitanti. Non mureremo un solo mattone in più, ma quanto è stato distrutto deve vivere di nuovo'. Sono quasi le stesse parole di dieci anni fa. 'Io sono costretto a credere a questi progetti. Adesso il Parco esiste davvero e Capraia lo aspetta alla prova. Non possiamo essere abbandonati una seconda volta'.

Gorgona

L'isola che c'è è l'isola-carcere dal 1879: vi abitano un centinaio di agenti di custodia e centoventi detenuti, tutti impegnati in lavori agricoli, nella pesca, nel recupero delle vecchie abitazioni, nel ripristino dei sentieri e delle antiche strade. Esteso poco più di due chilometri quadrati, Gorgona è uno scoglione inaccessibile per tre mesi all'anno, aspro, scosceso, terrazzato per secoli da monaci benedettini e certosini, gradoni arditi che i detenuti hanno risistemato e dove hanno piantato millequattrocento olivi. Falesie spettacolari crollano nelle acque di Cala Maestra, floride pinete si arrampicano sui costoni rocciosi, la Torre Vecchia, costruita dai pisani nel XIII secolo, è come sospesa, a duecento metri di altezza, su uno strapiombo che precipita in mare. Gorgona è proprio l'isola dei pirati e del tesoro. Ma Gorgona è anche una speranza. Le parole di Giuseppe Tanelli, docente di mineralogia a Firenze, presidente del parco dell'Arcipelago, sono chiare: 'A Gorgona, convive sul serio la volontà del recupero sociale dei detenuti e una progettualità 'verde'. Vi è l'unico impianto di fitodepurazione dell'arcipelago, si produce energia grazie a una centrale solare, si sviluppa un'agricoltura naturale, riqualificando il territorio e salvando equilibri idrogeologici'. Non solo: la raccolta dei rifiuti è differenziata, un dissalatore solare produrrà diecimila litri di acqua dolce al giorno, gli animali sono curati con medicina omeopatica, si progetta di reintrodurre anche le vigne dalle quali, un tempo, si ricavavano cinquemila litri di vino e di avviare un'esperienza di ittiocoltura che darebbe l'autosufficienza economica a Gorgona.

Carcere che ha salvato l'isola? 'Carcere leggero' che sta, seriamente, cercando di ricostruire uomini e di difendere l'ambiente? 'Stiamo provando, tutti assieme, a dare un contenuto agli anni di pena che i detenuti devono passare qua dentro', spiega Carlo Mazzerbo, direttore di Gorgona, 'cerchiamo di sviluppare un senso di appartenenza a una comunità, di fornire opportunità per il futuro e, allo stesso tempo, di sperimentare uno sviluppo compatibile con l'ambiente. Parco e turismo-natura sono una risorsa importante, forse decisiva: possono permettere di far scoprire un'isola bellissima e preziosa, dove alcuni uomini stanno facendo qualcosa di importante'. Ogni martedì l'isola è aperta alle escursioni. Mazzerbo vorrebbe poter consentire ai visitatori di pernottarvi. L'agronomo Nicola Di Benedetto è travolto dall'entusiasmo del direttore e parla di fichi e di olivi, di coltivazioni di capperi e di piante officinali, di miele con il marchio Doc e di olio di grande qualità.

Gerardo Mongello ha passato più di venti anni in galera: a Gorgona è diventato un provetto apicoltore, Antonio Maggio pota gli olivi, Sabino Manganelli, detto Mosè, ha una barba da corsaro e mani come badili, eppure tratta, con una dolcezza senza fine, il nuovo puledro e i pulcini appena nati.Uomini-detenuti che lavorano dentro un'isola-carcere-parco.

Pianosa

È un 'altopiano' marino, un'isola bellissima e struggente dove alte scogliere si frantumano in insenature di sogno e si trasformano in grotte nascoste e archi di pietra erosi dal vento. Un istmo di roccia, la Punta del Marchese, si protende, come un dito, verso le coste della vicinissima Elba. Abitata fin dal tempo dei Romani, e misteriose catacombe ne sono la prova più evidente, Napoleone, negli anni del suo esilio elbano, cercò di farne un'isola-granaio. Divenne carcere nel 1856 sotto i granduchi di Toscana, poi fu la prima colonia agricola penale dell'Italia unita. Leopoldo Ponticelli, direttore a cavallo del secolo, modellò la stravagante architettura 'medievale' dei palazzi che si affacciano sul porto. Qui è stato esiliato anche Sandro Pertini. La storia contemporanea di Pianosa è amara, molto italiana: i condannati per terrorismo furono rinchiusi qui negli anni '80; ma il penitenziario fu già chiuso nei primi anni '90. Nel 1992 riaprì come 'massima sicurezza', prigione per i capi più pericolosi della mafia. Si sono spesi più di venti miliardi per tirar su caserme e torrette di avvistamento: niente è mai entrato in funzione. Il carcere speciale venne chiuso nuovamente, all'improvviso, con una legge del 1997. Ad aprile del '98 l'ultimo detenuto ha lasciato l'isola.

Il ministero di Grazia e Giustizia si è sbarazzato di Pianosa riconsegnandola ai contabili dell'intendenza di Finanza. 'Abbiamo proprio avuto la sensazione che lo Stato sia fuggito da Pianosa', dice Claudio Del Lungo, assessore all'Ambiente della Toscana. La Regione, la provincia di Livorno, il parco dell'Arcipelago, la comunità montana, il comune di Campo nell'Elba, persino il vescovo di Massa Marittima hanno chiesto di riaprire il carcere, trasformandolo in 'carcere leggero'. Sembra un paradosso: meglio le catene della libertà? Il precedente di Capraia brucia nella memoria di chi dirige il parco dell'Arcipelago. 'Noi chiediamo il mantenimento di un carcere aperto per poter conservare le attività agricole sull'isola', dice il presidente del parco, Giuseppe Tanelli. 'Vogliamo che l'uomo rimanga sull'isola. E vorremmo veder nascere a Pianosa, aperta a un turismo responsabile, un centro di ricerca di biologia marina'. Rodolfo Craia, ultimo agronomo del carcere aggiunge: 'Qui sarebbe possibile una vera agricoltura, redditizia e compatibile con l'ambiente'.

Intanto la Regione Toscana ha inviato in Parlamento un disegno di legge che chiede la riapertura del carcere; ma finora l'iniziativa non ha avuto seguito. Edo Ronchi, ministro dell'Ambiente, è cautamente possibilista: 'Non mi oppongo all'ipotesi di un 'carcere leggero' a Pianosa, a patto che non vi siano problemi sull'accesso all'isola: il controllo deve rimanere alle autorità del parco'. Sull'isola potrebbe allungare la mano la speculazione? 'Lo escludo', dice il ministro. 'La tutela del parco rende impossibile qualsiasi tentativo di vendita dell' isola'. Ma Pianosa, senza un solo progetto realizzabile all'orizzonte, rischia davvero l'abbandono. 'Come parco, ci siamo impegnati a pagare detenuti che, dal carcere elbano di Porto Azzurro, possano continuare a fare lavori di mantenimento delle strutture agricole dell'isola', ricorda Tanelli. Si tratta comunque di una soluzione provvisoria: il destino di Pianosa è una corsa contro il tempo, il banco di prova più arduo delle politiche dei parchi in Italia.

Andrea Semplici, Il prezzo della libertà, in Airone, Giugno 1998.

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