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Foreste casentinesi: Daino e i suoi fratelli

Parco delle Foreste casentinesi: Daino e i suoi fratelli

Dotato di un ricco patrimonio faunistico, il Parco delle Foreste casentinesi ospita una numerosa popolazione di daini, cervi, caprioli, cinghiali e una trentina di esemplari di lupo. Ecco i risultati del censimento della fauna del Parco effettuato dai ricercatori degli enti locali in collaborazione con i volontari di associazioni protezionistiche.

Le notizie storiche pervenuteci sulla fauna del Parco delle Foreste casentinesi sono assai frammentarie. Unicamente per due specie, il capriolo e il lupo, si hanno testimonianze che ne attestano una presenza nell'area agli inizi del 1800. Solo a partire dal 1835, con l'avvento dell'amministrazione di Karl Simon (italianizzato in Carlo Simoni), naturalista boemo al quale fu affidata la gestione delle proprietà granducali, si hanno notizie maggiori e certe su altri ungulati. Allo scopo di arricchire la riserva di caccia delle Foreste casentinesi per il Granduca di Toscana Leopoldo II, Simon decise di introdurre nella zona, che con tutta probabilità ne era priva, cervo, daino e muflone. Sono le prime operazioni del genere in Appennino e per il muflone, in particolare, si trattò forse delle prime immissioni in Europa. Durante i periodi di gestione delle Foreste da parte dei privati (1900-1914) e in coincidenza della prima guerra mondiale, sia a causa della caccia, sia, soprattutto, per il bracconaggio e per l'intensità del prelievo di legname, la fauna ungulata subì una diminuzione di consistenza. All'inizio del secolo non rimanevano che una trentina di cervi e una ventina di mufloni, mentre il daino era probabilmente del tutto scomparso.

Altre risorse

Il passaggio della seconda guerra mondiale e i periodi subito successivi, nei quali il divieto di caccia nelle aree demaniali non venne applicato, causarono un'ulteriore diminuzione degli ungulati: nel 1946 sembra fossero rimasti in tutto una trentina di caprioli e alcuni esemplari di cervo. Negli anni Cinquanta e Sessanta l'Azienda di Stato per le foreste demaniali provvide a ripopolare i boschi attraverso una serie di nuove introduzioni. Nel complesso furono immessi nelle aree demaniali 11 cervi, 48 daini, 4 caprioli e 10 mufloni. Il cinghiale comparve nell'area del Parco intorno ai primi anni Settanta, in relazione a immissioni effettuate a scopo venatorio nelle zone romagnole, casentinesi e del Mugello. Oggi l'area protetta ospita una ricca popolazione di caprioli, cervi, daini e cinghiali. Il muflone, che ha subito una drastica riduzione negli anni Ottanta a causa della predazione da parte del lupo, sembra del tutto scomparso.

Il daino

Il daino (Cervus dama dama) ha rappresentato per un periodo relativamente lungo, e fino alla metà degli anni Ottanta, una delle specie più frequenti nelle aree demaniali. Questo soprattutto in alcune zone del versante romagnolo (come buona parte della Riserva biogenetica di Badia Prataglia), raggiungendo densità elevate e occupando con continuità anche aree situate alle quote medio alte, in condizioni ambientali assai diverse a quelle di provenienza e tipiche per questa specie. Tra il 1984 ed il 1989 la sua diffusione ha subito un drastico ridimensionamento, soprattutto sul versante toscano, probabilmente a seguito dell'aumento della predazione del lupo e del progressivo incremento del cervo.

Attualmente il daino occupa una vasta area nel versante romagnolo del Parco nazionale alle quote inferiori (600-1000 metri), mentre nel versante toscano permangono pochi nuclei stabili e localizzati principalmente nelle porzioni inferiori delle aree demaniali. Il daino rappresenta un elemento faunistico in grado di creare alcuni problemi di convivenza con le attività antropiche, in modo particolare quelle agricole e zootecniche, nelle aree in cui raggiunge i maggiori livelli di consistenza. La specie presenta infatti un modello di distribuzione non uniforme, gli esemplari hanno la tendenza a concentrarsi prevalentemente nelle aree più favorevoli (dove calpestano i campi e mangiano i raccolti), anche in conseguenza di un'organizzazione sociale fortemente gregaria.

Un'elevata densità di questi animali può inoltre creare fenomeni di competizione con il capriolo, specie autoctona, tipica di questi ambienti e quindi di valore biologico molto più elevato.

Il cervo

Le Foreste casentinesi hanno rappresentato il centro di diffusione della popolazione di Cervus elaphus nell'Appennino centrale a cavallo tra Toscana ed Emilia Romagna, anche oltre i confini del Parco. L'attuale areale del cervo sul versante toscano dell'Appennino occupa infatti una superficie di 27.700 ettari, e di 16.400 ettari sul versante romagnolo. In alcuni periodi dell'anno e in particolare durante la stagione riproduttiva, l'areale della popolazione di cervo subisce notevoli variazioni. Infatti si verificano abituali spostamenti di gran parte della popolazione tra quartieri di svernamento, posti nei fondovalle, e quartieri di estivazione, situati generalmente alle quote superiori, fino allo spartiacque appenninico (1300 metri). La maggior concentrazione di individui è osservabile alle quote più elevate intorno alla fine di settembre, durante il periodo degli amori.

Dal 1988 a oggi, la popolazione di cervo viene censita annualmente nel versante toscano del Parco, saltuariamente in quello romagnolo, da tecnici faunistici per conto degli Enti locali (regione Toscana, Comunità montana del Casentino, Ente Parco), con la collaborazione del Corpo Forestale dello Stato. La stima della densità della popolazione è realizzata utilizzando il 'metodo del bramito', che permette di contare i maschi sessualmente maturi, attraverso la rilevazione delle caratteristiche vocalizzazioni prodotte durante il periodo riproduttivo. Gruppetti di 'ascoltatori' (tecnici e volontari) si appostano in punti strategici del Parco, muniti di un picchetto dotato di quadrante geometrico da conficcare nel suolo con lo zero orientato verso nord. Durante l'audizione, che dura in genere 3 ore, dalle 21 a mezzanotte, i ricercatori annotano scrupolosamente su una scheda la direzione da cui provengono i bramiti, la loro frequenza e intensità. I dati vengono infine riportati su una mappa che documenta l'areale riproduttivo dei cervi e il numero di esemplari presenti sul territorio osservato. Lo stesso metodo d'indagine, avviato dai ricercatori della cooperativa Dream di Poppi (Arezzo) in collaborazione con la Comunità montana, è utilizzato anche nel Parco nazionale delle Dolomiti Bellunesi e nella foresta di Tarvisio.

Negli ultimi dieci anni la popolazione di cervi ha subito un sensibile e costante aumento distributivo e numerico. La consistenza stimata per l'intera popolazione (comprendente quindi gli animali che vivono all'interno e all'esterno dei confini del Parco) è stimata attorno a un migliaio di individui, dei quali 600-700 sul versante toscano e 300-400 su quello romagnolo.

Il cinghiale

Il cinghiale (Sus scropha), anche se ritrovato in alcuni reperti fossili, è stato assente per secoli dalle foreste che oggi fanno parte del parco ed è ricomparso in quest'ultimo ventennio: i ripopolamenti con capi provenienti dal Centro Europa risalgono agli anni Settanta. Sentieri, fatte, scavi sono le numerose tracce che testimoniano la sua massiccia presenza nel Parco: con una popolazione stimata tra 2000 e 3000 capi è l'ungulato più diffuso. La specie è distribuita su tutta l'area del Parco dove occupa, senza soluzione di continuità, il territorio compreso tra il fondovalle e lo spartiacque appenninico.

Le valutazioni demografiche e strutturali della popolazione di cinghiale pongono diversi problemi metodologici, relativi soprattutto alla difficoltà di avvistamento per una specie altamente elusiva, gregaria e caratterizzata da grande mobilità. Inoltre, la gestione venatoria del cinghiale nelle aree limitrofe al Parco, non attuata secondo criteri di valutazione preventiva della consistenza e senza alcun tipo di pianificazione del prelievo, non è di aiuto a tale scopo. Sebbene non siano mai stati realizzati censimenti specifici per il cinghiale all'esterno e all'interno dei confini del Parco, i dati sugli esemplari di Sus scropha avvistati durante i censimenti del capriolo hanno permesso comunque di ipotizzarne una sensibile diminuzione di consistenza. Tale diminuzione è principalmente da attribuire al prelievo venatorio nelle aree limitrofe al Parco, e alla predazione del lupo, che secondo studi specifici sulle abitudini alimentari del predatore, è risultata fortemente selettiva nei confronti del cinghiale.

Il capriolo

Il capriolo (Capreolus capreolus) occupa senza soluzione di continuità tutta la superficie del Parco, con le sole eccezioni delle aree urbanizzate situate in prossimità dei maggiori centri abitati. La popolazione di questa specie, data l'assenza di barriere ecologiche (fiumi, crinali invalicabili) che possano ostacolarne gli spostamenti, risulta distribuita uniformemente nell'intera area occupata dal Parco Nazionale e delle aree contigue sia nel versante romagnolo che toscano. L'ambiente che caratterizza l'area del Parco, la competizione con gli altri ungulati, la predazione da parte del lupo e il clima selettivo nel periodo invernale sono in grado di provocare variazioni annuali della densità e della struttura della popolazione. In generale comunque, dati raccolti nell'area di studio intensivo delle Foreste casentinesi (situata tra Camaldoli e lo spartiacque appenninico) evidenziano attualmente una fase di stabilità per la popolazione (intorno ai 5000 esemplari). I censimenti si svolgono secondo la tecnica della 'battuta': gruppi di circa 40 ricercatori e volontari rastrellano fasce boschive delle dimensioni di una decina di ettari, inducendo gli animali alla fuga in una direzione obbligata. Una volta usciti allo scoperto, gli esemplari vengono contati. Avendo il capriolo una distribuzione omogenea su tutta la superficie del Parco, i rilievi ottenuti attraverso il rastrellamento di alcune decine di ettari risultano validi per una stima dell'intera popolazione.

Negli ultimi dieci anni, a un aumento progressivo del cervo è corrisposta una diminuzione, sebbene quantitativamente limitata, del capriolo. Il cervo, infatti, sembra risultare vincente nei confronti del capriolo nella competizione spazio-alimentare per lo sfruttamento delle risorse ambientali. Questo fenomeno può essere imputato in parte a una migliore capacità del cervo di sfruttare le nuove condizioni ambientali dell'area protetta, caratterizzate da una crescente presenza di boschi ad alto fusto. A tale riguardo va sottolineato come nelle aree demaniali l'invecchiamento dei boschi e la diminuzione di ambienti a vegetazione densa e di aree di rifugio rappresentino fattori senz'altro svantaggiosi per il capriolo. Capreolus capreolus è penalizzato dal fatto di essere un brucatore: mangia poco, spesso, e ha bisogno di elementi molto nutritivi, come erba fresca, germogli, gemme. A causa delle piccole dimensioni del rumine non riesce a digerire la fibra grezza (legno). Il cervo, al contrario, è un pascolatore: dotato di un rumine capiente e di ottime capacità digestive può cibarsi di corteccia e sopravvivere più facilmente anche ai rigidi inverni.

Inoltre il cervo, in funzione della grande mobilità stagionale (può percorrere anche 10 chilometri al giorno), è capace di un migliore sfruttamento delle risorse alimentari disponibili nei diversi ambienti al variare, durante l'arco dell'anno, delle condizioni vegetative, climatiche, e di disturbo antropico. Anche il tipo di organizzazione sociale, la maggiore taglia e i conseguenti migliori sistemi di difesa dai predatori, favoriscono le possibilità di sopravvivenza del cervo nei confronti del capriolo (quest'ultimo è, dopo il cinghiale, la preda preferita del lupo).

Il lupo

Nel 1995 i ricercatori di due cooperative di studi ecologici, Dream di Poppi (Arezzo) e Sterna di Forlì, in collaborazione con l'università di Pisa e l'Ente Parco, hanno realizzato un'indagine sulla presenza del lupo (Canis lupus) sui versanti toscano e romagnolo dell'area protetta. Un'indagine difficile a causa del carattere elusivo della specie, della bassa densità delle popolazioni, della grande mobilità di individui e gruppi, e della difficoltà a distinguerne le tracce da quelle di cani rinselvatichiti. Due i metodi usati: la raccolta sistematica di impronte, fatte, segni di avvenute predazioni; e la tecnica del Wolf-howling: i ricercatori diffondono ululati preregistrati e registrano le 'risposte' dei lupi. Questi metodi si sono rivelati piuttosto efficaci per determinare il numero dei gruppi e le cucciolate presenti sul territorio, il numero di individui erranti e le abitudini alimentari della specie.

L'area del parco nazionale è uno dei pochi siti italiani nei quali il lupo non si è mai estinto. Le tracce della sua presenza (ritrovamenti di carcasse, segnalazioni di abbattimenti, testimonianze degli abitanti) sono costanti, e spesso documentate fotograficamente, tra il 1960 e il 1990. Attualmente l'area del Parco è uno dei più importanti sub-areali italiani, l'ambiente è un'ideale zona di transito fra l'Appennino centrale e quello settentrionale. Nell'agosto 1995, la tecnica di registrazione degli ululati ha permesso di individuare 6 nuclei di Canis lupus nell'Alto Casentino, in alta Valle Santa, nelle foreste di Campigna e della Lama, nelle alte valli dei Rabbi e dei Montoni. La sua presenza attuale è stimata mediamente in 3/4 gruppi familiari e per un totale di una trentina d'individui. Questa densità è tra le più alte d'Europa, con più di un animale per ogni mille ettari. Il 90 per cento della sua dieta, inoltre, è costituita da ungulati: per trovare percentuali simili occorre andare negli ambienti più selvaggi del Nord America. È noto, infatti, che quando non trova prede 'selvagge', il lupo sa variare la dieta, fino a frugare nelle discariche.

Stefania Gualazzi e Lilia Orlandi, Daino e i suoi fratelli, in Airone, supplemento di Ottobre 1998.

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Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna, parco nazionale

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